Il monte Fuji

Colta da un senso di inquietudine, mi chiedo se faremo in tempo ad arrivare prima della notte. In ottobre fa buio presto, già alle cinque o alle sei del pomeriggio. Come se non bastasse, oggi il cielo è coperto da nuvoloni pesanti, fin dal mattino sembra già sera.

Escursionisti sul sentiero verso la vetta del Fuji (Noriko Hayashi, Bloomberg/Getty Images)

Procediamo attraverso una fitta foresta di cedri, cipressi giapponesi, faggi e noccioli, ricoperti da licheni. L’aria è umida e offuscata dalla nebbia. Intorno, una profusione di felci gigantesche e arbusti selvatici. E muschio, l’onnipresente muschio giapponese. Camminiamo sopra un manto di foglie mezze marce, le radici degli alberi che sbucano da sotto si attorcigliano come viscidi serpenti. Qui e là, un isolato masso bruno: lava solidificata.

Siamo diretti al Fuji. Il nostro sentiero, che si snoda sul versante nord, è lo Yoshida, il più antico tra i percorsi che portano alla sommità della montagna sacra, tracciato da monaci e asceti parecchi secoli fa. Era usato dai pellegrini, per i quali l’ascesa, che spesso durava settimane, rappresentava una profonda esperienza spirituale. Prima di mettersi in marcia i devoti si sottoponevano a riti di purificazione: la vetta a cui erano diretti s’innalzava fino alle sfere celesti, ed era quindi un luogo sacro. Camminavano verso il Sole, la divinità più importante del pantheon giapponese. Il sentiero passava per dieci stazioni, dove si poteva fare una sosta per riposare, contemplare e pregare. I viandanti avevano a disposizione delle yamagoya, semplici capanne che servivano da rifugio per la notte, padiglioni del tè e piccoli santuari shintoisti. Molte di queste costruzioni sono ancora in piedi, ma non mi sembra che si usino per recitare delle preghiere o organizzare cerimonie del tè. Imputridite e ricoperte dal muschio, trasmettono un senso di abbandono. Per lo meno ora, in autunno, quando la stagione turistica è finita e il Fuji è ufficialmente “chiuso”.

Stamattina presto, al momento di partire, c’era ancora qualche pallido sprazzo di sole, ma la cima era già inghiottita dalle nuvole. Lungo la strada ha cominciato a piovere. Chissà se più in alto troveremo la neve. Non mi sorprenderebbe, dopotutto siamo in ottobre. Con i suoi 3.776 metri il Fuji è la montagna più alta del Giappone. L’appuntamento con il Sole è quanto mai incerto.

Con me ci sono mio marito e mia figlia di tredici anni. Il sentiero è deserto. In tutta la giornata incrociamo solo una coppia di anziani. Ci passiamo accanto in silenzio, rivolgendoci appena un cenno del capo.

Mi torna in mente una conversazione che ho avuto di recente con Ichido-san. Ichido ha studiato legge a Tokyo e in seguito è diventato monaco zen. Quel giorno stava contemplando alcune foto che avevo scattato. Non faceva domande, non criticava né approvava.

Dopo un momento di silenzio, che mi era sembrato insopportabilmente lungo, tanto che cominciavo a sentirmi a disagio, mi ha chiesto cosa facessi per mantenere la mente in uno stato di attenta sensibilità. Mi ha leggermente spiazzato, dato che non ci avevo mai riflettuto prima, e in ogni caso non in quel contesto. Ho risposto, in modo un po’ sconnesso, che cercavo per quanto possibile di scegliere bene gli amici. E i libri da leggere, anche se ne leggevo comunque troppo pochi. Che ascoltavo Bach e davo importanza alla natura: all’oceano, ai boschi, agli uccelli. Poi gli ho fatto la stessa domanda. Lui non ha dovuto pensarci a lungo. Ha detto che cercava di liberare la mente da tutto ciò che la appesantiva, di svuotarla dalle cose superflue.

Mi sa che oggi è la giornata giusta per provare a farlo. Ci si prospettano ore di cammino in questa foresta tenebrosa. Un sentiero angusto, gli alberi e il muschio. Nient’altro. Il silenzio è rotto solo dal rumore delle pesanti gocce di pioggia che colpiscono i rami. A dire il vero questa camminata non rientrava nei miei progetti. Quello che mi piace di più nei viaggi sono i punti interrogativi. E il Fuji? Quando arrivai in Giappone la prima volta mi sembrò un punto esclamativo. Una montagna da cartolina, la sacra icona dei dépliant turistici. Ogni anno nei mesi di luglio e agosto, cioè nella stagione ufficiale delle scalate, si trasforma in un parco dei divertimenti. Sullo stretto sentiero in prossimità della vetta si formano degli ingorghi. “Una Disneyland in piena regola”, pensavo tra me e me con un pizzico di disprezzo, mentre ascoltavo i resoconti di chi ci si era avventurato.

Intervallo preoccupante

I giapponesi amano il Fuji per la sua forma e le sue proporzioni perfette. Si erge in mezzo a una distesa pianeggiante e non ci sono altri rilievi nei paraggi. Un cono perfetto. E questo perché il Fuji, strettamente parlando, non è un monte, ma un vulcano. Peraltro attivo, anche se da trecento anni è dormiente.

L’ultima eruzione risale al dicembre del 1707. La nube di cenere che scese sulle città e sui villaggi nel raggio di decine di chilometri dal cratere fu talmente densa che gli abitanti si ritrovarono al buio in pieno giorno. Nella località di Subashiri, a dieci chilometri dal vulcano, furono distrutte settanta abitazioni e tre templi. Da quella volta l’imponente cratere del Fuji non ha più dato segni di vita. È un intervallo molto lungo, che preoccupa sempre di più i geologi: “Il più delle volte le catastrofi naturali colpiscono quando perdiamo la memoria della minaccia che rappresentano”, questo monito antico citato da Toshitsugu Fujii, capo dell’istituto per la protezione ambientale e la gestione delle situazioni di crisi, è riportato in un articolo di Franz Lidz uscito sullo Smithsonian Magazine nel maggio del 2017. Naturalmente le agenzie governative responsabili della sicurezza dei cittadini non si limitano a richiamare arguti adagi. Si dà il caso, infatti, che il monte Fuji si trovi tra Osaka e Tokyo, che insieme formano il più grande agglomerato urbano del mondo, con38 milioni di abitanti.

Nell’articolo di Lidz, Toshitsugu Fujii sottolinea il fatto che l’eruzione del 1707 avvenne a distanza di neanche due mesi da un forte terremoto con epicentro sulla costa sudorientale dell’isola di Honshū, non lontano dal Fuji, e che quel terremoto aveva determinato un significativo aumento di pressione tettonica all’interno del cratere. La pressione nel cratere è salita anche nel 2011, dopo il grande terremoto che ha colpito la regione del Tōhoku. Le regioni di Shizuoka e di Yamanashi, che confinano con il Fuji, si erano preparate al peggio: erano stati predisposti i piani di evacuazione di più di un milione di persone e messi a punto scenari che prevedevano la chiusura degli aeroporti, delle autostrade e dei collegamenti ferroviari. Era stata presa in considerazione anche la possibilità di interrompere per un lungo periodo la fornitura di acqua, energia elettrica e generi alimentari.

Ma il vulcano ha continuato a dormire. In realtà nessuno è in grado di prevedere quando erutterà. Forse la magia esercitata dal Fuji nasce proprio da questo: dalla mescolanza di bellezza e terrore, maestosità e imprevedibilità.

Mutevole e imperscrutabile, il Fuji suscita insieme paura e meraviglia. Secondo Cathy N. Davidson della City university di New York, che ha insegnato per lunghi periodi in Giappone, questo dualismo è uno dei motivi per cui il vulcano produce un effetto così forte sull’immaginario e sulla sensibilità dei giapponesi. “In ogni cultura un simbolo che abbia una funzione così significativa e unificatrice per la società è senza dubbio inestimabile. Se in più questo simbolo è bello e spaventoso allo stesso tempo, allora il meno che si possa dire è che rappresenta concretamente il concetto di yin e yang”, osserva la studiosa nel libro 36 views of Fuji, pubblicato nel 1993. E aggiunge: “Non conosco una sola persona che possa scalare il Fuji così, alla leggera. Si tratta infatti di un’esperienza profonda, anche se vissuta in mezzo a decine di migliaia di altre persone. Camminando verso la vetta si porta con sé tutto il bagaglio di storia, arte e filosofia legato a questo monte”. Per Davidson il Fuji è il vero cuore del Giappone.

“Neve e fuoco, l’eterno scontro tra gli elementi della natura, la fonte di acqua vivificatrice e del sole”: così parlava del Fuji il poeta Takahashi no Mushimaro, uno degli autori che compaiono nel Man’yōshū (Raccolta di diecimila foglie), la più antica antologia di poesia giapponese, risalente all’ottavo secolo. Takahashi vedeva nel Fu­­ji un mistero impossibile da penetrare, un enigma ineffabile, e non era il solo a vederlo così. Nell’antichità il monte Fuji era considerato sommamente sacro. Nessuno osava avvicinarcisi. In quanto divinità, incuteva paura e rispetto, perciò veniva adorato da lontano.

Culti animistici

Non si sa chi per primo abbia scalato la vetta. Si sa, tuttavia, che questa pratica, in un primo tempo ricollegabile ai culti animistici, si diffuse solo dopo l’introduzione del buddismo in Giappone, tra il sesto e l’ottavo secolo. Si sa per certo, inoltre, che per vari secoli fu un privilegio riservato esclusivamente all’ordine sacerdotale. Tra i laici l’usanza di salire sul Fuji si diffuse solo tra il duecento e il cinquecento. E comunque furono sempre monaci e sacerdoti a fare da guide e da accompagnatori ai pellegrini, e la scalata aveva un carattere strettamente religioso. Ma con il passare del tempo le cose cambiarono.

Escursionisti sul sentiero verso la vetta del Fuji (Noriko Hayashi, Bloomberg/Getty Images)

La trasformazione coincise con l’aumento dell’importanza di Edo, la futura Tokyo. Anche se fino al 1868 la capitale formale del Giappone rimase a Kyoto, nel 1603 lo shōgun Ieyasu Tokugawa, di fatto il sovrano del paese, aveva trasferito la residenza a Edo e aveva imposto ai governatori provinciali sotto la sua autorità di trascorrere almeno alcuni mesi dell’anno nella nuova sede dello shogunato, il governo militare. Questo li costringeva a spostamenti frequenti. Si mettevano in viaggio con tutta la corte al seguito, percorrendo la Tōkaidō o la Nakasendō, le due principali arterie che collegavano Edo a Kyoto. Entrambe passavano nelle immediate vicinanze del Fuji, che di conseguenza perse una parte della sua aura distante e inaccessibile. Le scalate alla cima avevano sempre un carattere religioso, ma a poco a poco un’immagine più ordinaria del monte sacro cominciò a farsi strada nella coscienza collettiva.

Nell’ottocento le xilografie di Katsushika Hokusai contribuirono a rendere famoso il monte Fuji non solo in Giappone, ma nel mondo intero. La xilografia era una tecnica nata in Cina e usata, già molto prima dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, per produrre libri e altro. Introdotta in Giappone dai monaci buddisti, in un primo tempo fu impiegata per illustrare i testi del canone buddista. All’inizio del seicento ci fu tuttavia un florido sviluppo della xilografia artistica. I maestri giapponesi modificarono leggermente la tecnica importata dalla Cina sostituendo, per esempio, gli inchiostri a base di olio con quelli a base di acqua, più tenui e trasparenti, che conferivano alle immagini stampate a colori una maggiore finezza. I soggetti rappresentati, però, non sempre erano raffinati.

Nella seconda metà del seicento il Giappone conobbe un periodo di rapida crescita economica, accompagnata da un vivace sviluppo della cultura urbana e del ceto borghese. La classe dei mercanti e degli artigiani, che fino a quel momento occupavano le posizioni basse della scala sociale, acquisì importanza. Aumentò sia il suo prestigio, sia il tenore di vita. Nelle città, e soprattutto a Tokyo, cominciarono a spuntare i quartieri dei teatri, delle sale da tè e dei bordelli, che offrivano divertimenti notturni ai borghesi emancipati. Quelle zone venivano chiamate ukiyo, che significa “mondo fluttuante”. Un mondo effimero e sfuggente, come lo erano i piaceri che vi si potevano gustare.

Con il tempo si passò a usare lo stesso termine, ukiyoe (disegni del mondo fluttuante), per riferirsi alle immagini xilografiche. E non senza ragione, visto che gli artisti traevano ispirazione dalla quotidianità di questo mondo effimero, ritraendolo con grande finezza e umorismo, e soprattutto senza quella devozione religiosa a cui erano abituati i tradizionali destinatari delle opere d’arte, appartenenti per lo più ai ceti elevati.

Una pausa nell’ascesa verso la vetta del Fuji (Noriko Hayashi, Bloomberg/Getty Images)

Si potrebbe arrivare a dire che tra il seicento e il settecento le stampe ukiyoe diventarono a tutti gli effetti un prodotto della cultura di massa. Potevano essere realizzate in grandi quantità, velocemente e a basso costo, diventando così accessibili a molte persone. Fu proprio quello che fece Hokusai. La sua serie delle Trentasei vedute del monte Fuji, creata all’inizio dell’ottocento, era squisitamente raffinata perché da un lato esprimeva la prodigiosa bellezza del monte tanto amato dai giapponesi, dall’altro, essendo destinata ai comuni mortali e ispirata al loro vissuto, lo collocava in mezzo a eventi della vita quotidiana.

Sullo sfondo del Fuji comparivano ora i contadini intenti a lavorare nelle piantagioni di tè e di riso, ora le signore con ombrelli e ventagli, ora le cortigiane, e infine i sakura, i fiori di ciliegio, e le onde del mare. Il monte Fuji smise così di essere solo una divinità remota e inaccessibile. Hokusai lo fece scendere, almeno in parte, sulle pianure del quotidiano. Lo appese a metà strada tra il cielo e la terra.

Su quattro ruote

Oggi sul Fuji, che da meta di pellegrinaggio si è trasformato in una delle principali attrazioni turistiche del Giappone, salgono milioni di visitatori ogni anno. E ci salgono su quattro ruote! Proprio così. A bordo di confortevoli pullman climatizzati, in due ore e mezzo, a meno che non ci sia coda (che in alta stagione c’è quasi sempre), si arriva da Tokyo alla stazione numero cinque, a metà del percorso verso la cima. È quasi una piccola città. Ci sono enormi parcheggi, ristoranti, alberghi, un ufficio postale, negozi e wifi. È qui che la maggior parte dei turisti scatta alcuni selfie da condividere su Facebook, compra un souvenir, ordina una birra o un’acqua minerale (con l’immancabile immagine del Fuji sull’etichetta) e come arriva, riparte.

La strada che scende a serpentina, percorsa lentamente dal pullman, è comunque pittoresca. Anche nelle località di villeggiatura circostanti non mancano le attrazioni. Per esempio è possibile attraversare uno dei cinque laghi che si trovano ai piedi del Fuji con un battello a forma di cigno, oppure bagnarsi in una sorgente naturale di acqua calda, o giocare una partita di golf. Volendo si possono fare delle ottime mangiate: tra le specialità di Yamanashi spicca la versione locale dei popolari _udon _(grossi spaghetti in brodo). Infine si può fare un salto al luna park Fuji-Q e concedersi un giro sulle imponenti montagne russe dalle quali contemplare la montagna sacra a testa in giù.

Ogni estate circa trecentomila persone decidono di fare la scalata. Il più delle volte partono dalla quinta stazione, che si trova a 2.300 metri sul livello del mare. La salita richiede dalle cinque alle otto ore, a seconda della forma fisica e dell’itinerario scelto (ce ne sono quattro). Non servono né una particolare preparazione atletica né un’attrezzatura specifica: il sentiero è ripido, ma per lo più ben percorribile.

Ogni estate circa trecentomila persone decidono di fare la scalata

La sfida, semmai, può essere rappresentata dal mal di montagna. Superare un dislivello di 3.500 metri in poco più di dieci ore provoca in molti casi vertigini e difficoltà respiratorie. I più accorti si muniscono di bombolette d’ossigeno, in vendita dove si compra l’acqua minerale.

Il vero obiettivo della maggior parte degli scalatori, però, non è conquistare la vetta, ma trovarsi in cima quando sorge il sole. E non è tanto per il panorama, anche se pare sia indimenticabile. È per il goraiko (letteralmente: il primo albore del giorno) che per i giapponesi significa l’appuntamento con i kami, gli dei. Se si vuole andargli incontro bisogna passare la notte in una delle baite di montagna vicino all’ottava o alla nona stazione. Dormire è fuori discussione. Nelle baite c’è un gran baccano, e ci si corica su delle specie di tavolacci di legno insieme ad altre persone.

Ma se si vuole raggiungere la vetta prima dell’alba, bisogna mettersi in cammino già a mezzanotte. Il percorso è non solo ottimamente segnalato, ma in pratica per tutto il tempo anche ben illuminato: lungo il sentiero avanza infatti un corteo compatto munito di pile elettriche. Qualche anno fa un reporter del quotidiano Asahi Shimbun riferiva preoccupato che poco prima che il sole sorgesse la folla accalcata intorno al cratere era talmente fitta che sarebbe bastato che qualcuno inciampasse in modo maldestro per innescare una serie di rovinosi incidenti.

Natura divina

Per arrivare al santuario shintoista Kitaguchi Hongu Fuji Sengen dalla cittadina di Fujiyoshida, imbocco un largo viale costeggiato da cedri, lungo il quale, su entrambi i lati, si ergono dei lampioni in pietra. Un tempo vi si introducevano lucerne o candele accese, oggi probabilmente sostituite da lampadine a risparmio energetico, ma non posso verificare, dato che arrivo in una fresca mattinata d’inverno. I vivaci raggi del sole, filtrati dai rami, si riflettono sul suolo bagnato illuminando la fosca galleria formata da alberi secolari.

Procedo senza fretta verso un torii rosso, il primo di una sequenza di tre portali che conducono a un tempio eretto nel 1615. La foresta in cui si trova il santuario Fuji Sengen è più antica e fin dalla notte dei tempi è considerata un luogo sacro. Una volta entrata nel cortile mi avvicino al temizuya, dove i devoti che varcano la soglia del santuario si sciacquano le mani e la bocca. Accanto c’è un gigantesco cedro giapponese. Intorno al tronco, del diametro di oltre 25 metri, è legata una spessa corda di paglia di riso. È lo shimenawa, e la sua presenza indica che questo albero è sacro. Poco più in là c’è un piccolo telaio con delle cordicelle alle quali i fedeli annodano gli omikuji, foglietti di carta con delle predizioni negative che lasciano qui come supplica, nella speranza di convincere le divinità a ribaltare la cattiva sorte profetizzata dall’oracolo.

Nell’antichità, i seguaci dello shintoismo non costruivano santuari, non ne sentivano il bisogno. Credevano che i kami dimorassero nelle rocce, nei torrenti, sulle sommità dei monti. Gli elementi particolarmente graditi agli dei, spesso dalle forme bizzarre o situati in luoghi periferici, diventavano oggetto di venerazione e per indicarlo venivano delimitati dai devoti con una corda. Lo stesso valeva per i campi di riso, tradizionalmente considerati sacri. Si direbbe che questi frammenti di natura circoscritti da una corda erano l’abbozzo dei futuri santuari. I primi santuari veri e propri cominciarono a sorgere solo dopo l’arrivo del buddismo, importato dalla Cina tra il sesto e il settimo secolo.

I kami erano presenti anche nelle forze e nei fenomeni della natura. Intorno al monte Fuji, e nelle aree adiacenti alle centinaia di altri vulcani che costellano l’arcipelago giapponese, venivano costruiti i sengen, delle specie di santuari consacrati alle divinità responsabili delle eruzioni. Nel 699 alle pendici del Fuji, vicino alla seconda stazione, fu costruito il Fuji Omuro Sengen, generalmente considerato il più antico. Ma evidentemente le preghiere recitate lì non erano sempre efficaci, visto che il santuario era regolarmente distrutto, ora dalla lava, ora dagli incendi. Più volte ricostruito, fu infine trasferito sulle rive del lago Kawaguchi, dove si trova tuttora. Lì, il sengen fu però consacrato a una patrona diversa, Konohana no Sakuya, la dea dei fiori. Oggi è lei che personifica il vulcano, ed è lei che viene adorata nella maggior parte dei santuari ai piedi della montagna sacra.

 La principessa Konohana no Sakuya era la dea dei fiori (hana in giapponese significa fiore). Secondo la leggenda fu data in sposa al dio Ninigi. Si conobbero in riva al mare, s’innamorarono e Ninigi chiese a Ōhoyama, dio della montagna, la mano della figlia. Ma lui gli propose di sposare la figlia maggiore, Iwanaga. Ninigi rifiutò l’offerta. Alla fine, anche se a malincuore, Ōhoyama cedette. Sakuya e Ninigi si sposarono. Senonché la sorella respinta, Iwanaga, principessa delle rocce e delle pietre, presa da un accesso di rabbia e di rancore fece sì che la vita degli esseri umani diventasse fragile e vanescente, come quella di un fiore di ciliegio che appassisce in pochi giorni, invece che resistente alle avversità ed eterna, come quella delle rocce. Intanto, poco dopo le nozze, Sakuya rimase incinta, cosa che insospettì molto suo marito. Ninigi cominciò a chiedersi se fosse davvero lui il padre del bambino, o se non fosse un altro kami. Sakuya, irritata dai suoi sospetti, quando fu il momento di partorire si murò in una piccola capanna di paglia e argilla e le diede fuoco. Se il bambino che portava in grembo era frutto del seme di Ninigi, sarebbe uscito incolume da quella prova del fuoco. E così fu. Konohana no Sakuya partorì tre figli: Hoderi, Hosuseri e Hoori.

Da allora è diventata un modello da imitare, la personificazione di virtù come la fedeltà, l’inflessibilità e la forza d’animo. Konohana no Sakuya è inoltre la dea tutelare delle partorienti, si prende cura dei pescatori e degli agricoltori e protegge le abitazioni dal fuoco.

Alcuni anni fa, stanco del ritmo frenetico di Tokyo, si è ritirato alle pendici del Fuji

Anima gemella

È stato Jun a raccontarmi questa leggenda per la prima volta. Jun vive nella foresta, a due passi dal punto dove comincia il sentiero Yoshida. Jun non è né monaco né asceta (è il figlio di un prete irlandese e di una geisha, ma lasciamo questa storia per un’altra volta). Alcuni anni fa, stanco del ritmo frenetico della vita a Tokyo, ha mollato tutto e si è ritirato in una casa di legno alle pendici del Fuji. Di recente l’ha adattata a rifugio Airbnb richiamando turisti da ogni parte del mondo, intenzionati, com’è ovvio, a scalare la famosa vetta.

Era pieno inverno. Non ne potevo più di stare a Tokyo e avevo deciso di prendermi qualche giorno di riposo. Volevo guardare le stelle di notte, fare una passeggiata solitaria nel bosco, respirare il profumo degli aghi di pino. Ho trovato nel mio ospite un’anima gemella. Parlando a un certo punto è saltato fuori che, pur vivendo da cinque anni ai piedi della più celebre montagna giapponese, Jun non era ancora salito sulla cima, scoraggiato come me dall’affollamento. È stato proprio Jun ad accompagnarmi al Fuji Sengen. Di fronte al cedro millenario cinto dalla corda spessa, per la prima volta ho avuto il sentore che il Fuji potesse essere qualcosa di più di una mera attrazione da Disneyland o da gite in pull­man. Non sapevo ancora quasi niente dei monaci, né dei pellegrini che scalavano la vetta nei secoli passati. E tuttavia il profumo del muschio e degli aghi di pino, umidi e scaldati dal sole, evocava un che di primordiale, di semplice e al tempo stesso elevato.

Dal cortile del santuario, tra i più belli che mi è capitato di visitare in Giappone, la vetta non si vedeva. In compenso si poteva scorgere un piccolo torii all’imbocco del sentiero. C’era qualcosa di seducente in quella foresta scura. Inoltre, ero affascinata dalla stranissima storia della dea del fuoco e dei fiori.

Al momento di salutarci, Jun mi ha raccomandato di tornare alla fine di agosto per il Fujiyoshida himatsuri. Il festival, che dura un paio di giorni, è una festa in onore di Konohana no Sakuya e al tempo stesso chiude solennemente la stagione delle scalate. In quelle due giornate, lungo il corso principale e nelle vie più piccole della città, praticamente davanti a tutte le case, gli abitanti di Fujiyoshida accendono dei grossi falò. È una forma di ringraziamento per l’annata fortunata e una sorta di preghiera rivolta alle divinità del fuoco e del vulcano. Ho promesso a Jun che sarei tornata. Ma tra me e me pensavo che avrei preferito percorrere l’antico cammino dei pellegrini quando i falò si fossero ormai spenti e gli sciami di turisti eclissati. In ottobre.

Donne emancipate

Ma com’è potuto succedere che una dea leggiadra, associata alla fioritura dei ciliegi, diventasse protettrice di un monte che sputa fuoco e incute terrore? In realtà la trasformazione fu graduale e avvenne fra il trecento e il cinquecento, quando il culto del vulcano e l’usanza di recarsi in pellegrinaggio alla sua vetta si affermarono anche tra i laici. In quel periodo nacquero molte sette religiose legate al culto del Fuji ispirate allo shintoismo e al buddismo, che in Giappone si compenetrano da sempre.

Proprio qui, nella regione di Fujiyoshida, nacque il movimento Fujiko, la cui popolarità con il tempo si sarebbe diffusa in tutto il paese. Nel 1732, mentre in Giappone imperversava la carestia seguita a un’invasione di cavallette, il carismatico asceta Jikigyo Miroku, guida spirituale del movimento, decise di offrire la sua vita in sacrificio. Raggiunse quindi un capanno vicino alla vetta del Fuji e cominciò un digiuno solitario.

Gli altri seguaci del movimento, pur non ricorrendo a metodi così drastici, guardavano le élite legate alla corte imperiale, e il clero che reputavano corrotto, con una buona dose di scetticismo. Erano per lo più persone poco istruite, provenienti da famiglie povere. Coltivavano la terra, che in questa regione, ai piedi del vulcano, era particolarmente ingrata e difficile da lavorare, proclamando, tra le altre cose, la necessità di una vita semplice e genuina, in armonia con i ritmi della natura.

Mi chiedo se il bisogno di avere una dea protettrice più dolce non fosse dettato da una sorta di nostalgia. O forse dalla propensione, così tipicamente giapponese, a conciliare gli opposti?

Ma paradossalmente, anche dopo che una divinità femminile diventò la personificazione della montagna, l’ascensione alla cima continuò a essere una prerogativa degli uomini. E questo perché lo shintoismo concepisce la donna come una creatura impura. Alle signore era consentito di salire tutt’al più fino al tempio vicino alla seconda stazione, dove andavano a pregare per rimanere incinte e per propiziare un parto felice. Poi, dagli spazi celesti dovevano tornare sulla terra.

Finché non arrivò una straniera emancipata, Fanny Parkes, moglie dell’ambasciatore britannico Harry Smith Parkes, che fece da apripista conquistando la vetta del Fuji nel 1869. Di lì a poco, le sue orme furono seguite dalle giapponesi in kimono. Mi stropiccio gli occhi per lo stupore mentre guardo le foto custodite nel museo di Fujiyoshida, ospitato nell’edificio che in passato era uno dei dormitori per i pellegrini gestiti dai monaci della scuola Shugendō. Oltre alle vecchie fotografie, il museo espone le vesti bianche e i cappelli di paglia che indossavano i viandanti di un tempo; ci sono anche sandali di paglia di riso e bastoni da cammino, e una minuscola valigia di vimini. Nell’era del goretex e del gps, non è facile immaginare un’arrampicata di più giorni con una valigetta del genere.

Il bar di un hotel sul Kawaguchiko, uno dei cinque laghi alle pendici del Fuji (Noriko Hayashi, Bloomberg/Getty Images)

Qualche settimana fa cercando di completare l’equipaggiamento per la nostra piccola escursione, ho passato più di un’ora in un negozio di sei piani nel centro di To­kyo. Facendomi largo tra le interminabili file di appendiabiti carichi di giacche, giubbotti e scaldamuscoli, non riuscivo a scacciare la sensazione che su tutti quei tessuti si fossero scervellati eserciti di specialisti della Nasa. Dall’epoca delle scalate in kimono, ne abbiamo fatta di strada!

La giusta distanza

I giapponesi dicono che il Fuji è capriccioso, perché raramente si lascia vedere in tutto il suo splendore. Meno che mai da vicino. Mi chiedo se in questo non si celi un senso più profondo. Non puoi conoscere la montagna se sei sulla sua cima, dicono i maestri zen. Insegnano che la distanza è condizione necessaria della conoscenza: bisogna liberarsi dai desideri e dalle illusioni, in altre parole da tutto ciò che distorce la nostra percezione della realtà. Se si vuole raggiungere il tanto desiderato satori, cioè cogliere pienamente l’essenza delle cose, bisogna abbandonare tutti i pregiudizi, condizionamenti e filtri.

La pura e totale conoscenza si consegue attraverso il mu, il nulla, il vuoto. E per raggiungere uno stato di vuoto ci vogliono lunghe ore di esercizio e di meditazione, che aiutano a ripulire la mente e le emozioni da tutte le distrazioni. Questa è la via dello zen. E la via per la vetta del Fuji?

I buddisti paragonano il cratere del vulcano, circondato da otto creste, al sacro fiore di loto. Gli otto petali del fior di loto simboleggiano il nobile ottuplice sentiero, ovvero gli otto elementi della via che porta alla liberazione dalle sofferenze, come quella raggiunta da Budda. Questi elementi, nell’ordine in cui andrebbero messi in pratica, sono: retta comprensione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. Non sono in grado di coglierne appieno il significato, ma mi è stato detto più volte di non cercare di afferrarlo attraverso l’intelletto. Pare che il risveglio si possa raggiungere solo come si raggiunge la cima di una montagna, vale a dire compiendo una lunga e faticosa scalata.

Si dice che la stazione numero cinque, a metà percorso, si trovi tra il cielo e la terra

Rimugino su tutto questo durante la nostra scarpinata in una piovosa giornata di ottobre. Partiti per salire sul Fuji, ci siamo trovati a camminare in una foresta cupa, ammantata da una fitta nebbia, che lascia ben poca speranza di poterci godere delle belle vedute. Ma che ci vuoi fare. Secondo la filosofia zen, importano di più la strada e lo sforzo per percorrerla che il raggiungimento della meta.

Dobbiamo arrivare alla baita poco sopra la quinta stazione, una delle ultime ancora aperte in questo periodo dell’anno. Quando ho chiamato per prenotare, il proprietario, Sato-san, mi ha detto che, volendo, avremmo potuto proseguire la camminata ancora per un breve tratto dopo la sesta stazione, ma che salire ulteriormente sarebbe stato fuori questione. “È tutto chiuso”. A dire il vero faccio fatica a immaginare un possente vulcano che chiude i battenti.

Passeggiata controcorrente

Alla notizia che ci apprestavamo a scalare la vetta in ottobre, i miei amici di Tokyo si erano a dir poco allarmati. “Ma davvero? Ti rendi conto che è pericoloso?”. Ormai ci ho fatto l’abitudine: noi gaijin, stranieri, con le nostre strampalate idee gettiamo i giapponesi nello sgomento. Ma chissà. Forse c’è qualcosa che mi sfugge. “Farà molto freddo”. Avevo cominciato a setacciare le previsioni del tempo su internet. Gli scenari più pessimistici prevedevano una temperatura intorno allo zero. Potevamo farcela, no?

In realtà non m’interessava conquistare la vetta. Mi attirava invece la prospettiva di una mattinata a 2.300 metri senza duemila turisti intorno. Mi allettava anche l’idea di una camminata lungo il sentiero battuto per molti secoli da devoti pellegrini e da emancipate signore in kimono. Forse un po’ controcorrente, dunque, ma ci siamo avviati.

Nelle limpide giornate invernali e primaverili, quando l’aria è tersa, dagli alti edifici di Tokyo, che dista un centinaio di chilometri, si vede la vetta innevata del Fuji. Bianca, quasi argentea, lontana eppure nitida, quasi tangibile, è di una bellezza davvero sublime, da sembrare irreale. Soprattutto se si ha la fortuna di ammirarla sullo sfondo dei fiori di ciliegio appena sbocciati, o dei campi di riso che cominciano a verdeggiare. È la quintessenza della delicatezza e dell’eleganza. Eppure anche in quegli istanti, da qualche parte in fondo alla mente c’è la consapevolezza che da un momento all’altro il terribile vulcano potrebbe risvegliarsi. E che il Fuji è capace di sputare fuoco e fiamme e disseminare morte, distruggendo tutto quanto si trovi a portata della sua lava spietata e delle sue ceneri ardenti.

L’illuminazione

È già buio quando raggiungiamo la nostra sato-goya, la baita di montagna, e infatti ci abbiamo messo un po’ a trovarla. Siamo bagnati fradici, e in più mi gira la testa. No, non ho comprato l’ossigeno. “Grazie al cielo non dobbiamo arrivare in cima!”, mi consolo. Sono stanca e per ora ne ho abbastanza di questa gita. Ma per fortuna nella baita, accanto alla stufa a legna in ghisa che probabilmente ricorda ancora l’epoca delle scalatrici in kimono, ci si può scaldare. L’oste ci accoglie con il fuoco acceso e una squisita zuppa di funghi.

Non ci sono molti altri ospiti, perciò non siamo costretti a dormire in camerata su una tavolaccia comune. Ci viene assegnata una “quattro tatami”, una microscopica stanzetta tutta per noi, che ha addirittura una finestra. C’è giusto lo spazio per sistemare stretti uno accanto all’altro i nostri tre futon (materassi che si stendono direttamente per terra, sul tatami). In questo momento non mi serve altro per essere felice. “E domani per fortuna pioverà!”, penso sollevata. Non devo mettere la sveglia alle quattro del mattino. Mi addormento subito.

E invece mi sveglio poco prima dell’alba. Un filo di luce rosata, diafana, appena abbozzata su un cielo blu notte, basta a farmi balzare su dal futon. No che non piove! A quanto pare il Fuji, lunatico e volubile com’è, ha pensato bene di farci una sorpresa, mentre le previsioni meteo non valevano un fico secco. Faccio alzare di corsa i miei compagni di avventura, ci vestiamo in un lampo e ci precipitiamo fuori. Tempo pochi minuti e fa quasi giorno, anche se le pallide stelle e la luna si distinguono ancora nel cielo. Dal punto in cui ci troviamo non si vede sorgere il sole, però i suoi raggi si riflettono sulle nuvole. Tutt’intorno, l’oro e le sfumature ocra d’inizio autunno. La nebbia si dilegua.

Ieri sera, arrivando con il buio, non siamo riusciti a vedere quasi niente, e ora è come se d’un tratto si fosse alzato un sipario: ai nostri occhi si svela uno spazio immenso. E la luce. Sotto di noi è tutto uno spumeggiare di nuvole bianco latte. Sopra, i raggi del sole si mescolano con le gocce di pioggia notturna rimaste sospese nell’aria. La luce è diffusa, piena di riflessi, ma di tanto in tanto un soffio di vento più forte rende l’aria perfettamente trasparente. Non è forse questo il satori?

Si dice che la stazione numero cinque, a metà percorso verso la vetta, si trovi sul confine tra il cielo e la terra. I pellegrini l’hanno sempre considerata come un luogo in cui si lascia il mondo del profano e ci si addentra in quello del sacro. Sotto di noi: una distesa di nuvole. Sopra: la luce. Cerco di figurarmi nella mente il cratere nero che se ne sta lassù, in cima, imperscrutabile e imprevedibile.

Arriviamo alla sesta stazione in meno di un’ora. La vetta, che in questo periodo dell’anno al sole assume una sfumatura rossobruna, si staglia nitida contro il cielo. Il Fuji sembra vicino, così vicino da poterlo toccare. Ma è un’illusione. In realtà dista da noi diverse ore di cammino. All’improvviso mi dispiace di non poter continuare la passeggiata. Non ci siamo portati nemmeno l’acqua…

Un vecchio proverbio giapponese dice che chi scala il monte Fuji una volta nella vita è una persona saggia, chi lo scala due volte è un pazzo.

E va bene, sarò anche pazza, ma mi sa che tornerò. Per gettare uno sguardo dentro il cratere. ◆ mb

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati