Da anni l’artista cinese Xu Bing esplora con risultati sorprendenti i limiti della forma scritta. L’anno scorso sono stata al Centre del Carme a Valencia, in Spagna, per assistere a una retrospettiva del suo lavoro. In un’installazione, Book from the sky, si vedono dei rotoli di carta con una sequenza di caratteri cinesi stampati. Ma non è un testo normale: Xu Bing ha preso le forme e alcune parti costitutive dei caratteri cinesi e le ha ricomposte, creando 4.000 caratteri completamente inventati. In un’altra, Book from the ground, c’è un volume con una serie di simboli ed emoji raccolti in tutto il mondo e nei contesti più diversi. Xu Bing ha setacciato ogni angolo del pianeta in cerca di immagini universali. All’inizio può essere difficile da decifrare. Poi, man mano che si voltano le pagine, il significato emerge in modo più chiaro e ci si ritrova immersi nella storia, che racconta la giornata di un impiegato. È come se Xu Bing c’invitasse a chiederci cosa succede al nostro cervello mentre queste minuscole immagini sulla pagina si trasformano in significato, in racconto. In che modo la lettura dei simboli pittorici è diversa da quella delle lettere, che sono basate su simboli fonetici?
Con le sue installazioni, Xu Bing mostra ciò che è emerso anche dai più recenti studi nella neuroscienza: in tutto il mondo le persone leggono sia parole fatte di immagini, come i caratteri cinesi (noti come pittogrammi), sia parole composte da lettere, e il processo è sorprendentemente simile. È un’informazione che ci aiuta a capire come si è sviluppata la scrittura e come la nostra specie ha imparato a leggere, attingendo al pozzo più profondo della creatività e della comunicazione.
In luoghi ed epoche diversi, per comunicare l’essere umano ha sempre sentito il bisogno di formalizzare la lingua parlata, ma alcune società non hanno mai avvertito questa esigenza
In luoghi ed epoche diversi, per comunicare gli esseri umani hanno sempre sentito il bisogno di formalizzare la lingua parlata, ma alcune società non hanno mai avvertito questa esigenza. Fino al colonialismo, le comunità aborigene in Australia hanno vissuto in società governate da leggi estremamente complesse che si tramandavano di generazione in generazione solo per via orale. Per decine di migliaia di anni, le regole che disciplinano la caccia, la ricerca del proprio destino, il matrimonio e le cerimonie sono state incorporate nei canti, rappresentate, imparate e insegnate nella vita di tutti i giorni. In tutto il paese si trovano magnifici esempi di arte rupestre sacra e si usano dei simboli per l’identificazione specifica di alcuni concetti; nessuno dei due elementi, però, ha portato all’evoluzione di un sistema scritto con l’obiettivo della formalizzazione di una lingua.
Alcuni degli scritti più antichi (con l’uso di simboli invece di semplici immagini per esprimere il significato) provengono dalla Mesopotamia e risalgono circa al 3000 aC; sono in una serie di tavolette di argilla ritrovate nel sito archeologico di Kunara, vicino ai monti Zagros nell’odierno Kurdistan iracheno. Su queste tavolette sono registrati i flussi in entrata e in uscita di merci come farina e cerali: una prima forma di contabilità. “Il bello dell’ingegno umano è che quando c’è un bisogno forte, questo bisogno tende a cristallizzarsi in una scoperta”, osserva Irving Finkel, assistente custode nel reparto antiche scritture, lingue e culture mesopotamiche del British museum di Londra. In altre parole, la necessità è la madre dell’invenzione. “È molto probabile che sia stata una sorta di responsabilità amministrativa a produrre il primo incerto tentativo di scrittura, che poi è sfociato in un testo vero e proprio”, dice Finkel.
L’egittologo Gunther Dreyer è giunto a conclusioni simili dopo una vita dedicata agli scavi in insediamenti dell’antico Egitto, che hanno portato alla scoperta di una serie di reperti fondamentali per la comprensione dello sviluppo della scrittura. “Perché c’è bisogno di scrivere?”, chiede Dreyer. “Per un motivo molto semplice: è un requisito di base della contabilità”. Dreyer aggiunge che l’attività di governo, allora come oggi, prevedeva “la riscossione delle tasse e la ridistribuzione del reddito, e data la vastità del territorio, in qualche modo bisognava prendere nota di chi aveva consegnato cosa e quando”.
Dalla contabilizzazione di merci e quantità alla creazione di grandi opere letterarie, però, la strada era ancora lunga. A tutte le latitudini, gli esseri umani hanno dovuto affrontare il problema di esprimersi al di là del “qui e ora” della lingua parlata, un problema che tutti i sistemi di scrittura hanno risolto allo stesso modo. “Possiamo definirlo il salto da gigante dell’umanità”, dice Finkel. Il salto avviene quando un’immagine è usata non come semplice immagine (logogramma) ma per rappresentare un suono (fonogramma); è il principio che sta alla base dei rebus. Molti bambini scoprono questo principio giocando: il disegno di un re per esempio, può essere usato anche per rappresentare il suono “re” e, se accostato al disegno di una tazza di tè, dà un significato completamente scollegato da entrambi gli elementi: rete.
Ma qui nasce l’ambiguità: quando un re è un re e quando diventa un suono? I geroglifici cuneiformi, egiziani, maya e cinesi risolvono il problema aggiungendo dei simboli muti, oggi definiti “classificatori”, per chiarire se chi scrive sta parlando di un sovrano o semplicemente se sta usando il suono “re”. I cinesi usano questo sistema ancora oggi: immagini, fonemi e classificatori sono elementi fondamentali del loro sistema di scrittura. In altri luoghi, invece, ha prevalso un sistema diverso, l’alfabeto, inventato circa quattromila anni fa nella penisola del Sinai. I simboli dell’alfabeto, privati di ogni elemento tranne che del suono, possono essere memorizzati rapidamente, a differenza delle migliaia di caratteri cinesi che bisogna imparare a padroneggiare per leggere e scrivere. Dopo alcuni secoli in cui è rimasto ai margini, l’alfabeto del Sinai è riuscito a imporsi in Europa e in gran parte dell’Asia e dell’Africa, fino alla ricchissima gamma di sistemi in uso oggi.
Nessun sistema di scrittura ha più di cinquemila anni di storia: in termini evolutivi, è praticamente un battito di ciglia. “Rispetto alla parola, la lettura è molto giovane”, dice Tae Twomey dello University college di Londra, che ha dedicato la sua carriera a studiare questo trucco dell’Homo sapiens. “In qualche modo, la parte del cervello che oggi usiamo per leggere si è evoluta rispetto a come la usavamo prima che fosse inventata la scrittura”. Le parti coinvolte, però, sono più di una. “Se ci pensiamo bene, è un’attività complessa. Elaboriamo informazioni visive per arrivare a un significato”. Quando penso a questo processo – un processo che per me è sempre stato familiare – la sensazione è quella di una profonda estraneità: una serie di pensieri, idee, istruzioni e informazioni che si trasferiscono dal cervello di un’altra persona al mio attraverso il nervo ottico. L’elemento visuale, però, è solo una parte della storia.
La ricerca di Twomey usa delle scansioni per mostrare le diverse aree del cervello che si attivano quando leggiamo. “È una rete distribuita”, spiega.
Il neurologo Thomas Hope, ricercatore presso lo University college, fa un’analogia: “Come la maggior parte dei comportamenti cognitivi, la lettura funziona come il delta del Nilo”. Non è alimentata da un unico flusso, spiega, “ma da una serie di flussi potenzialmente ridondanti”.
La lettura è alimentata da due grandi “affluenti”, grosso modo correlati con il suono e la vista (la terza grande area coinvolta è l’area di Broca, responsabile della funzione esecutiva, che agisce come una specie di direttore d’orchestra e coordina tutti gli input). Chi impara a leggere scandisce ogni lettera per arrivare al significato. “Leggere non significa solo comunicare un significato, ma anche comunicare in generale”, dice Hope. “E il modo più comune per comunicare è parlare. Perciò, quando leggiamo una parola, una parte del nostro cervello la ‘fa suonare’ come se la pronunciassimo a voce alta o la sentissimo pronunciare da un’altra persona”. Questo atto di comunicazione vocale è lo stesso in tutte le culture, qualunque sia la forma scritta della lingua: la maggior parte dei lettori mentre legge ascolta.
Ma il suono non è tutto. “Ho osservato i miei figli mentre imparavano a leggere”, dice Hope. “Non basta imparare le lettere. Bisogna imparare anche a capire e a riconoscere le parole”. In un sistema alfabetico, il lettore deve imparare l’equivalente dei caratteri: memorizzare la forma di una parola è fondamentalmente come estrapolare il significato da un carattere pittografico. Man mano che impariamo a leggere in modo più spedito, tendiamo a usare sempre di più un “affluente” diverso: “Un altro sistema, preferito dai lettori più esperti, è riconoscere l’intera parola come un’entità singola e collegarla direttamente al significato”.
La cosiddetta “lettera di Cambridge”, un famoso meme del 2003, dà modo al lettore esperto di testare quest’ultima modalità di lettura, che avviene attraverso il riconoscimento della forma anziché l’ascolto delle lettere:
“Snecodo una rihecrca dlel’Uinserivtà di Cmabrigde, non imorpta in che oridne apapaino le letetre in una paolra, l’uinca csoa imnorptate è che la pimra e la ulimta letetra sinao nel ptoso gituso. Il riustlato può serbmare mloto cnofuso e noonstatne ttuto si può legerge sezna mloti prleobmi. Qesuto si dvee al ftato che la mtene uanma non lgege ongi letetra una ad una, ma la paolra nel suo isineme”.
La maggior parte delle persone riesce a estrapolare il significato da questa frase senza troppi problemi, il che sembra confermare la tesi del meme: è possibile leggere usando un’impressione generale della parola anziché affidarsi al suono. Ma come spiega Hope, la storia della ricerca è la storia della confutazione delle spiegazioni più semplici e della scoperta d’interpretazioni nascoste più interessanti, anche se più complesse. In realtà, l’ordine delle lettere in una parola importa eccome: in alcune parole più che in altre, e in alcune frasi più che in altre.
Matt Davis, dell’università di Cambridge, nel Regno Unito (da dove non proviene la ricerca, primo errore del meme), ha scritto un post in cui ne spiega molto bene i punti deboli. Il primo sta nel fatto che le parole composte da una, due o tre lettere non cambiano: nella seconda frase le parole “il”, “è”, “che”, “la” e “nel” rimangono invariate, fornendo al nostro cervello molte informazioni utili per continuare la lettura. Un’altra caratteristica del meme è che nessuna parola viene storpiata in modo tale da formare un’altra parola di senso compiuto (per esempio, “deve” e “vede”). Inoltre, le lettere scambiate sono sempre vicine a dov’erano in origine: la parola “Cmabrigde” è facilmente decifrabile (specialmente se preceduta da “Uinserivtà”) ma se fosse scritta “Cgbaimrde” riconoscerla sarebbe molto più difficile. Infine, gli esempi scelti mantengono tutti gli stessi suoni delle parole originali; la “gi” di “giusto” conserva il suono dolce anche quando la parola viene storpiata in “gituso”. Il suono, insomma, è comunque importante.
In un esperimento, Twomey ha sottoposto a scansione il cervello di alcuni soggetti impegnati nella lettura, basandosi sull’esperienza dell’insegnamento della scrittura in Giappone. Fin da piccoli, i giapponesi imparano due sistemi di scrittura, il kanji, incentrato sui caratteri cinesi, e il kana, che è puramente fonetico (anche se i fonemi sono sillabe, e non suoni singoli come negli altri sistemi alfabetici). Per gli studi scientifici questo è un vantaggio, perché permette di testare in laboratorio come si comporta il cervello quando legge due diverse tipologie di caratteri senza bisogno di controllare altre variabili come le capacità di lettura o le differenze linguistiche tra un individuo e l’altro. L’ipotesi di lavoro di molti studiosi era che durante la lettura dei kanji le scansioni cerebrali avrebbero evidenziato una maggiore attività nell’area della vista, quella che estrapola il significato dal riconoscimento dei pittogrammi, mentre la lettura dei kana, in cui il significato si ottiene dal suono delle lettere, avrebbe dovuto comportare l’attivazione di un’area diversa del cervello. Dalle scansioni di Twomey, invece, emerge che le aree attivate sono sempre le stesse. Nel test, Twomey ha messo a confronto le diverse modalità di lettura di un singolo individuo abituato fin dall’infanzia a due sistemi di scrittura. Quindi ha ripetuto l’esperimento per confrontare le modalità di lettura d’individui diversi, sottoponendo a scansione cerebrale persone che leggevano in cinese e in inglese. “All’inizio pensavamo che le differenze che emergevano dalle scansioni fossero legate ai diversi tipi di scrittura”, dice Twomey. “Quando però abbiamo osservato i lettori dislessici, abbiamo visto che usavano entrambe le aree, indipendentemente dai caratteri che leggevano; probabilmente, quindi, il tipo di scrittura non c’entrava niente”.
Secondo Twomey questa scoperta è la prova che il diverso approccio alla lettura dipende dal modo in cui impariamo a leggere. Chi studia l’inglese impara a leggere con un sistema fonetico, usando rime ed esercizi basati sui suoni; il cinese invece s’impara attraverso la scrittura e l’associazione diretta tra il carattere scritto e il significato. Twomey sostiene che i lettori dislessici, sforzandosi di leggere, chiedono a più “affluenti” del cervello di aiutarli a superare le loro difficoltà, a prescindere dal tipo di scrittura che stanno cercando di decifrare. Questo è quanto emerge dalle scansioni cerebrali: nei lettori dislessici i canali usati per estrapolare il significato sono gli stessi, sia quando leggono i caratteri pittografici cinesi sia quando si cimentano con l’alfabeto fonetico. Per il cervello, dunque, non c’è nessuna differenza tra leggere parole basate sulle immagini e parole basate sui suoni; l’unica differenza è nel modo in cui siamo stati addestrati a svolgere questo compito.
Hope propone una sintesi: “Il punto chiave è che ognuno di noi usa sempre entrambi i canali”. Questa tecnologia umana, che si è sviluppata in diversi luoghi del mondo circa cinquemila anni fa, all’inizio usava sistemi simili, in cui si mescolavano elementi fonetici, pittografici e classificatori; una prima divaricazione c’è stata con l’invenzione dell’alfabeto, da cui poi sono scaturite forme diverse come il cirillico, l’arabo, l’armeno, il tibetano o l’hindi, solo per citarne alcune. Alla fine, però, a livello cerebrale, svolgiamo tutti questa strana attività più o meno allo stesso modo.
Anche se ancora non è chiaro quali possano essere le ripercussioni a livello didattico, la ricerca di Twomey mette in luce l’incapacità dei metodi didattici attuali di sondare le profondità della nostra mente. Ovviamente sappiamo trarre un significato dagli scarabocchi che vediamo sulla pagina, altrimenti non saremmo in grado di leggere. È altrettanto evidente, però, che potremmo imparare a usare più “affluenti”, come fanno i dislessici per compensare le loro difficoltà di lettura. Chissà quanta creatività si sprigionerebbe se anche i non dislessici, che imparano le lingue fonetiche attraverso i suoni, fossero incoraggiati a studiare la forma delle parole; o se chi studia i caratteri pittografici li cantasse ad alta voce e li copiasse per memorizzarli. Più cose impariamo sui misteriosi affluenti del cervello attivati dalla lettura, più potremmo scoprire metodi didattici alternativi in grado di aiutare chi non trova naturale leggere o chi non ha potuto avere un’istruzione primaria.
Uscendo dal Centre del Carme, ho visto Xu Bing davanti all’ingresso e gli ho chiesto di firmare la mia copia di Book from the ground. Lui ha sorriso e mi ha chiesto di scrivere le lettere del mio nome su un pezzo di carta e poi di riscriverle: non in linea, come imporrebbe il sistema alfabetico, ma in blocco, come nella scrittura cinese. È uno dei tanti trucchi che Xu ha escogitato per sovvertire la nostra esperienza di lettura: lo definisce “calligrafia da pennello quadrato”. Poi ha firmato il libro con un emoji: un paio di occhiali con le lenti rotonde. Ha aggiunto anche un paio di caratteri cinesi, ma non sono riuscita a capire se sono veri o se sono tratti da Book from the sky. La cosa, ne sono certa, gli avrebbe fatto piacere.
Quando mi ritrovo davanti alle diverse tipologie di caratteri di Xu Bing, l’esperienza di lettura è sempre diversa. Questo perché ho imparato a leggere con il sistema alfabetico e continuerò sempre a farlo così. Forse un giorno i bambini cresciuti con gli emoji impareranno a leggere altrettanto facilmente immagini e lettere, riportandoci all’epoca della scrittura egizia, cuneiforme o maya, dove suoni e immagini si mescolano e concorrono a produrre il significato. Xu Bing ci ricorda che leggere non è un processo impresso a fuoco nel cervello, ma che può essere sempre imparato da capo. In futuro la scrittura potrebbe assumere forme completamente nuove, oggi inimmaginabili. All’artista fanno eco gli scienziati, che ci danno un’ulteriore conferma del motivo del successo della nostra specie: il superpotere del nostro cervello sta nella sua straordinaria capacità di adattarsi alle situazioni e alle difficoltà, concedendoci dei vantaggi molto più rapidamente di quanto possa fare l’evoluzione. ◆ fas
Lydia Wilson è una ricercatrice del dipartimento d’informatica dell’università di Cambridge, nel Regno Unito. Questo articolo è uscito su Nautilus con il titolo Reading, that strange and uniquely human thing.
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Questo articolo è uscito sul numero 1395 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati