“Fa’ vivere la cultura”: è lo slogan che il 2 novembre 2020 ha accompagnato la protesta degli artisti polacchi per le strade di Varsavia. Dallo scoppio della pandemia, chi lavora nello spettacolo ha difficoltà a trovare un impiego e a guadagnarsi da vivere. A marzo il coronavirus ha svuotato i cinema, i teatri e le sale da concerto. Gli artisti allora si sono trasferiti sulla rete e hanno cominciato a esibirsi online. Ma con questo tipo di spettacoli non si guadagna abbastanza. E la gratificazione che se ne ricava non serve certo a pagare le bollette o le rate del mutuo.

Poi è arrivato l’autunno, e il governo ha vietato di nuovo tutte le iniziative culturali. Agli artisti non è rimasto che scendere in piazza. Come hanno fatto a Varsavia il giorno dei morti. “La data non è casuale, perché anche la cultura è morta”, dicono gli artisti. Che intanto hanno cominciato a cercarsi un altro lavoro.

Dal microfono al rasoio

Rafał Karwot ha tenuto il suo ultimo concerto il 7 marzo 2020. Il gruppo in cui canta, che si chiama Tabu, non ha mai riempito gli stadi, ma è piuttosto conosciuto tra gli appassionati di musica reggae. Prima della pandemia faceva 30-40 concerti all’aperto all’anno. Quando è stato annunciato il lockdown, erano in pochi a illudersi che i festival estivi si potessero salvare. E infatti non è successo.

“Ci hanno proibito di suonare, dovevamo starcene a casa. All’inizio non sembrava poi così male. Ho tre figli, la più piccola ha un anno e mezzo: pensavo che avrei finalmente avuto il tempo che mi era sempre mancato per la famiglia. Ma a mano a mano che il lockdown veniva prolungato, mi chiedevo sempre più insistentemente cosa avrei fatto”, racconta Karwot.

Poi, ad aprile, è andato a una festa a casa dei suoceri e ha visto uno spettacolo stupefacente: una giungla di barbe e capelli. Per la pandemia anche i parrucchieri erano chiusi. Karwot ha preso il rasoio elettrico e ha fatto la barba a una decina di parenti. Il giorno dopo ha chiamato un amico che organizza corsi di formazione per parrucchieri. Si è iscritto e ha preso a esercitarsi sui modelli. Così è passato dal microfono al rasoio.

A maggio ha cominciato a lavorare con forbici e pettine, continuando a perfezionarsi guardando i filmati su YouTube. Per quattro mesi ha lavorato in nero. Poi, all’inizio di settembre, ha installato un registratore di cassa e ha stabilito un listino prezzi. Serve solo uomini, 30-35 złoty a taglio (tra i 6 e i 7 euro). Un guadagno sicuro, anche se molto inferiore a quello che gli fruttavano le esibizioni con i Tabu.

“Quando suonavo guadagnavo in un paio di fine settimana la somma che oggi tiro su in un mese. E non è un lavoro leggero: ore e ore in piedi, sempre concentrato. L’importante è che non diminuisca la domanda. Ho circa 150 clienti, e ogni settimana ne arrivano di nuovi”, racconta Karwot. Gli chiedo che ne è della band, della musica, dei concerti. “Non so quando torneremo a suonare. Per ora ci incontriamo per provare ogni due settimane. Facciamo tutti un altro lavoro”.

Gli acquisti recitati

Attore teatrale, regista, insegnante, presentatore, direttore del Teatr Klepisko, un teatro e centro culturale nella cittadina di Kazimierz Dolny. Sono molte le incarnazioni professionali di Jan Tuźnik. È un libero professionista e come tutti i freelance deve seguire i propri affari con particolare attenzione: non basta fondare un’istituzione culturale, bisogna poi procurarsi degli ingaggi. E quando all’improvviso questi sono venuti meno, Tuźnik si è cercato un altro lavoro. Alla fine l’ha trovato, ma lontano dalla cultura e dall’arte.

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Percentuale di persone che lavorano nel settore culturale rispetto al totale degli occupati, 2019 (Fonte: Eurostat)

“Ad aprile ho guidato il taxi per una grande compagnia”, ricorda. “Ho resistito una settimana. Dovevo pagare il noleggio dell’auto e la benzina. E non c’erano molte chiamate. In 63 ore di lavoro ho guadagnato 180 złoty. Non è poco: è proprio schiavitù”.

A quel punto ha provato a fare il corriere. Faceva la spesa alla gente e gliela consegnava con l’auto. Come bonus, c’erano le poesie di Adam Mickiewicz, Kazimierz Przerwa-Tetmajer e Wisława Szymborska, registrate e inviate per email o recitate di persona a distanza di sicurezza dopo la consegna della spesa. Non voleva perdere la dimestichezza con l’arte. E poi le persone, chiuse tra le quattro mura di casa, hanno bisogno di qualcosa per lenire i tormenti dell’anima. La poesia era perfetta. Ma anche in questo caso il guadagno era quasi simbolico.

Tuźnik ha lavoricchiato per tutto aprile e maggio. Poi, a giugno, un po’ di luce in fondo al tunnel. “L’economia è ripartita. E sono tornato alle mie vecchie attività. Ho fatto esibizioni, presentazioni, un paio di pubblicità. Ma poi il virus è tornato alla carica e i riflettori si sono spenti di nuovo. E pensare che per novembre e dicembre avevo il calendario pieno. Ora mi resta solo una sessione fotografica a dicembre”, dice l’artista. Attualmente la sua principale fonte di sostentamento è la registrazione di podcast per un noto sito internet. Un’attività che gli rende circa mille złoty al mese. La vita di Tuźnik è stata sconvolta dalla pandemia. “Bisogna abituarsi a un tenore di vita più basso e mettere da parte l’orgoglio”, dice rassegnato.

Dopo la fiction

Maciej Wilewski si dà tempo fino alla fine dell’anno per trovare un nuovo lavoro. Anche per l’attore della popolare serie tv Plebania la situazione è difficile. Da marzo la vita ha disegnato per lui ruoli completamente nuovi. Un amico gli ha consigliato un’agenzia di sorveglianza. Wilewski ci ha lavorato per quattro mesi e mezzo. Giorno e notte. Per guadagnare a sufficienza a volte doveva accettare turni di ventiquattro ore. A Varsavia la vita è cara.

Poi le restrizioni sono state allentate e per qualche settimana è tornato a esibirsi in teatro. A settembre ha recitato in sei spettacoli. Il resto è stato cancellato o rinviato. Forse a gennaio qualcosa ripartirà. Ma nel frattempo? Un amico lo ha messo in contatto con una compagnia di assicurazioni.

Wilewski ha partecipato alla protesta degli artisti a Varsavia, ma non crede che il governo voglia davvero aiutare il mondo della cultura. “Non sono neppure in grado di distribuire i soldi che hanno. Le sovvenzioni sono andate ai piccoli imprenditori, mentre gli artisti non hanno visto il becco di un quattrino. Ma si sa, ci sono gli uguali e quelli più uguali degli altri. Mi chiedo solo quando potremo tornare a lavorare normalmente”, dice Wilewski.

La musica è finita

“È meglio non fare troppo affidamento sulla possibilità che il ministero della cultura spenda risorse per borse di studio per gli artisti o progetti culturali”, dice Bartosz Nazaruk, batterista dei gruppi Dagadana e Zakopower. Ha partecipato al programma Cultura in rete, grazie al quale, durante la pandemia, gli artisti potevano richiedere aiuti pubblici per iniziative culturali. “Per tre mesi ho continuato a occuparmi di musica. E avevo quanto mi bastava per pagare mutuo e bollette”.

Fino a giugno ha lavorato come corriere nell’impresa di catering di una conoscente. Faceva le consegne, ma era un lavoro faticoso: bisognava sollevare pacchi pesanti e marmitte bollenti piene di minestra. Aveva paura di farsi male e di non poter più suonare. Ma la necessità di sostenere la famiglia gli ha fatto mettere da parte ogni timore. In un mese guadagnava quello che prima prendeva con due concerti.

In autunno la situazione è addirittura peggiorata. Tutti i concerti sono stati annullati o rinviati. Bartosz non si illude di tornare a suonare prima del maggio 2021. “Anche se il governo revocasse i divieti, il pubblico non verrebbe comunque. Ha paura. Ma lo capisco. Io stesso limito i contatti personali al minimo. La cultura? Per ora non esiste. La speranza è che sia solo un periodo transitorio”, conclude. ◆ dp

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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati