Fin dall’antichità, le persone hanno cercato di trasmettere messaggi attraverso il disegno. A volte queste immagini sono immediatamente comprensibili, come le sagome di montagne o alberi su una mappa, in altri casi rappresentano concetti molto più complessi, che vanno appresi. I geroglifici egizi e i simboli matematici ne sono un chiaro esempio.
Fino a tempi abbastanza recenti, pochi di questi linguaggi pittografici riuscivano a superare i loro confini. Poi alla fine dell’ottocento è successo qualcosa di straordinario: è nato un movimento che mirava a creare pittogrammi riconoscibili ovunque, al di là delle differenze culturali. Era un’idea rivoluzionaria: usando immagini standardizzate al posto delle parole, si poteva immaginare di superare del tutto le barriere linguistiche.
Uno dei primi esperimenti di creazione di un linguaggio pittografico universale si svolse nelle regioni alpine di Italia e Svizzera, quando scoppiò una vera febbre del ciclismo. I club ciclistici cominciarono a installare cartelli per avvisare i propri soci dei pericoli imminenti, come curve strette o salite ripide. Scelsero simboli grafici invece delle parole, in parte perché in quelle zone non si poteva mai sapere quale lingua parlasse un ciclista e in parte perché le informazioni dovevano essere colte in un attimo. Quando comparivano, le parole erano poche, immediate e concise: stop, pericolo, rallentare.
Intorno al 1900 i sistemi in uso erano diventati così numerosi che l’Alleanza internazionale del turismo decise di convocare una conferenza a Parigi per cercare di uniformarli. Nove anni dopo, diversi governi europei organizzarono un nuovo incontro, questa volta per creare segnali standard per il numero crescente di veicoli a motore che circolavano sulle strade. Nel 1928 entrò in gioco anche la Società delle Nazioni e nel mondo cominciarono a prendere forma i cartelli stradali convenzionali che conosciamo oggi.
Per capire quanta riflessione sia stata dedicata nel tempo ai segnali e ai simboli stradali, basta dare uno sguardo a quelli che non hanno superato la selezione. Negli anni venti del secolo scorso, i lettori della rivista svizzera Automobil Revue proposero un’intera serie di nuovi segnali stradali, ma ben pochi furono effettivamente realizzati. Alcuni erano esilaranti, come il disegno di una lumaca con un enorme sorriso, pensato per invitare gli automobilisti a rallentare. Altri erano così oscuri da risultare incomprensibili. Per esempio, nelle tortuose strade di montagna c’è la consuetudine di dare la precedenza a chi viaggia nelle carreggiate esterne, spesso affacciate su pericolosi precipizi. Come si potevano condensare tutte queste informazioni in un solo simbolo?
Il compito di creare un sistema internazionale di segnali stradali era dunque molto più complesso di quanto sembrasse. Per funzionare, i cartelli dovevano essere chiari, semplici e comprensibili a colpo d’occhio. Dovevano inoltre essere standardizzati, così da non lasciare spazio a interpretazioni ambigue.
Era solo l’inizio. Negli anni venti del novecento prese forma un’idea molto più ambiziosa: forse i simboli potevano essere usati per comunicare informazioni che andavano oltre le regole della strada e diventare un linguaggio vero e proprio, capace di eliminare del tutto il bisogno delle parole. Questo almeno era il progetto del filosofo e sociologo austriaco Otto Neurath, uno dei pensatori più influenti del ventesimo secolo. Neurath fu il fondatore del Museo della società e dell’economia di Vienna, creato dopo la prima guerra mondiale. La sua missione era educare uomini e donne comuni sulle grandi forze economiche che stavano plasmando le loro vite.
Quando Neurath mise in piedi il suo museo, si trovò subito davanti a un problema enorme: quello della comunicazione. Lasciata in mani inesperte, l’economia non è solo un argomento complesso, ma anche potenzialmente noioso. È impossibile capirla davvero senza consultare lunghi elenchi di statistiche e pochi sono disposti a passare lunghe ore a studiare tabelle di numeri.
La soluzione di Neurath fu reinventare il grafico a barre usando immagini degli elementi misurati. Se le statistiche riguardavano le automobili, usava immagini di automobili. Se illustravano i tassi di natalità, disegnava dei neonati: più neonati comparivano sul grafico, più alto era il tasso di natalità. Oggi sembra ovvio, ma prima non ci aveva davvero pensato nessuno.
Pian piano Neurath cominciò a stabilire una serie di regole per tutti i suoi diagrammi. Decise che, come i segnali stradali, ogni grafico doveva trasmettere le informazioni a colpo d’occhio. I pittogrammi dovevano raffigurare archetipi facilmente riconoscibili: l’operaio, il contadino, il soldato, il bambino a scuola. Ciascuno era disegnato secondo dimensioni e forme standard, in modo da trasmettere il massimo delle informazioni nel modo più immediato possibile.
Se Neurath si fosse fermato qui, il suo sistema sarebbe passato alla storia come una piccola innovazione nel campo del disegno grafico. Ma lui fece un passo avanti: in quasi vent’anni, insieme ai suoi collaboratori, accumulò un’intera biblioteca di simboli standardizzati che rappresentavano tutto, dai polli e i cavalli alle fabbriche e gli ospedali. Neurath si chiese se questi simboli potessero uscire dal museo ed essere usati nel mondo reale e diventare un linguaggio internazionale d’immagini.
In un momento d’ispirazione, il filosofo chiamò la sua raccolta di immagini “International system of typographic picture education”, abbreviato in Isotype e anche noto come “metodo viennese”. Scrisse un libro sull’argomento e cominciò a diffondere il suo sistema nel resto del mondo. Come osservava già nel 1935, le applicazioni dell’Isotype sembravano infinite, soprattutto in un’epoca in cui i viaggi internazionali diventavano sempre più comuni. “Un uomo che arriva in un paese straniero senza conoscere la lingua non sa dove prendere il biglietto in stazione o al porto, dove lasciare i bagagli, come usare il telefono pubblico, dove si trovi l’ufficio postale. Ma se accanto a parole incomprensibili trova delle immagini, queste lo mettono sulla strada giusta”.
Neurath mirava a qualcosa di molto più grande del semplice aiuto ai turisti per trovare un telefono. Per lui le immagini erano pure e limpide: riuscivano a trasmettere informazioni complesse in modo molto più efficace delle parole, senza portarsi dietro un peso storico o metaforico. Soprattutto, potevano essere capite da persone di qualsiasi cultura, a prescindere dalla lingua che parlavano. Uno dei suoi motti preferiti era: “Le parole dividono, le immagini uniscono”. Ciò che Neurath sperava di ottenere non era solo un linguaggio globale, ma un vero e proprio modo di pensare universale.
I cartelli stradali dovevano essere comprensibili a colpo d’occhio ed essere standardizzati, così da non permettere interpretazioni ambigue. Era solo l’inizio
Neurath è morto nel 1945, ma i princìpi che aveva stabilito sono diventati le basi del design dei pittogrammi in tutto il mondo. Nel periodo postbellico si sono susseguite diverse ondate di innovazione. Alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 furono creati nuovi simboli per rappresentare i diversi sport. Nel 1968, l’Associazione degli aeroporti tedeschi sviluppò un sistema di pittogrammi per i viaggi internazionali, poi adottato in tutto il mondo. Oggi le immagini standardizzate sono usate ovunque, dai simboli per il bucato alle istruzioni di assemblaggio dei mobili.
Negli ultimi decenni i pittogrammi sono penetrati anche nella nostra vita emotiva. Già nel 1982 lo scienziato informatico Scott Fahlman notò che i tentativi di umorismo scritti sulla bacheca della sua azienda erano spesso fraintesi. Propose ai colleghi di aggiungere segnali emotivi ogni volta che cercavano di essere divertenti: il simbolo :-) dopo ogni battuta ricordava un volto sorridente, e :-( serviva per comunicare informazioni tristi o serie. Erano nati gli emoticon
L’idea ebbe subito successo e si diffuse rapidamente. Presto diverse aziende di software negli Stati Uniti e in Giappone cominciarono a inserire vere e proprie icone di faccine sorridenti e tristi nelle liste dei caratteri tipografici. Poi fu creato un intero set di emoticon per esprimere ogni emozione, dal disappunto al desiderio. Oggi ogni smartphone dispone di una vasta libreria di pittogrammi che include non solo immagini standardizzate di persone e oggetti, ma anche simboli emotivi come cuori e faccine sorridenti. Sempre più spesso, le persone si scambiano messaggi senza scrivere nemmeno una parola. Il sogno di un linguaggio universale fatto di immagini si è dunque finalmente realizzato? Possiamo buttare via i dizionari e affidarci solo ai simboli?
Non proprio. Anche nei sistemi di simboli più diffusi c’è ampio margine per problemi e fraintendimenti.
Prendiamo i segnali stradali. L’obiettivo di tutte le conferenze internazionali, tenute prima dalla Società delle Nazioni e poi dalle Nazioni Unite, era creare un unico sistema, identico ovunque nel mondo. Peccato che, proprio mentre gli europei cent’anni fa sviluppavano i loro cartelli, gli statunitensi stessero elaborando uno schema completamente diverso, con colori, forme e immagini differenti. Nonostante ripetuti tentativi di conciliare i due sistemi negli ultimi cento anni, il sogno di una lingua unica della strada non si è mai concretizzato.
C’è poi il problema di stabilire se la standardizzazione delle immagini sia possibile o addirittura auspicabile. Nel 1931 lo storico francese Lucien Febvre sosteneva che la ricerca di immagini universali di Neurath appiattisse le irripetibili voci locali e individuali. Con lui concordava Rudolf Modley, un tempo beniamino di Neurath e poi fondatore dell’azienda di design statunitense Pictorial Statistics. Modley scrisse nel 1937 che i tentativi di Neurath di evitare una sorta di torre di Babele delle immagini erano utopici. Un’immagine statunitense di un contadino, osservava, è per sua natura diversa da un’immagine cinese dello stesso soggetto: “È evidente che tali simboli devono essere creati tenendo conto del pubblico specifico”.
Questo ha conseguenze concrete nel mondo reale. Quando nel 1949 le Nazioni Unite cercarono di concordare un simbolo universale per il “pedone”, l’immagine scelta fu la silhouette di un ometto con giacca e cappello di feltro. Già all’epoca molti protestarono: quell’omino non somigliava ai pedoni dei loro paesi, che non indossavano tutti giacca e cappello. Negli ultimi anni sono emerse altre critiche: perché il pedone deve essere per forza un uomo? Perché sui cartelli non compaiono donne? Il risultato è che, anche se sulla carta esiste un simbolo internazionale, nella realtà i segnali dei pedoni nel mondo sono tutti diversi. Alcuni indossano pantaloni, altri gonne; alcuni hanno linee spigolose, altri forme morbide e tondeggianti. Se questo è un linguaggio internazionale, ha certamente infiniti dialetti.
Anche gli emoji dei nostri telefoni possono risultare ambigui. Secondo Naomi Baron, professoressa di linguistica alla American university di Washington negli Stati Uniti, non c’è alcuna garanzia che le immagini che ci scambiamo comunichino davvero ciò che intendiamo. “Se ti mando un messaggio che mostra solo una persona a letto, sto dicendo che vado a dormire? Che dovresti farlo tu? Che sto per comprare un letto? Che sono in ospedale? Si scopre che, come le parole, le immagini dipendono dal contesto per essere interpretate correttamente”.
Inoltre, diversi utenti usano gli emoji in modi differenti. Tua nonna potrebbe interpretare l’emoji della melanzana in modo completamente diverso da te: per lei è cibo, per te è sesso. Lo stesso vale per l’emoji della pesca, usato così spesso per indicare i glutei che nel 2016 Apple l’ha ridisegnato per farlo sembrare meno simile a un fondoschiena. Insomma, perfino il linguaggio degli emoji ha il suo slang.
Non è semplice decidere se dispiacersi per la nostra incapacità di creare un sistema comune o gioire della nostra infinita capacità di varietà e reinvenzione. In ogni caso, sembra che la ricerca di un linguaggio universale di immagini non riuscirà mai a diventare davvero universale, come speravano i suoi primi pionieri. ◆ svb
Keith Lowe è uno storico e scrittore britannico, noto soprattutto per i suoi studi sulla seconda guerra mondiale. Questo articolo è uscito su Engelsberg Ideas, un periodico britannico di storia, cultura e politica, con il titolo “The dream of a universal picture language”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati