In un’acquaforte del 1692 a opera dell’incisore italiano Giuseppe Maria Mitelli, un gruppo di uomini trepidanti scruta due figure a cavallo in lontananza. Gli osservatori indicano, gridano, chiacchierano tra loro: “Eccolo là, eccolo là, tra poco la sapremo tutta!”. L’acquaforte s’intitola Il corriere in lontananza aspettato dagl’appassionati di guerra. Il gruppo non riesce a mettersi d’accordo: i due cavalieri sono francesi, tedeschi o spagnoli? Sul lato s’intravede quella che potrebbe essere una città fortificata, evocando il mondo di battaglie e assedi che il corriere (insieme al suo compagno di viaggio) farà rivivere. Ha attraversato di corsa la campagna sfidando attacchi e malattie per consegnare la posta: tutti sanno che le sue notizie saranno fresche. Potrebbero portare fortuna o annunciare disastri. Il denaro passa già di mano: alla gente piace scommettere sulle notizie.

Nell’Europa della prima età moderna, i corrieri erano il simbolo di un continente sempre più collegato. Viaggiavano velocemente su strade sempre migliori ed erano diventati più affidabili, con le bisacce che a ogni tappa passavano a un nuovo cavaliere pronto a proseguire il viaggio. Grazie agli orari prestabiliti, era possibile seguire il tragitto di una lettera in tutto il continente, da una locanda all’altra, da una città all’altra, da una stazione di posta alla successiva. Nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo, con l’apertura dei servizi postali statali ai privati, i volumi della corrispondenza aumentarono vertiginosamente. I vecchi sistemi medievali, che si affidavano a reti gestite da mercanti o dalla chiesa, oppure all’espediente di affidare la lettera a un messaggero fidato che andava nella direzione giusta, furono rapidamente superati.

Il sistema postale dell’età moderna affonda le sue radici nell’Italia settentrionale del medioevo, nelle pianure a sud delle Alpi, dove i corrieri sfrecciavano tra Milano e Venezia, Verona e Mantova, e si poteva pagare una guida per accompagnare il viaggiatore o il mercante attraverso i passi alpini. Gli intrighi politici e le esigenze commerciali richiedevano un servizio affidabile.

La rapidità di consegna della posta si deve in gran parte all’opera della famiglia Tassis, che intorno al 1290 fondò una compagnia di corrieri tra stati italiani. In seguito il successo dei Tassis determinò la loro ascesa nobiliare: diventarono la casata dei Thurn und Taxis. Volevano di prendere le distanze dalle loro origini modeste, ma le loro radici erano nella val Brembana, non lontano dalle strade che collegavano Milano e Venezia.

I Tassis cominciarono a sviluppare un sistema postale internazionale alla fine del quindicesimo secolo e sfruttarono il successo ottenuto nell’Italia settentrionale per diventare i mastri di posta e i corrieri di fiducia dell’impero asburgico. Un arazzo cinquecentesco raffigura Francesco Tassis inginocchiato mentre riceve delle let­tere dall’imperatore Massimiliano I. Francesco aveva garantito a Filippo I di Castiglia, figlio di Massimiliano, che una lettera avrebbe viaggiato da Bruxelles a Granada in quindici giorni (con tre giorni di margine in inverno). Insieme alla posta Francesco e i suoi funzionari postali potevano portare anche le ultime novità della politica: un’offerta irresistibile. Con l’appoggio degli Asburgo, scrive Rachel Midura in Postal intelligence, i Tassis “trasformarono la posta a staffetta del nord Italia in una potente rete internazionale”. La “strada italiana”, che attraversava la pianura padana, e la “strada tedesca”, che passava per Trento e raggiungeva città del nord come Anversa, Augusta e Colonia, diventarono arterie fondamentali del nascente impero postale dei Tassis. E anche quando le rivalità tra fratelli e cugini minacciarono l’impresa, la famiglia continuò a gestire stazioni di posta e dirigere uffici in città come Lione, Madrid, Augusta, Praga, Vienna e Roma. Nel 1506 impiegava quaranta corrieri solo a Bruxelles; quando si riunì il concilio di Trento per discutere il futuro della chiesa cattolica, furono proprio i Tassis a occuparsi delle comunicazioni postali.

Il primato dei Tassis non fu mai del tutto incontrastato, ma le lotte tra cugini si aggravarono con la frammentazione del potere asburgico dopo l’abdicazione, nel 1556, dell’imperatore Carlo V, ormai stanco e malato. I mutamenti politici in Spagna diedero il via a un’accurata verifica della stazione di posta di Milano, allora diretta da Lucina Cattanea Tassis, e dal suo luogotenente, il mastro di posta Ottavio Codogno: i due furono accusati di frode e negligenza, che sarebbe costata agli Asburgo l’incredibile cifra di 118mila lire. Una sorte ancora peggiore toccò al mastro di posta di Roma, Giovan Antonio Tassis, che nel 1556 fu arrestato, torturato e incarcerato per più di un anno e mezzo nell’ambito di una lotta per il controllo dei servizi postali negli stati pontifici.

Giovan Antonio fu una vittima delle “guerre postali” combattute sugli stessi territori in cui dalla fine del quindicesimo secolo le potenze europee si affrontavano militarmente per il controllo dell’Italia. Midura interpreta questi conflitti come uno scontro tra la “sovranità dell’informazione” (cioè “il diritto di stabilire un canale sicuro di comunicazione in territorio esterno”) e il “monopolio delle comunicazioni”. Gli stati – e nell’Italia della prima età moderna ce n’erano molti – non erano d’accordo sul fatto che ogni principe avesse il controllo totale dei servizi di comunicazione nel suo territorio. L’alternativa era permettere ai corrieri di altre potenze di operare all’interno di ciascun confine. In città come Ancona e Rimini, punti di consegna per la posta che viaggiava tra Venezia e lo stato pontificio, non era raro che scoppiassero risse tra i portalettere al servizio di poteri rivali. Il periodo trascorso in prigione da Giovan Antonio, per quanto duro, contribuì a consolidare il principio secondo cui corrieri e mastri di posta dovevano essere protetti da molestie e violenze; i servizi postali stranieri, scrive Midura, “erano ormai trattati come ambasciate parallele”.

Gli stati faticavano a definire il proprio ruolo in un sistema postale in rapido cambiamento. La posta privata poneva un problema: i corrieri finanziati dallo stato dovevano essere autorizzati a trasportare anche lettere per i clienti paganti? Per gli stati che sostenevano economicamente i servizi postali, la questione era delicata: il rischio di rapine aumentava, perché la posta privata spesso conteneva denaro oppure oggetti di valore, ma era anche un’opportunità, perché un servizio postale sovvenzionato dai privati avrebbe pesato meno sulle casse pubbliche.

Così con il passare del tempo il costo dell’invio di una lettera privata diminuì, permettendo a un numero sempre maggiore di persone comuni di partecipare al flusso di posta e di notizie: “Ciò che era nato come un privilegio di stato era diventato un privilegio da servizio pubblico”. Soprattutto, nella seconda metà del diciassettesimo secolo la diligenza postale, capace di trasportare i passeggeri alla stessa velocità con cui recapitava la posta, diventò un mezzo essenziale per viaggiare in Europa. L’apparato della posta – itinerari e guide stampate, locande usate come stazioni di cambio, corrieri con conoscenze locali – si adattò senza sforzo a questa nuova era del turismo e nel diciottesimo secolo sarebbe diventato l’ossatura del Grand Tour. Poste e corrieri che servivano stati e mercanti gettarono così le basi per una rivoluzione nelle comunicazioni.

Le informazioni circolavano sempre più velocemente, in Europa e non solo. Nel 1608 Ottavio Codogno pubblicò il Nuovo itinerario delle poste per tutto il mondo. L’opera celebrava il ruolo spesso ignorato del mastro di posta e riportava tempi di percorrenza, itinerari dettagliati e tabelle di consegna che collegavano città e paesi d’Europa, spingendosi addirittura fino all’India e al Guatemala. La rete descritta nel libro di Codogno – uno dei tanti manuali postali utilizzati da corrispondenti e viaggiatori nel corso del secolo – era lontanissima da quella che l’aveva preceduta nel medioevo. C’erano stati momenti in cui il flusso si era interrotto o era stato deviato: la guerra dei trent’anni (1618-48), per esempio, devastò l’Europa centrale e fece crollare l’intera infrastruttura dell’informazione. Le potenze che firmarono la pace di Vest­falia nel 1648 si trovarono così a doverne costruire una nuova. Nel diciottesimo secolo, gli eredi di Codogno potevano ormai riconoscere che le rotte stabilite da mastri e mastre di posta d’Europa erano diventate le fibre vitali dello stato illuminista.

Nell’Europa della prima età moderna, i corrieri erano il simbolo di un continente sempre più connesso. Si spostavano su strade sempre più sicure ed erano diventati più affidabili

Nella prima età moderna, la velocità delle informazioni coincideva necessariamente con quella di chi le trasportava. Un cavallo che nel 1425 collegava le tratte tra le stazioni di posta dei Tassis viaggiava a poco meno di 15 chilometri all’ora. A quella velocità, l’animale poteva resistere per circa un’ora e mezza prima che il rischio di stress termico e di danni alla milza diventasse un serio ostacolo. I piccioni viaggiatori raggiungevano una media di circa 25 chilometri all’ora. Nonostante questi limiti, il flusso delle informazioni stava accelerando. Per chi viveva a Londra alla metà del diciassettesimo secolo, le notizie impiegavano sei giorni ad arrivare da Edimburgo, undici da Parigi, 28 da Venezia e 44 da Lisbona. La velocità aumentava perché i sistemi erano più efficienti: strade migliori, collegamenti più diretti, staffette organizzate per eliminare i tempi morti e una maggiore protezione per i corrieri. Le note di spedizione firmate alla partenza da una stazione di posta e le ricevute compilate all’arrivo permettevano ai mastri di posta d’individuare ritardi e interruzioni, e di attribuirne la responsabilità. L’influenza dei Tassis e di altre famiglie potenti contribuì all’efficienza della rete; i Fugger, banchieri di Augusta, investirono in proprio per migliorare le strade di collegamento.

Nei periodi della peste, le restrizioni potevano limitare gli spostamenti dei corrieri o rallentarli mentre passavano per le procedure di disinfezione, come l’aspersione delle lettere (o dei corrieri stessi) con l’aceto. Durante le pestilenze più virulente, negli anni settanta del sedicesimo secolo, i sovrani dell’Italia settentrionale protestavano per i vincoli imposti ai corrieri, considerati lavoratori essenziali ai quali bisognava consentire di muoversi anche quando città e paesi erano in quarantena. Il brigantaggio (detto svaligiamento) era una minaccia costante sulle strade dell’Italia settentrionale, dove banditi con barbe o baffi finti e maschere di cuoio prendevano di mira le rotte note per essere battute da corrieri che trasportavano oggetti di valore. Sappiamo che nel 1587 un corriere di Mantova fu derubato: portava con sé “un pappagallo d’oro con molte gemme e perle, una cintura d’oro, una grande quantità di cucchiai e forchette d’argento, molti diamanti e splendidi rubini in una piccola scatola, un piatto d’argento di circa sei chilogrammi, alcune collane d’oro, due brocche d’argento e una buona quantità di monete mantovane”.

Le informazioni viaggiavano veloci, ma non in totale libertà. In un’Europa divisa dalla religione e segnata dalla guerra la sorveglianza dei servizi postali era inevitabile, e i funzionari delle poste consolidavano la loro supremazia anche stringendo un patto faustiano con i sovrani che li ingaggiavano: lasciateci costruire per voi un servizio postale efficiente e gestirlo in vostro nome, e noi vi aiuteremo a controllare le informazioni che transitano. Era l’epoca dei cabinet noir, le camere nere: uffici postali illegali in cui le lettere venivano aperte e lette di nascosto. Il sigillo di ceralacca, che avrebbe dovuto garantirne l’inviolabilità, poteva essere modellato con il mercurio, sciolto con il vapore e poi ricostruito dopo la lettura. Alcuni mittenti reagirono usando la tecnica nota come letterlocking, che permetteva di piegare la carta in modo tale da rendere impossibile aprirla senza lasciare tracce di manomissione.

In realtà, chi scriveva dava per scontato che la posta sarebbe stata letta. Abbiamo la testimonianza di una corrispondente francese del diciassettesimo secolo: si rivolgeva direttamente alla persona che immaginava stesse spiando le sue lettere, con la richiesta sarcastica di rimetterle almeno nelle buste prima d’inoltrarle. Altri mittenti ricordavano ai destinatari di tacere su argomenti che potessero attirare l’attenzione di un intercettatore dei Tassis. Midura conclude che “un sistema organizzato d’intercettazione, lettura e analisi delle comunicazioni era già in funzione molto prima del diciottesimo secolo”, da quando se ne hanno notizie d’archivio più certe: fin dai primi anni del nuovo sistema, la posta privata era raramente privata.

I corrieri recapitavano notizie non solo con i plichi sigillati, ma anche a voce. Diffondevano pettegolezzi, indiscrezioni e novità politiche tra città e stati, agenti di una vasta infrastruttura dell’informazione che operava al di là delle lingue e delle frontiere. L’autore milanese Pietro Verri scrisse nel 1764 che le notizie “ci rendono quasi concittadini di tutta l’Europa”, ma questa cultura dell’informazione abbracciava un mondo ancora più ampio.

Messaggi dalla Persia potevano arrivare passando per Parigi; Anversa era una fonte di aggiornamenti dall’India e dall’Indonesia; a Lisbona e Siviglia filtravano notizie dalle Americhe. Un mercante italiano ad Alessandria d’Egitto portava notizie fresche da Gedda e dal Cairo e citava informazioni raccolte dai suoi amici nel Maghreb. Gli aggiornamenti dalla Russia erano lenti e irregolari, ma sempre più spesso raggiungevano Amburgo passando per Narva e Stoccolma, per poi entrare nei circuiti informativi del resto d’Europa.

Mentre la descrizione di Midura sui sistemi postali europei di età moderna esalta il ruolo dei mastri e delle mastre di posta, The great exchange di Joad Raymond Wren presenta invece la cultura dell’informazione europea come un miracolo spontaneo: “Un vasto sistema invisibile, non concepito né costruito da alcun individuo o struttura”. Le notizie assumevano molte forme. Potevano essere parole scambiate da chi frequentava il Rialto di Venezia; si potevano ascoltare in una bottega da barbiere, in una farmacia o in una coffee house londinese; per strada si potevano sentire i titoli del giorno cantati dai menestrelli, che nei loro spettacoli pubblici trasformavano le notizie in melodie orecchiabili. Nella Madrid dei primi decenni del diciassettesimo secolo, i ciegos – i cantastorie ciechi – avevano una loro corporazione e quasi il monopolio delle notizie commerciali.

Nelle campagne, un’osteria dove si raccoglieva la posta e i viaggiatori si fermavano per un pasto o per la notte era il luogo dove circolavano le notizie più fresche; in città, ci si poteva affidare ai mercanti per avere le informazioni più aggiornate, e le borse e i mercati come quelli di Amsterdam, Anversa e Siviglia brulicavano di notizie sui prezzi e la politica. A Londra, una passeggiata nella navata della vecchia cattedrale di St. Paul permetteva di origliare notizie e pettegolezzi: nel 1628 un osservatore descrisse il rumore di fondo come “simile a quello delle api, uno strano ronzio, misto a passi, lingue e piedi: una sorta di rombo sommesso o di sussurro rumoroso. È il grande mercato di ogni discorso”.

Pierluigi Longo

Chi sapeva leggere e poteva permetterselo comprava un bollettino manoscritto. Un numero crescente di professionisti – menanti, reportisti, novellari, redattori, scribacchini, gazzettieri – offrivano un servizio in abbonamento che raccoglieva e confezionava tutte le notizie che riuscivano a reperire, inviandole regolarmente a una platea affamata d’informazioni: privati cittadini, funzionari di governo, famiglie dell’élite come i Medici e i Fugger, e perfino corporazioni. La Compagnia olandese delle Indie orientali spese 25 fiorini in bollettini nel solo 1606.

Il bollettino manoscritto, originariamente uno strumento con radici nelle città italiane del tardo medioevo, sopravvisse ben oltre l’avvento della stampa e la nascita dei giornali stampati. Era un elenco settimanale di notizie, privo di fronzoli. Uno, scritto a mano da Giovanni Sabadino degli Arienti nel 1478, cominciava così: “Ho notizie da Pistoia dal 15 dicembre al 9 gennaio 1478”, per poi elencare una serie d’informazioni da Genova e Lione. Un avviso standard conteneva le notizie principali presentate in forma telegrafica, di solito su temi di politica, guerra, commercio e diplomazia. Poteva essere personalizzato (gli abbonati al servizio di Joseph Mede nell’Inghilterra degli anni venti del diciassettesimo secolo ricevevano un messaggio introduttivo individuale che accompagnava le notizie) oppure poteva contenere informazioni riservate, come gli aggiornamenti manoscritti sui lavori parlamentari.

Il paragrafo era l’unità fondamentale della notizia. C’era poca differenza tra il formato di un foglio di notizie stampato nel diciassettesimo secolo e quello di un avviso manoscritto del quattordicesimo. Entrambi erano, come osserva Wren, un assemblaggio di notizie separate, ciascuna accompagnata da una sorta di meta­dato che indicava la data e il luogo di origine: “La genialità del paragrafo è che i dati erano di fatto etichettati con la storia della loro trasmissione”. Queste informazioni servivano a valutarne l’affidabilità: quanto erano recenti? Da quanto lontano provenivano? La fonte era attendibile? I paragrafi rendevano visibile la rete delle notizie: le stesse parole circolavano tra manoscritto e stampa e poi di nuovo nel manoscritto, mentre le informazioni sopravvivevano alla traduzione, alla comunicazione su lunghe distanze e alle barriere politiche e fisiche.

Wren sa bene che la storia della notizia non coincide con quella del giornale. La stampa fu un mezzo per diffondere le notizie molto prima dell’invenzione dei periodici: i pamphlet annunciavano eventi strani e meravigliosi, dai disastri naturali alle apparizioni di mostri marini. Nella Londra degli anni ottanta del sedicesimo secolo, John Wolfe, un tipografo che si era formato a Firenze, pubblicava a ritmo serrato delle snelle traduzioni di notizie provenienti dal continente. Nel 1571 non c’era bisogno dei giornali perché la notizia della battaglia di Lepanto arrivasse in tutta Europa: trecento pamphlet e fogli volanti stampati da Napoli a Lipsia raccontavano la storia del trionfo marittimo dei cristiani sugli ottomani.

I giornali si svilupparono e crebbero in popolarità nel corso del diciassettesimo secolo, ma non soppiantarono semplicemente i manoscritti o la trasmissione orale: attecchirono lentamente nelle città italiane, dove esisteva già una fiorente cultura della notizia; in Inghilterra il vivace mercato delle notizie stampate lasciava comunque spazio al bollettino manoscritto.

Il primo giornale periodico stampato apparve a Strasburgo nel 1605, anche se la prima copia superstite risale a quattro anni dopo. Strasburgo aveva una stazione di posta, elemento essenziale per la gestione di un giornale di successo. Nel 1619 la Frankfurter Postzeitung diventò il primo giornale postale, grazie alla posizione centrale della stazione di posta di Francoforte nel sistema europeo e al suo accesso privilegiato a informazioni aggiornate. Era gestito dal mastro di posta Johann von den Birghden, al servizio dei Tassis, che però tentarono di estrometterlo: non faceva parte della famiglia e, da luterano, non condivideva le loro simpatie politiche.

Nello stesso periodo sorsero altri giornali, soprattutto nel nord dei Paesi Bassi, dove già nel 1620 Amsterdam aveva giornali in olandese, francese e inglese. Il primo giornale in yid­dish, il Kurant, nacque in città nel 1686. Nel corso del diciassettesimo secolo furono fondati circa duecento giornali in ottanta località diverse delle terre di lingua tedesca. I Paesi Bassi, con il loro elevato tasso di alfabetizzazione e un’industria tipografica in piena espansione, diventarono secondo Wren “il luogo più saturo di notizie di tutta Europa”. Anche chi non sapeva leggere partecipava alla cultura delle notizie stampate, perché i giornali venivano letti ad alta voce in casa, in osteria, al mercato e nei luoghi di lavoro. Ciononostante, la gente continuava a informarsi attraverso una varietà di fonti diverse, stampate e no.

Pubblicazioni di vario genere erano, come osserva Wren, “fatte per essere lette in apposizione con le altre”. Lo vediamo nelle vaste raccolte di materiali informativi di persone come il cinquecentesco pastore svizzero Johann Jakob Wick, che compilò 24 volumi di lettere e illustrazioni per ballate e fogli di notizie manoscritti. Una piccola parte superstite della corrispondenza ricevuta da Andrew Ellis, vicemastro di posta al Letter office di Londra, mostra che nel 1668, nell’arco di quattro mesi, ricevette 98 pubblicazioni di notizie provenienti da Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Francoforte. Quella che potrebbe sembrare una varietà sconcertante indica in realtà “una forma intenzionale di molteplicità”. Sappiamo, dalle lamentele contemporanee sulla mole di notizie, che alcuni lettori erano disorientati dai cambiamenti: vivere in un’epoca così connessa poteva accelerare il senso di un’identità europea, di una condivisione degli stessi affari, ma significava anche essere bombardati dalle informazioni.

Di fronte a questa molteplicità le autorità politiche e religiose riflettevano sui modi migliori per tenere sotto controllo la cultura dell’informazione. Un accesso illimitato alle notizie – su sconvolgimenti religiosi, attività politiche o perfino fenomeni soprannaturali – poteva agitare la popolazione, e né sacerdoti né principi consideravano un bene la libertà generale di riferire e consumare notizie. Chi deteneva il potere era attento ai flussi informativi, e controllava sia la provenienza di notizie e voci sia chi le diffondeva. Quando era nel loro interesse interrompere o deviare quei flussi, sperimentavano dei modi per farlo.

Pierluigi Longo

La città di Ragusa – l’attuale Dubrovnik – era un punto di passaggio cruciale per le notizie che dall’impero ottomano viaggiavano verso l’Europa occidentale. Nel 1567, mentre cercava di rinegoziare i propri privilegi con gli ottomani, il senato raguseo impose pene severe a chiunque fosse sorpreso a diffondere notizie verso occidente, perché conosceva i timori del vicino imperiale riguardo alle fughe di notizie dalla città. Le autorità veneziane del sedicesimo secolo tentarono d’introdurre una censura preventiva per gli avvisi manoscritti, mentre l’Indice dei libri proibiti della chiesa cattolica si ampliò costantemente durante l’età moderna.

Negli anni novanta del cinquecento, il politico cinese Yu Shenxing si lamentava di coloro che gestivano gli uffici di notizie, i baofang, considerati avidi diffusori di disinformazione, incuranti delle esigenze dello stato.

La penisola iberica arrivò tardi alla cultura delle notizie periodiche a stampa, ma appena un anno dopo l’apparizione della prima gazzetta portoghese, un decreto reale vietò “la stampa di gazzette pubbliche con notizie dal regno o dall’estero, a causa della scarsa veridicità di molte e dello stile di tutte”. Nel tardo diciassettesimo secolo, i cronisti inglesi rischiavano di essere malmenati o di vedersi fracassare le finestre se offendevano il ministro degli esteri.

Ma le autorità potevano anche volgere a proprio vantaggio la produzione di notizie con pubblicazioni ufficiali come le gazzette nazionali, che diffondevano informazioni approvate dallo stato. Nel 1703 Pietro il Grande fondò la Vedomosti, il primo giornale stampato in russo, anche se mezzo secolo più tardi i funzionari russi si lamentavano dicendo che il potere propagandistico dell’organo di stampa statale non era stato sfruttato appieno, perché le copie del giornale “non arrivano in tutte le città dell’impero russo, e così non ovunque si sono ricevute notizie dei nostri successi militari”.

Secondo i più cinici, le notizie potevano essere (o erano già) facilmente manipolate. Un osservatore disincantato della Parigi settecentesca descriveva così il modo in cui il sistema poteva essere sfruttato dai malintenzionati:

Qualche cortigiano codardo mette certe infamie in versi e, tramite una piccola manovalanza di sgherri, le fa arrivare alle logge del mercato, tra i venditori di erbe. Dal mercato passano all’artigiano, che a sua volta le riporta ai personaggi che le hanno inventate, i quali subito cominciano a sussurrarsi all’orecchio, con la più consumata ipocrisia: “Avete letto la novità? Ve la racconto io. Tutta Parigi ne parla”.

Nella Londra dei primi anni del diciassettesimo secolo, si diceva che il diplomatico Henry Wotton si divertisse a giocare con questo sistema di fabbricazione di voci “dal basso” inviando i suoi emissari nei luoghi più pettegoli della città per diffondere malignità confezionate ad arte e poi seguirne la circolazione. Un testimone dello stratagemma di Wotton – non è chiaro se si trattasse di uno scherzo o di un esperimento – osservò: “Vidi allora quanto pochi uomini potessero regolare e creare la fama, e quanto pericolosa fosse l’influenza della fama, se non indirizzata a disegni onesti”.

Sembra di assistere a una campagna di disinformazione moderna: Wotton e i suoi collaboratori diffondevano scientemente notizie false. Ma non era un caso isolato. Lo stato russo si servì dei suoi diplomatici all’estero per far circolare la falsa notizia della schiacciante repressione della rivolta dei cosacchi di Stenka Razin, nel 1671. La London Gazette pubblicò la notizia, citando “un inviato dello zar di Moscovia” all’Aja, precisando però che non era ancora stata confermata. Il Mittwochischer Mercurius di Berlino si mostrò più apertamente scettico, scrivendo che “nessuno sa quale sia la verità in questa faccenda. Come potremmo mai, in tali circostanze, avere informazioni attendibili da Mosca, che si trova lontana settecento chilometri?”.

Altri stati mentivano per omissione: il controllo editoriale esercitato sulle gazzette nazionali limitava molto ciò che era ritenuto degno di essere stampato. Gran parte delle notizie che circolavano in forma stampata o manoscritta era esagerata o faziosa, e talvolta entrambe le cose: i resoconti del terremoto di Lisbona del 1755, che si diffusero rapidamente in tutta Europa, riflettevano le ideologie dominanti nei luoghi di pubblicazione, con i cattolici e i protestanti che interpretavano le notizie secondo le rispettive posizioni confessionali (le pubblicazioni cattoliche riportavano le intercessioni salvifiche della vergine Maria, mentre quelle protestanti osservavano che il numero di vittime della loro fede sembrava curiosamente basso), mentre un giornale scozzese insisteva sul fatto che l’intera storia fosse stata inventata dai francesi.

Prodigi, segni premonitori e disastri naturali erano comunemente riportati a mezzo stampa, e gli autori non esitavano a dare una lettura provvidenzialistica alle notizie che sembravano mostrare la mano di dio all’opera nel mondo. In alcune culture i toni erano feroci: i giornali inglesi, forgiati nei decenni turbolenti delle guerre civili e dell’interregno, erano spazi di faziosità e invettive di parte che spesso sfociavano nel personale. Théophraste Renaudot, direttore della Gazette de France, scrisse nel 1632 che “la storia è il racconto delle cose accadute, la Gazette è solo il rumore che circola. La prima è tenuta sempre a dire la verità. La seconda fa abbastanza se impedisce le menzogne, e non mente nemmeno quando pubblica notizie false che le sono state date come vere”.

Secondo Wren, tuttavia, la cultura dell’informazione del diciassettesimo secolo non era un’antesignana delle fake news di oggi, costruite appositamente per confermare i pregiudizi del lettore. Questo non vuol dire che tutte le notizie fossero vere. Però gli appassionati di notizie dell’epoca erano abituati a valutare le versioni contrastanti, a tenere conto delle variabili che potevano influenzare l’attendibilità di una notizia e a cercare conferme da altre fonti. Le cronache spesso rimandavano a notizie precedenti, che venivano confermate o smentite, oppure a futuri aggiornamenti che avrebbero potuto risolvere la questione e accertare la verità. I titoli di alcune pubblicazioni contenevano formule vaghe come “La grande probabilità della veridicità delle ultime nuove”. Anche se la satira derideva l’inaffidabilità delle notizie, esisteva un controllo dei fatti incorporato nel flusso dell’informazione, perché era la cultura dell’informazione stessa a fornire ai lettori e agli ascoltatori gli strumenti per esercitare lo scetticismo.

La nuova infrastruttura delle comunicazioni creò nuove forme di comunità, anche se non semplicemente nazionali, o almeno non ancora: nel cuore del territorio dei Tassis, nell’Italia settentrionale, le identità regionali e urbane erano più radicate di qualsiasi senso d’italianità. Per Wren, la rete dell’informazione, più che internazionale, era “translocale” e “intervernacolare”. Una volta creata l’infrastruttura, le notizie erano relativamente libere di circolare senza restrizioni legate ai confini politici o alle differenze linguistiche. Questa rete capillare fu uno dei mezzi attraverso cui le persone in tutto il continente cominciarono a pensarsi come europee, e perfino a considerare “l’idea di una comunità internazionale” che era possibile avvertire senza dover passare attraverso un’identità nazionale.

Wren scrive che i sistemi postali “potevano tirare in direzione opposta rispetto alle nazioni, creando associazioni e comunità che, come le compagnie mercantili, erano fondamentalmente internazionali. In questo modo, le città resistevano agli stati”. Secondo Midura, l’infrastruttura creata da mastri e mastre di posta nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo trasformò le comunicazioni, anche se poi i funzionari postali finirono per essere estromessi dal racconto, mentre i loro sovrani si presero il merito di ogni servizio, sempre più identificato con lo stato. L’utopia di una comunità paneuropea delle notizie e dell’informazione, ammesso che sia mai esistita al di là dei conflitti e delle differenze culturali, non sarebbe mai potuta sopravvivere all’avvento delle nazioni e del nazionalismo nell’epoca successiva.

Midura e Wren ricostruiscono le reti transnazionali attraverso un meticoloso lavoro di ricerca. Attingendo a una serie di nuovi materiali d’archivio digitali, descrivono un’Europa sempre più connessa. Prestano una grande attenzione alle diverse emozioni suscitate dall’arrivo delle notizie.

In un’altra incisione, Giuseppe Maria Mitelli raffigura un venditore ambulante carico fino all’inverosimile di notizie. L’uomo mette in mostra la sua mercanzia gridando per strada: “Notizie di ogni genere a buon prezzo!”. Un cesto appeso a un braccio trabocca di fogli volanti; fogli di notizie sono appuntati agli stivali e al cappello. Notizie da Londra e da Buda, mappe dei fronti di battaglia e immagini di prodigi e meraviglie riempiono la scena. Stavolta, però, gli astanti fuggono disgustati. Un uomo si volta, coprendosi gli occhi. Il sovraccarico d’informazioni – confrontare le fonti, soppesare dicerie e pettegolezzi, l’attesa incessante di notizie più recenti che potessero raccontare una nuova versione dei fatti – doveva essere inebriante, ma anche estenuante. È facile immedesimarsi. Tra il pubblico dell’ambulante c’è un uomo che se ne sta andando, vediamo solo i suoi piedi in ritirata. Un altro si tura le orecchie: “Non voglio udir più nove, nò, nò, nò”. ◆ fas

John Gallagher è uno storico specializzato nella storia culturale e linguistica dell’Europa moderna. Questo articolo è la recensione di due libri: Rachel Midura, Postal intelligence: the Tassis family and communications revolution in early modern Europe (Cornell 2025); Joad Raymond Wren, The great exchange: making the news in early modern Europe (Allen Lane 2025). È uscito sulla London Review of Books con il titolo “Quickly quickly quickly”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati