Sono tre mesi, forse quattro, che vaga per le fitte foreste della Repubblica Centrafricana. Dall’inizio della stagione secca, probabilmente da un giorno di novembre del 2019. Zacharia, un esile allevatore nomade di quarant’anni, avvolto in una djellaba consunta, non ricorda bene, come se avesse abbastanza tempo da non doverlo contare. Un giorno all’alba ha lasciato il villaggio di Al Tomat, nel sud del Darfur, regione del Sudan devastata da decenni di guerra, di siccità e di sfruttamento eccessivo dei pascoli. Con un po’ di viveri, un kalashnikov, qualche amico e centinaia di mucche, si è messo in marcia. Le sue bestie appartengono a uomini influenti, militari, politici e commercianti del Darfur, persone ricche e non sempre rispettabili, che investono e speculano nel redditizio commercio dei bovini.
Come migliaia di altri pastori peul, Zacharia deve far fruttare il suo capitale a quattro zampe – farlo ingrassare, mantenerlo in buona salute, proteggerlo dai predatori e garantirne la riproduzione – nel corso di transumanze tanto faticose quanto pericolose. A piedi o a dorso d’asino, i pastori come Zacharia si spostano in cerca di pascoli sempre più a sud, dove la savana con le sue radure erbose cede il passo a foreste dense e umide attraversate da fiumi. Ora si trovano nella riserva naturale di Chinko, nella Repubblica Centrafricana, 1,7 milioni di ettari in una delle più vaste regioni del mondo ancora prive di villaggi, strade e campi coltivati. Un ambiente naturale di transizione tra due ecosistemi che non ha uguali secondo i pochi biologi che si sono avventurati in questa boscaglia maestosa dell’Africa centrale, descritta già nell’ottocento da alcuni esploratori, schiavisti, coloni e scienziati. Oggi gli uomini che si spingono in questi luoghi non si separano dalle loro armi, usate per difendersi dai gruppi armati, per tentare estorsioni o per cacciare di frodo.
“Le milizie centrafricane ci danno la caccia per prenderci le mucche e il latte e per farsi pagare un pedaggio. Ci attaccano anche quando sono peul come noi. La vita qui è sempre più difficile”, si lamenta Zacharia, con il viso avvolto in una sciarpa per ripararsi dagli insetti. “Ma nel Darfur non c’è più erba e anche l’acqua è quasi finita. Così veniamo comunque a passare la stagione qui”. Dalla sua tenda, una tela lacera tenuta da qualche pezzo di legno, può godersi il meraviglioso balletto di cefalofi, scimmie, facoceri e uccelli dai colori vivaci. Ma resta sempre vigile, perché anche i leoni apprezzano una mandria come la sua.
La sua contemplazione è brutalmente interrotta dal rombo di un elicottero che sorvola la zona prima di atterrare in una radura vicina. Dal frastuono del rotore e dal turbinio di foglie e polvere escono alcuni individui equipaggiati con radio e telefoni satellitari all’avanguardia. Si rivolgono a Zacharia e lo informano che si trova in una zona vietata, la riserva naturale di Chinko, sorvegliata e protetta dall’African parks (Ap), un’ong sudafricana. L’allevatore ascolta il discorso severo che gli viene propinato dagli uomini bianchi – tradotto da alcuni dipendenti locali dell’Ap – sulla necessità di proteggere gli splendori di questo ecosistema minacciato dallo sfruttamento eccessivo dei pascoli, di cui sarebbe uno dei responsabili. È sbigottito: perché impedire alla gente di andare in giro in questa foresta frequentata per secoli da cacciatori, raccoglitori e nomadi che vivono delle sue risorse? Sono due visioni del mondo che non riescono a confrontarsi e non si capiscono affatto.
Per ora Zacharia e i suoi compagni sono considerati semplici allevatori transumanti, anche se nessuno ignora la loro tendenza al bracconaggio. Domani se non saranno andati via saranno considerati criminali e dovranno fare i conti con un commando armato dell’Ap, formato da ranger addestrati da ex membri delle forze speciali europee. Gli allevatori se ne vanno senza opporre resistenza, spaventati all’idea di veder tornare l’elicottero.
Qualche giorno fa, il 10 febbraio, questi soldati al servizio della natura non hanno esitato a distruggere un accampamento di bracconieri che non volevano andarsene. Secondo un rapporto delle autorità centrafricane, sei asini e due mucche sono stati abbattuti nel corso dell’operazione. Una punizione umiliante inflitta dall’Ap. L’organizzazione si considera in guerra contro chiunque minacci la foresta di Chinko.
Passare all’azione
“Possibili infiltrazioni di pastori transumanti”, “volo di ricognizione per identificare le mandrie”, “elementi di gruppi armati individuati alle nostre frontiere”, “fumo sospetto a nord”. Nella piccola e ben protetta sala di controllo le carte satellitari si susseguono sui monitor. Siamo nel centro nevralgico di Kocho, il quartier generale dell’Ap a Chinko, a 300 chilometri di pista dalla città più vicina, Bakouma, un centro minerario abbandonato. In una stanza in penombra alcuni uomini in mimetica sorvegliano in tempo reale qualunque presenza sospetta nel parco, eventuali incendi e gli spostamenti delle loro squadre a piedi, in elicottero o in aereo ultraleggero.
Una di queste squadre, che doveva raggiungere degli allevatori e dei bracconieri nel quadro di un’“operazione di sensibilizzazione”, ha appena inviato un allarme: non è stata accolta bene e teme per la sua sicurezza. Il responsabile della lotta antibracconaggio, un pensionato dell’esercito belga di sessant’anni che ci dice solo il suo nome, Mario, passa subito all’azione: “Gli faremo vedere che non scherziamo”, dice imbracciando uno dei 120 kalashnikov stoccati nell’armeria accanto ai fucili d’assalto e alle pelli sequestrate. Si precipita nell’elicottero seguito da dieci ranger, per andare ad affrontare queste “teste calde” che finiranno per volatilizzarsi nelle profondità della foresta.
A parte queste guardie centrafricane in uniforme impeccabile, che all’alba intonano sull’attenti l’inno nazionale prima di fare il saluto alla bandiera in un piazzale di terra battuta pieno di fuoristrada e di camion ammaccati, i responsabili sono tutti occidentali e abituati alla realtà dei conflitti che devastano il continente. Sono ex militari, tra cui alcuni esperti di servizi segreti, ex dipendenti di organizzazioni umanitarie, esperti di logistica ed ecologisti convinti. Appassionati della savana bianchi, venuti da lontano, determinati ed efficaci, ma a volte rudi.
Convinti della legittimità della loro missione, sono intransigenti e pronti a fare di tutto per salvare i grandi mammiferi selvaggi la cui vista continua a meravigliarli. “Più che il cambiamento climatico, la minaccia principale per Chinko è lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, le centinaia di migliaia di mucche inadatte a questo ambiente. Già le giraffe sono scomparse, come i rinoceronti. Restano solo una sessantina di elefanti, mentre ce n’erano 40mila negli anni ottanta. Questi animali hanno una funzione fondamentale per permettere all’ecosistema di sopravvivere”, avverte Thierry Aebischer, responsabile della ricerca per l’Ap a Chinko. “Se non ci fossimo noi e se non usassimo la forza, la situazione precipiterebbe e scomparirebbe tutto. Ci siamo dovuti battere duramente e non è finita”.
Il vuoto dello stato
Aebischer, un giovane ed elegante biologo svizzero di 34 anni, si distingue per la sua erudizione scientifica e per la devozione alla riserva naturale. È arrivato qui ancora prima dell’Ap, nel 2012, da Friburgo, la sua città di origine. Da allora studia l’ecosistema e registra minuziosamente le specie che osserva a occhio nudo con l’aiuto di centinaia di videocamere speciali disseminate nel parco. “Questa foresta è una delle più incontaminate e ricche del mondo. Ho recensito 90 specie di mammiferi sopra i 100 grammi, tra cui il licaone, a rischio di estinzione, e 447 tipi di uccelli, metà dei quali erano sconosciuti in questa regione dell’Africa”, si entusiasma il ricercatore, che a Chinko incarna la memoria della lotta per la conservazione della biodiversità.
La storia dell’African parks, un’organizzazione straniera che regna su un territorio un po’ più grande della metà del Belgio, nel cuore dell’Africa, non lascia indifferenti. Nel 2014 lo stato centrafricano, in pieno disfacimento, gli ha in un certo senso delegato la sovranità su questa regione. “Il vuoto lasciato dallo stato ha avvantaggiato soprattutto le bande armate e i conservazionisti dell’Ap”, spiega Thierry Vircoulon, ricercatore associato dell’Istituto francese di relazioni internazionali. “Chinko è diventata il simbolo di una nuova tendenza, che vede i conservazionisti schierarsi nelle zone di conflitto che sfuggono al controllo del potere centrale”.
D’accordo con le autorità della capitale Bangui, l’Ap s’incarica di far applicare a Chinko la legge centrafricana nella sua interpretazione più rigida. Ha condotto operazioni di spionaggio, inchieste di polizia giudiziaria e arresti, e mantiene un contingente di una cinquantina di ranger. Inoltre controlla lo spazio terrestre e aereo, protegge i 700 chilometri di frontiera della riserva e la foresta, che si trova tra il nord della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e il Sud Sudan.
Nella sala operativa Mario, il colorito grigio come i suoi lunghi capelli, non ha un momento di riposo: “I pastori peul hanno capito quali sono i nostri punti deboli. Sanno che abbiamo pochi uomini nelle zone orientali e occidentali del parco, e hanno cominciato gradualmente a occupare il nostro territorio”. A preoccuparlo sono anche gli spostamenti di un signore della guerra locale che si è convertito alla caccia di frodo. L’uomo smercia la sua produzione a Bangassou, nel più grande mercato di carne selvatica della regione, a due giorni di strada dalla base dell’Ap, o dall’altra parte del fiume Mbomou, nell’Rdc. Sono mesi che Mario è sulle sue tracce.
Un altro problema è che il contingente di ranger si è ridotto in seguito a un ammutinamento nel maggio del 2019. Reclamando migliori condizioni di lavoro e un aumento dei salari, diverse guardie hanno chiesto, con le armi in pugno, l’allontanamento del tenente centrafricano inviato a Chinko dal ministero delle acque e delle foreste. La direzione ha dovuto intervenire “per evitare un possibile disastro”, secondo un rapporto interno, e ha mandato via il tenente. “A Chinko l’Ap si è resa conto che non riesce a controllare i suoi uomini. I rapporti con il personale locale restano tesi”, osserva un diplomatico europeo di stanza a Bangui. Una parte dei dipendenti ribelli è stata licenziata. Sicuramente per reazione alcuni si sono uniti ai gruppi armati che pullulano in questa regione difficile del paese, soprattutto dopo la crisi politico-militare del 2013.
Dieci elefanti al mese
La riserva naturale si estende su quattro ex zone di caccia create nel 2008 dalla società di safari Central african wildlife adventures (Cawa), fondata da Erik Mararv, rampollo di una famiglia svedese che si trasferì nella Repubblica Centrafricana verso la metà degli anni settanta. All’epoca la caccia agli elefanti, ai leoni, ai bongo e agli eland di Derby, le più grandi antilopi africane, attirava i ricchi occidentali appassionati di caccia grossa e di trofei (al prezzo di circa 20mila dollari ad animale, 18.600 euro). A questi si aggiunsero altri amanti della selvaggina: le orde di guerrieri sudanesi che cacciavano a cavallo con armi pesanti. Così gli animali cominciarono a diminuire e alcuni scomparvero completamente dalla foresta di Chinko.
“All’epoca uccidevo dieci elefanti al mese con un fucile tradizionale, poi con il kalashnikov come i sudanesi. Davo la carne agli abitanti dei villaggi e vendevo l’avorio ai sudanesi e ai congolesi. Avevo clienti che venivano fin dalla Nigeria per rifornirsi e rivendere la merce ai cinesi. Vivevo bene”, racconta François Zizunga, leggenda locale della caccia, ormai quasi centenario secondo i suoi calcoli. “Poi ho cominciato a cacciarne solo due al mese, poi più niente. I sudanesi li hanno massacrati. Gli elefanti hanno lasciato la foresta e i nostri figli non sanno nemmeno come sono fatti”. Zizunga e i sudanesi non hanno risparmiato neanche gli ippopotami, i cui denti sono ancora molto ricercati dai trafficanti internazionali di avorio. Le pelli di leopardo si vendono ancora a più di 500 dollari l’una. I notabili della Repubblica Centrafricana, dell’Rdc e del Sudan ne vanno pazzi.
A Bangui il nuovo presidente si rivelò incapace di contenere la spirale di violenza
Ai bracconieri sudanesi si aggiunsero le milizie dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), un movimento politico-mistico ugandese fondato nel 1988, il cui obiettivo era rovesciare il presidente Yoweri Museveni per instaurare un sistema di diritto divino. Al riparo nella foresta i componenti di questo gruppo settario millenarista si spostavano tra la Repubblica Centrafricana, l’Rdc e il Sud Sudan seminando il terrore nei villaggi, massacrando e sequestrando uomini, donne e bambini per farne portatori, schiave sessuali o bambini soldato. Questi crudeli tongo-tongo, come sono chiamati qui, si dedicavano anche al bracconaggio e al traffico d’avorio. Le zone di caccia dei Mararv, teatro di conflitti sanguinosi dove l’ambiente era saccheggiato, diventarono impraticabili. “Era urgente trovare una soluzione”, ricorda il biologo Aebischer. “Nel 2012 i leoni erano quasi scomparsi e i gruppi armati avevano creato il caos”.
Così i Mararv decisero “di mettere fine alla caccia e di convertirsi alla protezione delle specie animali. Ripartirono da zero in un contesto sempre più teso che metteva a rischio la sicurezza”, racconta Ulrich Frédéric Lambé Zanza. Insieme ad altri funzionari, questo colonnello alle dipendenze del ministero centrafricano delle acque e delle foreste alla fine del 2013 accettò di creare una riserva nazionale, il Progetto Chinko, gestito da un’associazione locale diretta sul posto da Erik Mararv e dal suo socio David Simpson, avventuroso pilota britannico coinvolto in uno squallido caso di omicidio legato alla stregoneria che gli costò un breve soggiorno in prigione a Bangui. “Dalla sua cella, dove era riuscito a far entrare un telefono, David ideò la strategia per salvare Chinko”, dice Aebischer ancora oggi in tono ammirato.
Il gruppo si lanciò quindi nella costruzione di quello che è diventato il campo Kocho. Una fortezza tirata su alla bell’e meglio e in seguito dotata di edifici in cemento. Una base per lottare contro dei nemici della natura armati in modo più pesante. I soldati dell’esercito ugandese furono tra i primi visitatori. Accompagnati dalle forze speciali statunitensi, moltiplicarono le incursioni per catturare il “profeta” Joseph Kony, il capo dell’Lra.
In seguito arrivò un altro gruppo violento, la Séléka. Nel 2013 questa coalizione di movimenti ribelli musulmani – minoritari nella Repubblica Centrafricana (il 10 per cento) e sostenuti dal dittatore sudanese Omar al Bashir – andò alla conquista di Bangui. Nel marzo di quell’anno il presidente e primo pastore della chiesa del cristianesimo celeste, François Bozizé, fu destituito. L’autocrate decaduto si esiliò in Uganda dal suo alleato Museveni, che continuò invano la caccia al capo dell’Lra nella regione di Chinko. A complicare questo groviglio geopolitico che somigliava sempre di più a un disastro, alcuni cristiani e animisti in cerca di vendetta formarono altri gruppi armati, gli anti-balaka, presentati come “milizie di autodifesa” e in parte finanziati di nascosto dal clan Bozizé.
A Bangui il nuovo presidente autoproclamato, Michel Djotodia, si rivelò incapace di fermare la spirale di violenza. Controllava appena il 20 per cento del paese, che sprofondava sempre di più nella guerra civile. Le forze per il mantenimento della pace inviate dall’Unione africana (luglio 2013-settembre 2014), dalla Francia (dicembre 2013-ottobre 2016) e dalle Nazioni Unite (dal settembre 2014) faticavano a ristabilire l’ordine. Così nella zona di Chinko si affermarono i gruppi armati, che saccheggiarono le miniere d’oro e di diamanti e imposero un racket spietato tra gli allevatori transumanti. Il bracconaggio diventò endemico.
Mentre la situazione sembrava fuori controllo, i responsabili del Progetto Chinko si rivolsero all’Ap, con il consenso di Bangui. Nel novembre del 2014 il presidente Djotodia concesse all’organizzazione sudafricana una convenzione per la gestione di Chinko della durata di cinquant’anni, augurandogli buona fortuna. Senza crederci troppo. L’Ap destinò 460mila dollari alla riserva naturale. L’ong con sede a Johannesburg era piuttosto nota e all’epoca gestiva già sette zone protette, 5,9 milioni di ettari nel continente africano.
L’African parks fu creata nel 2000 da alcuni conservazionisti sudafricani riuniti dal ricchissimo industriale e finanziere olandese Paul Fentener van Vlissingen. Poco importa se la reputazione di questo aristocratico, morto nel 2006, poeta a tempo perso e amante della natura, era macchiata dai suoi legami con il regime dell’apartheid in Sudafrica. In seguito a una cena di gala in presenza di Nelson Mandela, in cui fu affrontato il tema dei parchi naturali, il miliardario immaginò un nuovo modello di business della conservazione. Prevedeva la privatizzazione quasi totale delle aree protette, combinata con una forma di mercificazione della natura sfruttando il turismo d’élite e il vasto patrimonio di risorse botaniche.
Nel 2007 l’Ap fu costretta a ritirarsi dall’Etiopia, dopo aver provocato importanti spostamenti di comunità, improvvisamente private delle loro terre nel parco dell’Omo, nel sudovest del paese. Ma in Africa centrale la debolezza degli stati è sempre stata un’opportunità per gli avventurieri degli affari, che si tratti di miniere, di petrolio o di commerci di vario genere. Perché la salvaguardia della natura doveva essere da meno? Dal 2005 l’Ap gestisce il parco nazionale della Garamba, per proteggere le ultime giraffe del Kordofan, nel nordest dell’Rdc alla frontiera con il Sud Sudan, dove imperversano i miliziani dell’Lra, i banditi della savana e una miriade di gruppi armati locali.
Qui si è contenti di essere ancora vivi, si mangiano pesci e scimmie grigliate
Senza scrupoli
Questa ong particolare ha cambiato radicalmente il piccolo mondo della conservazione della natura con un approccio neoliberista basato soprattutto su collaborazioni tra pubblico e privato e su un uso senza scrupoli della forza. “L’Ap è unica, tanto nei metodi quanto nella struttura di comando, in zone infestate da vari gruppi pesantemente armati”, osserva Kristof Titeca, ricercatore all’università di Anversa. “E oggi è in prima linea in questo esperimento moderno di conservazione militarizzata”.
Il sistema dell’Ap ha sedotto banchieri, filantropi e uomini d’affari dalla reputazione non sempre cristallina, attirati dai profitti e dall’occasione di migliorare la propria immagine. In alcuni ambienti il modello dell’eroe gentiluomo, salvatore della natura in Africa, continua ad affascinare. Il principe Harry è una delle icone dell’Ap e alla fine del 2017, dopo aver lasciato l’esercito britannico, ne è diventato presidente onorario. L’organizzazione ha tra i suoi sostenitori alcune star di Hollywood, come Leonardo Di Caprio, e delle leggende della conservazione della natura come lo statunitense Mike Fay, celebre esploratore del gruppo editoriale National Geographic – aiuto logistico e sostenitore dichiarato dell’Ap – che per un breve periodo è stato anche direttore della riserva di Chinko e ha accettato senza batter ciglio di diventare il consigliere speciale del presidente del Gabon.
Dopo aver percorso 3.200 chilometri in 456 giorni nella foresta equatoriale del bacino del Congo nel 1999 per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla ricchezza di questo ecosistema, Fay sedusse Omar Bongo, il presidente del Gabon, un paese all’80 per cento ricoperto dalla foresta. Questo pilastro del dominio coloniale francese in Africa subsahariana, nella sua versione mercenaria e corrotta, accettò di trasformare più del 10 per cento del suo territorio in zona protetta. Quando il presidente morì nel 2009, il figlio e successore, Ali Bongo, continuò questa politica di conservazione considerata efficace che gli permise di ottenere dei finanziamenti e di esistere sulla scena internazionale per altri motivi oltre agli scandali per l’appropriazione indebita di fondi pubblici. Mike Fay gli faceva da consulente insieme al suo amico, il britannico naturalizzato gabonese Lee White, ex direttore dell’Agenzia nazionale dei parchi nazionali, che a giugno del 2019 è stato nominato ministro delle foreste, del mare e dell’ambiente.
“Si ha l’impressione che per questi conservazionisti l’Africa sia uno spazio senza governo e senza leggi, dove chiunque può venire e fare quello che vuole”, osserva la politologa Rosaleen Duffy dell’università di Sheffield, nel Regno Unito. “Con il suo approccio basato sulla sicurezza, l’Ap s’inserisce in una lunga storia di conservazione forzata e coercitiva in Africa e prolunga una forma di colonialismo”. L’ecologo kenyano Mordecai Ogada condivide questa analisi e critica le pratiche e i comportamenti dei salvatori della natura bianchi nei confronti di neri considerati incapaci di farlo da soli. Una pratica “coloniale” di “dominio territoriale”, che implica “sempre il controllo della terra, nel bene o nel male”.
Per il bene del pianeta
Africana e bianca, sapendo di essere particolarmente esposta alle critiche, l’African parks dichiara di agire per il bene del continente e del pianeta, in una situazione di emergenza. “Non aspetteremo per decenni che paesi come l’Rdc o la Repubblica Centrafricana si stabilizzino per salvare degli ecosistemi che stanno andando distrutti sotto i nostri occhi. Ci adattiamo semplicemente alle minacce”, sostiene Peter Fearnhead, amministratore dell’Ap dal 2007. Laureato a Oxford, questo sudafricano nato in Zimbabwe cominciò a lavorare in un grande studio di consulenza per poi passare alla South African national parks, la principale autorità del Sudafrica in materia di conservazione, e infine fondare insieme agli altri l’Ap. “Chi critica la militarizzazione dell’ong non conosce la realtà del terreno e non propone altre soluzioni per proteggere la biodiversità”, aggiunge. “Proteggere rapidamente queste zone è fondamentale sia per i governi e le popolazioni sia per gli ecosistemi”.
Dal Mozambico al Ciad, dall’Angola allo Zimbabwe, l’Ap ha moltiplicato gli accordi di collaborazione con i governi e oggi nel continente gestisce 13 milioni di ettari protetti. Per quanto riguarda Chinko, la sua estensione triplicherà fino a raggiungere 55mila chilometri quadrati, dopo che l’Assemblea nazionale centrafricana ha approvato un nuovo progetto il 15 aprile 2020. Nel frattempo l’ong riceve per la riserva aiuti finanziari dall’Unione europea (Ue) e dall’agenzia di sviluppo statunitense Usaid, che contribuiscono al suo bilancio annuale di quasi sette milioni di dollari. “Ora cerchiamo di far evolvere il suo approccio, che non deve solo concentrarsi sulla salvaguardia della natura, ma anche integrare progetti di sviluppo economico locale. Il problema però è che gli specialisti della conservazione non lo sanno fare”, dice un diplomatico dell’Unione europea.
Lo pensa anche Bokassa, che regna su una quindicina di capanne di fango ai margini di Chinko. Nato il 31 dicembre 1965, il giorno in cui Jean-Bedel Bokassa s’impadronì del potere nella Repubblica Centrafricana, ne ha ereditato il nome. “L’Ap deve offrire lavoro ai giovani”, dice. “Chinko ci dà un po’ di sicurezza, ma la paghiamo cara. Non possiamo più cacciare né pescare. E siamo invasi dalle mucche degli allevatori sudanesi, che vengono con le armi e provocano tensioni. Abbiamo già sofferto abbastanza”.
All’inizio degli anni 2010, Bokassa e gli abitanti dei villaggi scapparono alla follia sanguinaria dell’Lra, poi della Séléka e infine delle milizie disorganizzate. Saccheggi, capanne incendiate, diciotto abitanti furono rapiti dall’Lra e nessuno vuole ricordare quelli massacrati sul posto. La scuola ha riaperto solo nell’ottobre del 2019: qualche panca consumata sotto una tettoia accanto a una chiesa battista altrettanto fatiscente. “Viviamo tutti in povertà, è difficile anche trovare dei vestiti”, osserva Bala Alfonso, vecchio maestro sdentato con il fiato che puzza di alcol.
Qui si è contenti semplicemente di essere ancora vivi, si mangiano pesci e scimmie grigliate accompagnati da liquori di bacche che fanno dimenticare la miseria e l’inattività. Alcuni giovani si sono uniti alle milizie anti-balaka. Altri guadagnano qualche franco Cfa vendendo carne adulterata o si rompono la schiena nei “cantieri”, soprannome dato alle miniere d’oro artigianali di Chinko. I cacciatori del villaggio aspettano che l’Ap, principale datore di lavoro della regione, li assuma come cuochi, guide ecologiche o ranger.
La storia di Bienvenue Ndonondo, 48 anni, li fa sognare. Passato attraverso la prigione per detenzione di armi da guerra, per un breve periodo rapito dall’Lra, ferito al braccio da un elefante, questo ex bracconiere famoso nella regione ha finito per cambiare campo. “Mi considero un soldato al servizio della salvaguardia della natura”, dice questo colosso pentito dallo sguardo vivace. Ndonondo è diventato una guida eccezionale, dato che conosce perfettamente i segreti e i tranelli della foresta. “Se non ci fosse l’Ap, probabilmente farei ancora il cacciatore per sfamare la mia famiglia”, ammette, comprendendo molto bene, per averlo provato lui stesso, lo smarrimento della gente del posto.
Discutere o sparare
Intorno alla riserva le popolazioni locali si sentono danneggiate e brontolano, sperando di beneficiare dei favori dell’Ap. A causa dei metodi brutali che hanno provocato morti, arresti, incarcerazioni e molte incomprensioni, alla fine del 2018 in una lettera rivolta al governo di Bangui alcune associazioni della società civile hanno definito l’Ap “un’ong predatrice” che ricorre ai “mercenari” perché la “violenza diventi un sistema di governo”.
“Meglio sensibilizzare la popolazione che fargli una guerra persa in partenza”, sottolinea Nestor Waliwa, direttore della fauna e delle aree protette al ministero delle acque e delle foreste. “Meglio discutere che sparare. L’Ap l’ha capito ed è riuscita a mettere in sicurezza il parco e a consentire il ritorno progressivo dei grandi mammiferi. Ora deve occuparsi delle persone”. L’Ap non ha altra scelta che contribuire allo sviluppo di una regione dimenticata da Bangui.
L’ong ha previsto di creare dei corridoi per far sì che i quasi centomila capi di bestiame che ormai circondano Chinko diventino un vantaggio economico. “Non fermeremo la transumanza, è un problema regionale di competenza degli stati”, dice Olivier Blaise, il direttore belga della riserva per l’Ap. “Per quanto ci riguarda stiamo pensando di realizzare passaggi con pedaggi e attività commerciali, con zone di pascolo a pagamento per consentire alle popolazioni locali di approfittare dei benefici economici. Saremo qui a lungo, va a nostro vantaggio”. Il tempo è senza dubbio una risorsa, ma anche un rischio per la difficoltà di prevedere come sarà la Repubblica Centrafricana di domani. Il futuro di Chinko è legato alle incertezze politiche e di sicurezza di un paese dissanguato che deve organizzare un’elezione presidenziale nel 2020, senza sapere come fare. I bracconieri, i miliziani, gli allevatori armati e i mercenari che imperversano nella regione non votano e si rigenerano a ogni crisi politica. L’esercito centrafricano conta solo quattromila soldati operativi e male equipaggiati. Un solo gruppo armato ne ha di più.
◆ Un’inchiesta pubblicata a marzo del 2019 sul sito BuzzFeed ha accusato l’ong internazionale World wide fund for nature (Wwf) di aver finanziato e appoggiato guardie impegnate nella lotta contro il bracconaggio in parchi nazionali dell’Africa e dell’Asia, che avrebbero torturato e ucciso diverse persone. Il Wwf ha fatto sapere di aver commissionato un’indagine indipendente sulle accuse. Secondo BuzzFeed, in sei paesi, tra cui Camerun e Nepal, le guardie armate dei parchi nazionali che lavorano con il Wwf avrebbero ucciso, picchiato e aggredito sessualmente le popolazioni indigene. Inoltre il personale dell’ong sarebbe stato coinvolto in un accordo per comprare fucili d’assalto nella Repubblica Centrafricana nel 2009.
Il modello Ap, nonostante i suoi limiti e i metodi discutibili, è molto in voga presso i principali finanziatori, che attraverso questa forma di conservazione possono prendere in subappalto la delicata stabilizzazione di territori controllati dai gruppi armati, per poi pensare a eventuali progetti di sviluppo. È anche un modo per guadagnare dalla necessaria protezione della natura, dando l’illusione di pacificare zone difficilmente accessibili.
Lontano da Chinko, tra il Sahel e le coste occidentali dell’Africa, l’Ap potrebbe ritrovarsi presto a fronteggiare i combattenti jihadisti. A maggio del 2017 ha avuto in gestione per dieci anni il parco nazionale del Pendjari, nel nordovest del Benin, dove vivono gli ultimi leoni della regione. Questa riserva di 4.800 chilometri quadrati di savana erbosa e di foresta secca, vicino alla frontiera con il Burkina Faso, è diventata tristemente famosa nel maggio del 2019, quando una guida del Benin è stata uccisa e due turisti francesi sono stati rapiti. I metodi autoritari dell’Ap, poco abituata ai costumi locali, hanno provocato anche qui la rabbia della popolazione, che non può più cacciare nel parco. La conseguenza è che l’esercito del Benin ha constatato una riduzione considerevole dei suoi informatori nei villaggi. Molti hanno ceduto all’attrazione dei guadagni assicurati dai jihadisti.
Un altro passo
Più a nord l’Ap punta al parco nazionale W, a cavallo tra Benin, Niger e Burkina Faso, una zona di transito di pastori peul, contrabbandieri e jihadisti, tutti armati. Attualmente l’ong sta discutendo con l’Agenzia francese per lo sviluppo (Afd) per beneficiare di un sostegno finanziario attraverso l’intermediazione di una fondazione. L’istituzione, sotto tutela dei ministeri degli esteri e dell’economia, potrà così adottare “una strategia di riconquista che dovrebbe basarsi su una gestione delegata”, secondo una nota interna. Inoltre l’Afd cerca di coinvolgere l’Ap in una “distribuzione rapida dei redditi, per creare un’alternativa al reclutamento da parte dei gruppi armati dei giovani delusi” in questa zona di frontiera.
“L’Ap è abituata ai contesti difficili e a combattere con efficacia i gruppi armati in Africa centrale. Perché non fare lo stesso con i jihadisti? La sua capacità militare è riconosciuta in Benin e anche dagli enti europei”, dice un responsabile dei programmi di “transizione ecologica” dell’Afd. “Ma deve ancora essere verificata in modo concreto. Non esiste una soluzione ideale e ci sono pochi operatori capaci di fare questo lavoro. Siamo convinti che occupare lo spazio con organismi di salvaguardia della natura sia meglio che permettere ai gruppi armati di agire indisturbati”.
Nel frattempo dai confini dell’Africa centrale al Sahel la conservazione della natura ha compiuto un nuovo passo in avanti, e non esclude più lo scontro con nemici che combattono già gli eserciti locali e internazionali. Con il sostegno degli stati, di finanziatori privati e di naturalisti, l’African parks continua la sua conquista. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1373 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati