L’agente dell’Instituto nacional de migración (Inm), l’istituto governativo messicano per la migrazione, esce dall’ufficio con indosso metà dell’uniforme regolamentare: porta i pantaloni verde oliva e una canottiera bianca. Ci guarda dall’alto in basso, si gratta i testicoli, sposta la mano sulla barba brizzolata lunga di qualche giorno e poi torna ai testicoli. È stupito dall’arrivo di qualcuno che non sia mennonita, nero o abitante della Unión.
Nel database dell’Inm l’ufficio della Unión, una località nello stato di Quintana Roo, è registrato come un immobile a due piani con l’aria condizionata e una stanza per accogliere le persone. La realtà è che l’ufficio, a più di mille chilometri dalla capitale del Messico, è un misto tra una casa, un garage, uno studio e un pollaio. Gli oggetti tecnologicamente più avanzati sono un quaderno, un ventilatore e una penna. “Vuole andare in Belize?”, chiede l’agente. “Ma lì non c’è niente”, aggiunge. Quello che lui chiama “niente” in realtà è un paese di 370mila persone che parlano inglese e creolo, e riconoscono la regina del Regno Unito come loro capo di stato.
Nello stesso momento, dall’altra parte del confine, si svolge il funerale di Henry, morto dopo aver ricevuto due colpi di machete in testa. I suoi amici mennoniti lo chiamavano El Happy, quello felice. “Di là non c’è nessuno per timbrare l’ingresso in Belize”, continua l’agente. “Quindi passi e basta”.
Nel tempo che dura la nostra conversazione, in questa località rigogliosa, calda e piena di mosche, entrano in Belize, con un cenno della testa in segno di saluto come unico documento, una coppia con una bicicletta, quattro donne cariche di prodotti per la pulizia e un ragazzo con una maglietta del Barcellona e una cassa di birra sulle spalle. In senso contrario passano una famiglia di mennoniti e un altro mennonita con il suo autista nero.
A diciotto ore d’auto da Città del Messico, alla triplice frontiera tra Messico, Belize e Guatemala, il controllo migratorio alla Unión si può riassumere in una frase: “Ti conosco di vista”.
Senza controlli
La Unión è l’ultima località importante del Quintana Roo – importante significa che ha un negozio di alimentari, una chiesa, l’ufficio dell’Inm e una base della marina – lungo la strada nota come camino blanco, cammino bianco, perché è uno dei punti di passaggio della cocaina dai Caraibi agli Stati Uniti.
Dalla parte messicana, la strada procede in parallelo al fiume Hondo, dove ci sono più di trenta comunità distribuite su cento chilometri e dove la natura della frontiera s’impone sul passaporto. Un fiume attraversato ogni giorno da centinaia di famiglie per andare a scuola, visitare un parente o la persona amata, o per comprare prodotti a prezzi vantaggiosi. A Cocoyol, una delle tante comunità agricole dove si coltiva la canna da zucchero, incontro Carmen Martínez, 48 anni, e José Jones, 47 anni, che scendono da una canoa di legno proveniente dal Belize. È un tragitto brevissimo. Fin dal loro nome i Jones, come si fanno chiamare, sono un simbolo perfetto del meticciato.
Lui è originario del Belize, ha la pelle color caffè, è robusto e muscoloso e lavora come erborista. Con le piante e le radici cura gli abitanti del posto dalla polmonite, dai reumatismi o dai morsi dei serpenti. Lei è messicana, magra, ha gli occhi profondi e vende vestiti di seconda mano su entrambi i lati del confine. Si sono conosciuti una volta che José aveva attraversato la frontiera per giocare una partita di calcio. Si sono sposati e sono andati a vivere in Belize, perché lì gli stipendi sono più alti. Ma tutti i giorni vanno a pranzo a casa della famiglia messicana.
“Mia figlia ha studiato in una scuola inglese in Belize e ora lavora in un albergo a Cancún, in Messico”, dice Carmen. Se devi andare da una riva all’altra “non ci sono controlli”, ma a volte la marina “ti fa storie. Per esempio quando porti un animale vivo, come il maialino a Natale. È sempre meglio avvisare in anticipo i soldati”, spiega. Poi la donna critica la brutalità per cui è diventata tristemente famosa la polizia del Belize: “In Messico c’è più attenzione ai diritti umani. E poi anche per la corruzione e le bustarelle ci sono dei rituali, invece in Belize gli agenti se ne fregano, ti chiedono i soldi davanti a tutti”, dice.
Lungo il tragitto ci sono molti punti di accesso senza controlli, come a Cocoyol. Per trovare un po’ di “movimento” devo andare a San Francisco Botes, mi consiglia un ragazzo, che la descrive come “la Tijuana del rio Hondo”.
Circondata da una natura rigogliosa, ai confini della riserva di Calakmul, questa località che conta quattrocento abitanti non ha niente a che vedere con Tijuana. Ma il ragazzo aveva ragione quando mi ha detto che è il principale punto di passaggio di merci, animali e persone tra Messico e Belize dove i controlli sono completamenti assenti.
Arrivo al molo di Botes a metà mattina ed è come se qualcuno avesse spento la musica all’improvviso. Appena mi vedono, tutti interrompono le loro attività: il ragazzo che scaricava le casse fischietta guardando in alto, il marinaio tiene lo sguardo fisso a terra e la donna che stava sistemando delle merci sale sul camioncino e chiude la portiera per evitare domande scomode. Le frontiere tra poveri sono uno spazio pratico che riguarda la sopravvivenza, l’amore o il maialino di Natale. Uno spazio dove la quotidianità s’impone sui simboli della patria; un crocevia e un luogo di scambio dove chi porta la barca non chiede mai se sta trasportando contadini, migranti o armi.
La discrezione è l’antidoto migliore in una zona in cui, secondo la stampa locale, nell’ultimo anno sono caduti tra i canneti una decina di “narcoaerei”. Il rumore notturno dei Cessna, dei Rockwell o dei jet che ti volano sopra la testa a luci spente è frequente qui. A terra gli aerei sono accolti da una rete efficiente di collaboratori pronta con il combustibile accanto alle piste clandestine. Quando a marzo la marina ha localizzato un aereo a pochi chilometri dalla Unión, nella boscaglia c’erano anche due camion con mille litri di carburante. Il caso più eclatante risale al dicembre 2018, quando alle 3.30 di mattina un aereo è atterrato all’aeroporto internazionale di Chetumal. Quando gli addetti alla sicurezza sono intervenuti, i due piloti erano già scappati abbandonando sulla pista un Jet Hawker con una tonnellata e mezzo di cocaina a bordo.
“Il viavai degli aerei è quotidiano”, mi spiega l’agente della Unión, che preferisce non dire il suo nome per paura di rappresaglie dei suoi superiori. “Da questa parte della frontiera tutto succede senza che nessuno faccia niente. Ma i carichi grossi non passano da qui”. Nel frattempo spunta un uomo diretto in Belize con due casse di birra messicana. “Anche qui davanti vanno e vengono tranquillamente”, prosegue l’agente indicando lo spazio in secca del fiume a cinquanta metri dall’ufficio.
Il doganiere è arrabbiato con l’istituto per la migrazione e con la vita. Per lui l’aumento della criminalità nella zona è colpa del nuovo presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador (centrosinistra). Da quando si è insediato, nel dicembre del 2018, il presidente ha preso di mira l’Inm, definito dal sottosegretario per la migrazione Alejandro Encinas “l’ente più corrotto del paese”. Da allora quasi settanta funzionari dell’ufficio di Chetumal sono stati allontanati. In altre località, come a Tapachula, nello stato del Chiapas, la corruzione era così forte che il governo ha chiuso il centro per i migranti, lasciando centinaia di persone in un limbo.
“Ci hanno umiliato e offeso. Hanno allontanato senza spiegazioni molti di noi e non va bene”, dice l’agente. Rimpiange l’epoca della mano dura, quando facevano “operazioni a sorpresa” e retate per arrestare i migranti centroamericani. Ad aprile e a maggio del 2019 le espulsioni dei migranti sono aumentate del 68 per cento rispetto a quelle avvenute nello stesso periodo del 2018 durante il governo di Enrique Peña Nieto (conservatore). Ma anche se le cifre confermano che l’epoca della mano dura è tornata, l’agente denuncia la mancanza di controlli alla frontiera, la politica delle “porte aperte” di López Obrador e l’arrivo delle carovane di migranti dall’America Centrale che, dice, “diffondono virus e malattie dove passano”.
Immagini contrastanti
Dall’altra parte del fiume, dal lato del Belize, due grossi agenti neri, senza camicia, ridono guardando una serie tv nel casotto della dogana di Blue Creek. È un prefabbricato austero con un tavolo, un televisore e una poltrona con la stoffa rovinata. La pistola e il telecomando sono poggiati sul bracciolo. “Se vuole restare nella zona dei mennoniti _ let’s go_, let’s go, vada, vada”, grida uno di loro mischiando le lingue e agitando le mani. Senza distogliere lo sguardo dallo schermo, l’uomo apre la porta su un nuovo mondo. Davanti a me appare una della immagini più contrastanti della frontiera: da una parte c’è La Unión, l’ultimo paese del Messico, caotico, cattolico, rurale e sporco, dove si lavora la canna da zucchero e si beve birra come se fosse acqua; dall’altra c’è Blue Creek, il primo paese del Belize, conservatore, efficiente e protestante, dove si parla tedesco antico ed è impossibile trovare una goccia d’alcol.
I mennoniti, che vivono sparsi in Canada, Messico, Paraguay e Bolivia, seguono una variante protestante del cristianesimo nata nel cinquecento. Oggi sono più di un milione in tutta l’America Latina. Dopo il 1536, in seguito alla rottura con la chiesa cattolica e alla riforma luterana, furono perseguitati ed emigrarono dalla Svizzera, dalla Germania e dalla Polonia in paesi come Francia, Russia e Canada.
Blue Creek, lungo venti chilometri da una punta all’altra, non è un paese vero e proprio. È piuttosto una comunità di ottocento famiglie mennonite che vivono in case in stile statunitense, con il porticato e il tetto spiovente, costruite tra i campi perfettamente coltivati e collegate tra loro grazie a strade asfaltate e a un’illuminazione impeccabile. Non c’è gente che cammina, non ci sono cartacce per terra né persone ubriache, non c’è una piazza, un ufficio del comune o un bar. Si vedono solo macelli di pollame, risaie, piantagioni di fagioli, palma africana e mogano a perdita d’occhio. Nell’unico negozio, che funziona anche come banca e centro municipale, gli abitanti – tutti con la pelle bianchissima – e qualche lavoratore del Salvador si salutano quando s’incrociano. Blue Creek è gemellato con altre due comunità mennonite, Shipyard e Spanish Lookout, dove vivono tremila famiglie ultraconservatrici: hanno rinunciato all’elettricità e si muovono su carri trainati da cavalli.
Poche frontiere al mondo hanno lo stesso impatto visivo di quella tra Messico e Stati Uniti. A Ciudad Juárez e nella sua vicina statunitense El Paso, a Tijuana e a San Diego le case di lamiera si ammassano davanti a campi da golf tracciati con la squadra e il righello. A quasi quattromila chilometri da quella frontiera, lungo il confine che separa La Unión da Blue Creek, la scena si ripete: uno dei luoghi più abbandonati del Messico sorge davanti a uno dei più efficienti del mondo. In quest’angolo remoto i lavoratori messicani scappano tra le risaie appena ci vedono arrivare. Ci scambiano per la polizia migratoria del Belize che vuole arrestarli.
I mennoniti arrivarono qui quasi sessant’anni fa da Chihuahua, in Messico, senza un soldo. Il governo del Belize, quando ancora si chiamava Honduras britannico, gli concesse quasi 35mila ettari di campi coperti di manghi, alberi di ceiba e di mogano nell’estremo del paese. In cambio della terra e dell’autonomia, loro si misero a lavorare duramente e oggi sono il motore alimentare del paese. I mennoniti producono il 95 per cento del pollo che si mangia in Belize e l’80 per cento del mais, del riso, dei fagioli e del sorgo. Godono di un’indipendenza religiosa e fiscale, e i loro bambini fanno lezione in tedesco medievale. Hanno anche un loro sistema sanitario, di polizia, una rete stradale e perfino una piccola centrale elettrica.
Ma il potere ottenuto da una manciata di famiglie che sembrano appena sbarcate dall’Europa centrale suscita qualche sospetto nella classe dirigente del Belize, poco incline alle sorprese economiche che non vengano dal Regno Unito. “Sappiamo di generare sospetti e invidia e siamo consapevoli del fatto che vogliono toglierci la nostra indipendenza”, dice Rubén Fonseca, sindaco di Blue Creek.
Per mettere fine all’autonomia dei mennoniti, anche il narcotraffico può servire. Gli aerei che arrivano dai Caraibi trovano in questi campi perfettamente arati il luogo ideale per atterrare e fare rifornimento. Da gennaio del 2019 c’è almeno un aereo bruciato ogni mese, conferma Fonseca.
Oltre che sindaco di Blue Creek, Fonseca è azionista della potente Caribbean Chicken, che produce un terzo dei polli che si mangiano in Belize. Arriva per l’intervista con le mani sporche del macello, la camicia a quadri macchiata di olio e gli stivali da lavoro. Appartiene ai mennoniti moderni, che usano il telefono, la macchina e scaricano le applicazioni. Ha tre bambini biondi che sembrano usciti da una pubblicità. Fonseca ammette che diversi mennoniti sono stati arrestati per narcotraffico e questo danneggia la reputazione della comunità. “Ma è una questione che va oltre noi e anche oltre i governi dei paesi. Quando sentiamo che un aereo si schianta non facciamo nulla, lasciamo bruciare tutto e guardiamo dall’altra parte”, spiega, usando una lingua esotica che combina l’inglese di Hollywood, lo spagnolo imparato dai contadini e il tedesco dell’epoca di Menno Simons, l’eretico olandese morto nel 1561 e fondatore della setta dei mennoniti.
“Negli anni settanta e ottanta era una cosa folle”, dice. Torna con la memoria all’epoca in cui il narcotrafficante messicano Amado Carrillo Fuentes, detto il Signore dei cieli, e il colombiano Pablo Escobar scoprirono che gli aerei da turismo, volando a bassa quota e senza luce per non essere identificati dai radar, erano il modo migliore per far arrivare una tonnellata di cocaina in Messico o negli Stati Uniti. “Ci fu una battuta d’arresto negli anni novanta, ma ora le attività sono riprese”, continua il sindaco, segnalando una strada lunga due chilometri che taglia alla perfezione i campi di orzo. “A volte in un giorno solo arrivano due aerei per fare rifornimento”, spiega. Fonseca riconosce che è il posto ideale per un’operazione che si svolge in pochi minuti: il pilota invia le coordinate, i complici illuminano la pista con contenitori e stracci imbevuti di benzina, l’aereo atterra, scarica e in breve la merce arriva sul lato messicano diretta verso Escárcega e il golfo del Messico.
Fermi nel tempo
Abraham Rempel, un altro uomo di successo della comunità, indossa dei jeans e una camicia sdrucita. Fa il pilota ed è proprietario di una delle aziende che disinfestano i campi dei mennoniti. Rempel ammette che è una tentazione lavorare per i trafficanti: di vari piloti, che lui stesso ha formato, non ha più saputo niente. A Blue Creek arrivano due tipi di aerei. “I King air, che coprono distanze corte e atterrano in piste di meno di un chilometro; e i jet, che vanno più veloci ma hanno meno autonomia, e per atterrare hanno bisogno di una pista lunga che trovano solo qui”, spiega in uno spagnolo stentato.
“A El Happy non sarebbe piaciuto”, dice una delle sue migliori amiche durante il funerale. Happy, 34 anni, è un pessimo soprannome per il protagonista di una veglia funebre. Se si rialzasse ora e si guardasse intorno vedrebbe una signora anziana che allontana le mosche, quattro donne che piangono e cento uomini vestiti di nero che ripetono un’orazione funebre del cinquecento. Le signore anziane, con un lavoro di tassidermia, hanno coperto i due tagli lasciati dal machete sul cranio.
Nel 1966 le comunità mennonite del nord del Belize si divisero tra Blue Creek e Shipyard, vicine ma socialmente diverse. La prima, composta da ottocento famiglie, ha accolto chi era a favore della modernità e dell’industrializzazione delle campagne. La seconda ha scelto la linea ortodossa. Qui la compagnia elettrica non è riuscita a portare la luce.
Veglia funebre
A Shipyard usano ruote di ferro, candele per illuminare, legna per cucinare e animali per lavorare il campo. La musica è proibita. Non c’è bisogno di dire che nel posto più noioso del mondo non c’è un cinema, una biblioteca o un parco, e il principale reato dei giovani è usare il cellulare di nascosto. Davanti alla bara l’amica di El Happy ricorda che era scappato da qui molti anni fa, quando aveva conosciuto gente che suonava e ascoltava la radio.
Il funerale è un viaggio nel tempo, la scenografia perfetta per un film d’epoca: decine di carri trainati dai cavalli aspettano all’entrata. Fuori ci sono bambini bianchi, biondi, ben pettinati e con la salopette: non gridano, non giocano, non corrono e non si fanno i dispetti. Indossano camicie a maniche corte che per l’occasione sono state allungate. Le donne portano cappelli e lunghi vestiti neri con le calze, anche se ci sono quaranta gradi. Dentro, gli uomini in bretelle e camicia abbottonata fino al collo, con le guance rosse per il sole, recitano alcuni passi dal Gesangbuch, il libro delle preghiere. Si sa che El Happy ha ricevuto due colpi di machete e che il cadavere è stato trovato in un canale d’irrigazione. Ma nessuno vuole scoprire se è morto per problemi di droga, perché aveva bevuto troppo o era una testa calda.
Nel frattempo, la cantilena funebre entra nella sua sesta ora senza cambiamenti di ritmo o cadenza. Il silenzio mennonita estende il suo manto. Ne va della sua sopravvivenza. ◆fr
Questo articolo fa parte di un progetto sulla frontiera meridionale del Messico realizzato dal quotidiano spagnolo El País e dal giornale online salvadoregno El Faro.
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Questo articolo è uscito sul numero 1316 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati