Èdifficile sopravvalutare la vastità di Bollywood, l’industria cinematografica indiana in lingua hindi il cui cuore pulsante si trova a Mumbai. Ogni anno l’India produce più film di Stati Uniti e Cina messi insieme, rivolgendosi a una popolazione di 1,45 miliardi di indiani e al pubblico globale della diaspora.
Le sue produzioni sono cambiate con l’avvento al potere di Narendra Modi, nel 2014, e l’ascesa del suo partito nazionalista Bharatiya Janata (Bjp). La politica indiana si è spostata a destra, portandosi dietro l’industria cinematografica.
Diversamente dal rapporto burrascoso tra Hollywood e Donald Trump negli Stati Uniti, in India tra i più ferventi sostenitori di Modi ci sono importanti attori e registi. Il primo ministro appare spesso in compagnia delle star, è invitato ai loro matrimoni (compreso quello tra Priyanka Chopra e Nick Jones, nel 2018). Tanti attori si sono riciclati nel Bjp e sono arrivati in parlamento, come la stella dei film d’azione Sunny Deol e le attrici Kangana Ranaut e Kirron Kher.
**La zafferanizzazione del paese **
La “zafferanizzazione” del paese – un riferimento ai colori ufficiali del partito – ha invaso anche il grande schermo. Bollywood ha una lunga tradizione di sontuosi film in costume ambientati nell’epoca Mughal, cioè tra il cinquecento e la prima metà dell’ottocento. Dal 2014 il genere è economicamente e politicamente imbrigliato con sovrani Mughal illuminati e culturalmente elevati sostituiti da brutali mangiatori di carne con gli occhi scuri cerchiati di khol.
Il film del 2025 Chhaava _è un esempio perfetto. Il protagonista è un audace re indù dotato di una forza sovrumana (capace di spezzare a mani nude la mascella di un leone computerizzato) che si scontra con un mostruoso imperatore Mughal, Aurangzeb (“Ovunque vediate il color zafferano, copritelo con il rosso del sangue”). Dopo l’uscita del film, diversi gruppi di destra hanno invocato la distruzione della tomba di Aurangzeb, provocando rivolte a Nagpur. Nel film del 2022 _Samrat Prithviraj, un altro re indù ammazzaleoni – la cui consorte, la principessa Sanyogita, è interpretata dall’ex miss mondo Manushi Chhillar – stravolge i fatti storici uccidendo il suo avversario musulmano, Muhammad Ghori.
La riscrittura della storia non è appannaggio esclusivo dei film in costume. Per un leader come Modi, che si rifiuta di confrontarsi con il giornalismo critico, il cinema è uno strumento perfetto per inculcare la narrazione hindutva in un pubblico ignaro. Così sta crescendo un sottogenere di film agiografici su figure dell’estrema destra. Ajey (2025), per esempio, racconta la vita di Yogi Adityanath, monaco radicale e leader del Bjp. Nel 2019 un film su Narendra Modi ha suscitato forti reazioni (e un bando temporaneo da parte della Commissione elettorale indiana) quando la sua data di uscita è stata fissata per coincidere con le elezioni legislative.
Secondo Shakuntala Banaji, esperta di media, cultura e cambiamento sociale della London school of economics e specializzata nell’uso autoritario dei mezzi di comunicazione, c’è un aspetto ancora più problematico: “La deriva verso una forma violenta di propaganda”. The Kerala story (2022), presentato come un resoconto fedele della storia delle 32mila ragazze del Kerala convinte a entrare nell’Isis, in realtà si basava sulla “jihad dell’amore”, una teoria del complotto sostenuta dalla destra. Nonostante le critiche della stampa, il Bjp ha sfruttato il film nella campagna per le elezioni nello stato di Karnataka.
The Kashmir files, uscito nello stesso anno, racconta l’esodo dei pandit indù dal Kashmir per sfuggire all’azione dei militanti musulmani negli anni novanta. Il film comprende scene di violenza gratuita, come quella in cui una vedova è costretta a mangiare riso imbevuto nel sangue del marito. Sui social sono circolati filmati in cui il pubblico in sala urlava: “Sparate ai traditori!”. I dirigenti del Bjp hanno organizzato proiezioni speciali.
Oltre al sostegno del primo ministro, sia The Kerala story sia _The Kashmir files _hanno beneficiato d’importanti esenzioni fiscali in diversi stati governati dal Bjp.
Secondo Banaji, nell’universo morale di questi film “il tema centrale è che la violenza, anche estrema, è accettabile se sono gli indù a infliggerla ai musulmani. In termini d’immaginario storico c’è sempre una scusa per giustificare l’uso della forza contro gruppi e personaggi dipinti come cattivi, pericolosi e spesso del tutto disumani o subumani”.
“Se un regista si oppone all’idea esclusivista di una nazione indù”, aggiunge Banaji, “gli sviluppi possibili sono tre: è costretto a riparare nel cinema indipendente, viene emarginato o, nei casi peggiori, è travolto dall’odio”.
I tre Khan
L’esempio più sorprendente di questa tendenza è il destino degli attori musulmani in India. I “Khan di Bollywood” – Shah Rukh Khan, Aamir Khan e Salman Khan (nessuna parentela tra loro) – sono tra le celebrità più ricche e riconoscibili del mondo, ma anche la loro posizione si è fatta più precaria.
Due anni dopo l’elezione di Modi, quando Aamir Khan ha parlato “della crescente inquietudine” nel paese e ha rivelato che sua moglie indù pensava di andare a vivere all’estero, l’ondata di critiche gli è costata la cancellazione di diversi contratti già firmati.
Pochi giorni dopo, il “re di Bollywood” Shah Rukh Khan – descritto come l’attore più famoso del mondo e con un patrimonio che si aggira sul miliardo e mezzo di euro – è finito al centro delle polemiche per aver insinuato che l’India è diventata più ostile sul piano religioso (“Penso che dovremmo essere un po’ più tolleranti”). I leader del Bjp hanno paragonato il linguaggio pacato di Khan a quello dei terroristi, costringendolo a fare marcia indietro. Il figlio di Khan è stato incarcerato per un mese dalla polizia anti-narcotici nonostante la mancanza di prove a suo carico. “Se possono farlo al re di Bollywood”, ha scritto Samanth Subramanian sul New Yorker, “immaginate cosa possono fare a noi comuni mortali”.
Gli attori, come tutti i cittadini, hanno dovuto adattarsi. Ma il confine tra la salvaguardia personale e la complicità può essere sottile. Il 7 e l’8 febbraio 2026 il gruppo paramilitare suprematista indù Rashtriya swayamsevak sangh (Rss) ha organizzato i festeggiamenti del proprio centenario a Mumbai, srotolando il tappeto color zafferano davanti alle più grandi stelle di Bollywood. A rispondere all’invito non sono stati solo gli alleati di Modi nell’industria del cinema, ma anche registi, attori e compositori che in precedenza non avevano mai partecipato agli eventi dell’Rss. Qualcosa d’impensabile dieci anni fa. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati