Mi chiedi com’è stato per me. Per rispondere devo tornare indietro di una cinquantina d’anni alla calda notte di un venerdì e al momento in cui bisbigliai con la massima delicatezza all’orecchio della mia nuova amica la domanda indelicata. Giacevo sotto di lei e lei era in tutta la sua gloria, nuda con l’eccezione di un girocollo di lapislazzuli e oro. Anche alla luce ambrata della lampada da letto, la sua pelle splendeva bianca. Aveva gli occhi chiusi mentre dondolava sopra di me, le labbra, appena socchiuse, consentivano un bagliore dei magnifici denti. La sua mano destra era posata amorevolmente sulla mia spalla sinistra. Aveva un odore tenue, non di profumo ma di sapone al sandalo. Quelle saponette, con sopra inciso un antico veliero e avvolte in carta velina dentro una lunga scatola rettangolare di balsa, un tempo erano mie. Lei se ne era invaghita appena entrata nel mio bagno. Perché avrebbe dovuto dispiacermi?

Quando ci fermammo dopo l’amore e lei si piegò su di me, io misi le labbra vicino al lobo del suo orecchio e leccandolo, parlando contro il vento di un piacere sensuale che sembrava strapparmi le parole di bocca, dissi: “Tesoro, so che non dovrei, ma non posso fare a meno di chiedertelo. Non pretendo di avere il diritto di saperlo, certo, ma dopo queste due settimane meravigliose… sento che… Jenny, mia cara… perdonami, ti amo e ti amerò sempre… ma per favore dimmi la verità. Sei vera?”.

Dovrei spiegare ai lettori più giovani come stavano le cose in quel particolare periodo. Avevamo attraversato una rivoluzione sociale i cui esiti sono ormai considerati del tutto scontati

Prima di descrivere la sua reazione, dovrei spiegare ai lettori più giovani come stavano le cose in quel particolare periodo. Avevamo attraversato una rivoluzione sociale i cui esiti sono ormai considerati del tutto scontati. I giovani, ho notato, tendono a comportarsi come se non fosse successo niente. Hanno ben poco senso della storia o non ne hanno affatto. Per loro i miracoli compiuti dalle generazioni precedenti sono normali come la vita stessa. Ma come chiunque sia interessato dovrebbe sapere, tutto il dibattito è cominciato innumerevoli secoli fa, forse con Platone o con il Frankenstein di Mary Shelley o con Charles Babbage e Ada Lovelace o con le ipotesi di Alan Turing oppure quando, agli albori del terzo millennio, un programma di computer, imparando dai propri errori tramite reti neurali profonde e giocando contro se stesso, sconfisse un grande maestro dell’antico gioco cinese del go. Oppure, fatto ancora più significativo, quando la prima androide fu messa incinta da un umano e nacque la prima bambina di carbonio-silicio. A sole tre strade di distanza dal mio appartamento, in una deliziosa piazzetta circondata da caffè e ombreggiata da eleganti platani, c’è una statua in onore di Molly. Potreste pensare che in quel monumento non ci sia niente di strano. Solo che davanti a noi, su un plinto, al posto di un generale, un poeta o un astronauta, si erge spavalda una graziosa bambina di otto anni in jeans e maglietta con le mani sui fianchi.

Una macchina poteva essere cosciente? O, per metterla diversamente, gli umani erano solo macchine biologiche? Le risposte affermative a entrambe le domande consumarono decenni e decenni di dispute internazionali tra neuroscienziati, vescovi, filosofi, politici e opinione pubblica. Infine, con molto ritardo, alle persone artificiali fu riconosciuta la piena protezione in base a varie convenzioni sui diritti umani. E anche alla loro prole di origine mista. Seguirono doverosamente altri diritti, come quello al matrimonio, alla proprietà dei beni, al passaporto, al voto e alla tutela dell’occupazione. Un androide poteva avviare un’attività, arricchirsi, andare in bancarotta, essere querelato e assassinato, che è cosa diversa dall’essere distrutto. In tutto il mondo si svilupparono varie “leggi sull’autonomia” che rendevano illegale acquistare o possedere una persona fabbricata. Il linguaggio giuridico si rifece deliberatamente alle leggi contro la schiavitù dell’ottocento. Con i diritti arrivarono le responsabilità: il servizio militare fu una faccenda incontestabile, irresistibile. Nelle giurie popolari gli androidi furono un’utile integrazione, dati tutti i difetti cognitivi e la debole, suggestionabile memoria degli umani.

La nostra è la generazione che diventò adulta subito dopo, negli anni turbolenti della passione e delle riflessioni angosciate. Il significato di essere umani veniva curiosamente, o tragicamente, esteso. Se le élite scientifiche erano d’accordo sul fatto che i nostri amici di nuova concezione provavano dolore, gioia e rimorso, come potevamo dimostrarlo? Ci eravamo rivolti la stessa domanda sugli altri esseri umani fin dagli albori della riflessione filosofica. Dovevamo essere allarmati o felici che fossero, nell’insieme, più intelligenti, più gentili, più belli di noi? Chi di noi era religioso sbagliava a non riconoscergli un’anima?

Poi, come succede spesso con i cambiamenti sociali contestati, quando questi problemi furono sviscerati a fondo e le leggi approvate, la vita andò avanti e ben presto nessuno riuscì a ricordare il perché di tutte quelle storie. Si dice spesso che i grandi problemi filosofici non vengono mai risolti: svaniscono. Tutte quelle proteste, marce, monografie, arringhe, conferenze e fosche previsioni non servirono a niente. Dopo tutto, i nostri nuovi amici sembravano molto simili a noi, solo più amabili. Ti potevi fidare di loro ed è per questo che così tanti scelsero la legge, le banche e la politica, e promossero riforme necessarie e ragionevoli di queste istituzioni. Erano per natura molto premurosi, e molti diventarono medici e infermieri. Erano forti e veloci e rappresentavano i due terzi delle nostre squadre olimpiche, anche se ci volle un’altra quindicina d’anni per perfezionarli nella corsa a ostacoli. Si dimostrarono musicisti e compositori brillanti in tutte le forme di musica. Se mai ci preoccupavamo che sembrassero un po’ troppo bravi in tutto, potevamo congratularci con noi stessi perché erano una nostra creazione, a nostra immagine, la piena fioritura finale del nostro genio tecnico e artistico. Erano, dicevamo spesso, gli angeli migliori della nostra natura.

Gradualmente, anche se con molte critiche e con effetti sulla vita sociale e sulle procedure giuridiche, si arrivò a intendere e accettare che i nostri consimili artigianali meritavano piena dignità e rispetto della loro privacy. Questo vuol dire che nel giro di qualche anno diventò socialmente inaccettabile – diversamente da quand’eravamo giovani – chiedere.

gabriella giandelli

A una cena di gala per un importante premio letterario, per esempio, spinto da un’osservazione troppo acuta del tuo affascinante vicino di tavola, non potevi chiedere se quello stimato editore era un artefatto a base di biosilicato di produzione locale. Vent’anni prima si poteva, di fatto sarebbe stata la prima cosa che avresti voluto sapere. Non sarebbe stato altro che una casuale domanda preliminare. Proprio come avresti detto: ho saputo che hai una seconda casa in Turingia. Anch’io! Quando sparirono tutti i borbottii ribelli sul politicamente corretto, insieme alle vecchie, stupide storie spaventose del tipo “vivono tra noi”, chiedere diventò offensivo: la tua domanda sarebbe stata, in sostanza, rozzamente fisica, visto che la questione di attribuire una coscienza era stata risolta da un pezzo. Non sarebbe stato meno importuno che chiedere a un umano intento a mangiare della mousse al cioccolato: “Ma sei sicuro? Corre voce che hai avuto una colostomia!”.

Un altro esempio. Quando la signora Tabitha Rapting diventò prima ministra con una maggioranza parlamentare di due voti, ci fu chi si chiese se era “vera”, un’altra parola offensiva che era caduta in disuso. Ma il punto era proprio questo: socialmente, avevamo già superato un grande spartiacque, perché questi interrogativi non venivano più posti in pubblico. Si sentivano solo nei bar dei circoli di golf o nelle marce di protesta sulle strade da gruppi radicali e marginali. Sarebbe stato indecente, osceno, vicino al razzismo, e quindi probabilmente illegale. Tutto questo era molto tempo fa, e perfino ora non siamo ancora certi di quando un androide sia diventato presidente del consiglio per la prima volta. O se lo è mai diventato. O se siamo vissuti sotto una serie ininterrotta di androidi. E non sappiamo nemmeno se un androide ha mai vinto il singolare maschile o femminile di Wimbledon. O se un umano lo ha vinto negli ultimi vent’anni.

Perciò se la mia domanda a Jenny in quell’afosa notte di luglio può sembrare spregevole ai lettori più giovani, permettetemi di ricordare che appartengo a una generazione che ha vissuto la transizione. Quando eravamo orribili adolescenti con il gusto imperdonabile di schernire le passanti nei centri commerciali, pensavamo di conoscere decine di modi per scoprire la differenza. Naturalmente avevamo torto, ma non ce ne sarebbe importato molto. A parte l’analisi del dna e la microchirurgia profonda, non c’è modo di sapere. Ma sapevamo di poter sempre pretendere una risposta dalle vittime del nostro scherno, e la loro risposta era programmata per essere sempre veritiera. Finché anche questo cominciò a cambiare.

Jenny, sono orgoglioso di ricordare, non si offese. Si avvicinò ancora di più a me. I suoi occhi, ora aperti, profondi e neri, erano fissi nei miei. Dava la sensazione di essere – le parole non sono forse all’altezza del compito – liquida, morbida, calda, avvolgente. Sensibile e sensuale. Oh, era una persona davvero adorabile. Un lampo di amore e piacere minacciò di rendermi sordo. Ma la mia curiosità era così forte che sentii ogni parola che disse. Momenti come questi sono cose che porteremo con noi sull’orlo della tomba. Il bacio che ci scambiammo prima che lei parlasse fu tenero ed estatico. Le sue labbra, la sua lingua erano miracoli, comunque si fossero formati. Sapevo, ancora prima di avere la mia risposta, che non l’avrei mai lasciata. Perciò che importanza poteva avere di cosa era fatta?

“Sei mio”. Lo disse come un semplice dato di fatto. Aveva pronunciato queste parole di tanto in tanto mentre facevamo l’amore, e mi avevano sempre fatto piacere. “E io ti appartengo. Tutto il resto sono sciocchezze”.

Dal momento che aveva fatto una pausa, mi chiesi slealmente se queste tenerezze, per quanto sincere, fossero una forma di evasione. Ma come osavo dubitare di lei?

“Credevo che lo sapessi già. Sono stata fatta a Düsseldorf, nella Grande Francia. E anche i miei genitori e le zie con cui sei così gentile. Ma il cugino che hai conosciuto al ristorante, quello che hai cercato di battere a squash, lui è di Taiwan”.

“Düsseldorf!”. Fu tutto quello che riuscii a dire, anche se la sillaba finale fu solo un suono soffocato, perché credevo di stare scomparendo. Sensazioni così forti non appartenevano a me ma al mondo delle cose, al vuoto tra le cose, all’essenza di spazio e materia. Intorno a queste due entità si levò una marea annientatrice di estasi. Questa conferma della sua strana e stupenda alterità faceva fremere il mondo che mi comprendeva fino a un punto di fuga di ignara singolarità. Nel giro di qualche secondo avevo, nella frase colorita della mia adolescenza al centro commerciale, “fatto la ruota sul mulino a vento”. Aggrappandomi debolmente al mio cuore, svenni per qualche istante. Come mi vergognavo di essere un amante così egoista. Quanto tornai al presente glielo dissi. Naturalmente, era nella sua natura perdonare.

Ero innamorato e non c’era modo di tornare indietro. Ma ora sapevo con certezza qualcosa di lei che avrei dovuto tenere presente. La sua velocità di elaborazione era la metà di quella della luce. Poteva pensare un milione di volte più rapidamente di me. Il tatto e altre considerazioni l’avrebbero costretta a non lasciarlo trapelare. Ma se volevamo vivere insieme, dovevo ammettere che sarebbe stato difficile per me avere la meglio in una discussione o contrastare una sua decisione. Il tempo di alzare le spalle e distogliere lo sguardo da lei per raccogliere i miei pensieri, e lei avrebbe potuto ripassare in una riflessione privata quasi tutto quello che sappiamo sulla natura umana e la storia della civiltà.

Perciò, ecco, è così che è stato per me. La mia generazione ha scavalcato uno dei grandi crepacci o delle gravine in quella lunga catena montuosa che di solito chiamiamo storia della modernità. Credetemi, se non vi siete mai scusati con una macchina per averle rivolto la domanda indelicata, allora non avete idea della distanza storica che io e la mia generazione abbiamo attraversato. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati