Prima d’imparare a leggere ho ascoltato altri leggere, e Le mille e una notte è il libro che mi è stato letto più spesso. È qualcosa che precede i miei primi ricordi, così che per me non esiste un’epoca in cui Shahrazād e le sue storie non sono state parte della mia vita d’immaginazione. Il fatto che non se ne conoscesse (e tuttora non se ne conosca) l’autore avvolgeva il libro nel mistero. È il libro che conosco meglio, eppure rimane sorprendentemente singolare e inesauribilmente sconcertante. Non sono certo un esperto di questo testo, che con il passare degli anni mi sembra anzi sempre più chimerico e ingannevole.
È entrato nella mia vita in due modi. Prima di tutto attraverso mia nonna, una donna incredibile e carismatica che conosceva il libro a memoria e poteva recitarlo dall’inizio alla fine. Naturalmente non lo faceva mai, ma sceglieva con cura le storie, adattandole, spesso raccontandole in un ordine diverso per piegarle al suo scopo: catturare l’attenzione del pubblico, formato spesso da nipoti turbolenti e adulti distratti. Riusciva sempre a farci pendere tutti dalle sue labbra. Non ho mai sentito un silenzio come quello che accompagnava le sue pause drammatiche.
Le mille e una notte è il libro che mi è stato letto più spesso. È qualcosa che precede i miei primi ricordi, così che per me non esiste un’epoca in cui non è stato parte della mia vita
L’altra persona che mi ha introdotto a Le mille e una notte è stata mia madre. Nella calma del nostro nucleo familiare, lontano dall’effervescenza della famiglia estesa, mi leggeva il libro durante lenti e languidi pomeriggi. Mi sdraiavo accanto a lei, usando come cuscino parte del suo corpo, e sentivo il riverbero della sua voce. Ho sempre saputo che leggeva non solo a me, ma anche a se stessa. A differenza delle teatrali declamazioni di mia nonna, le frasi di mia madre sembravano più precise e intime, e al tempo stesso più elevate e formali.
Data la natura emancipata del libro, entrambe le donne si sentivano obbligate a censurarlo. Mia nonna, poiché recitava, poteva tagliare le parti scandalose senza che nessuno se ne accorgesse, e così non sapevo mai con precisione quando stava eliminando qualcosa. Con mia madre si capiva subito: il tono della sua voce si smorzava, le labbra continuavano a muoversi mute, portandosi rapidamente avanti nella lettura per capire quali parole omettere. Tutte quelle parti succose naturalmente riguardavano l’argomento più importante, quello di cui nessuno voleva parlare. Le mille e una notte, come avrei scoperto poco dopo, imparando a leggere, sono meravigliosamente e spudoratamente costellate di sesso.
Dopo quella prima introduzione (o dovrei dire iniziazione) al testo, mi sono gradualmente lasciato Shahrazād e le sue storie alle spalle. A metà dell’adolescenza, il lettore ribelle in me le aveva sarcasticamente liquidate come facezie folcloristiche, storielle semplici e prive d’interesse. Naturalmente la loro onnipresenza nella cultura pop non aiutava. A ogni Ramadan, nuovi adattamenti sotto forma di _soap opera _si facevano concorrenza in televisione. Evidentemente Shahrazād si accompagnava bene al digiuno, o meglio alla godereccia interruzione del digiuno, dato che i programmi andavano sempre in onda dopo il tramonto. Gli egiziani e i siriani sfornavano una versione all’anno, a volte ci si mettevano anche i turchi, e ci fu un anno in cui la notizia di un adattamento messicano suscitò l’eccitazione generale. La mia antipatia per _Le mille e una notte _poteva accentuarsi fino a diventare indifferenza. Se il testo affiorava in una conversazione con amici letterati, ero sopraffatto da sentimenti ambivalenti.
Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando, scrivendo il mio primo romanzo, Nessuno al mondo, mi sono improvvisamente accorto che Shahrazād era apparsa proprio lì, e nel modo più inaspettato. Era riflessa – un riflesso cupo, frammentato – nella vita piena di vincoli di una moglie moderna, la madre del protagonista. Con il senno di poi forse quest’apparizione non avrebbe dovuto sorprendermi. Non era strano che mi fossi lasciato alle spalle Shahrazād come ogni ragazzo fa con sua madre, ed era prevedibile che in seguito, diventato uomo, sarei tornato da lei. Shahrazād è la premessa della mia genealogia letteraria. E ora, quindici anni e diversi libri dopo la stesura di quel primo romanzo, sono ancora più irretito dalle Mille e una notte.
Senza forse neanche rendersene conto, le principali figure materne della mia famiglia libica portavano avanti una tradizione secolare: l’incessante rielaborazione delle _Mille e una notte _per venire incontro ai gusti e alle inibizioni del loro pubblico. È un tratto fondamentale del libro, della sua storia e della sua forma testuale. Si spiega così, in parte, perché ha dato vita a innumerevoli adattamenti. Come la musica classica araba, è costruito con rigore, ma in modo da lasciare ampio spazio all’improvvisazione. Con le sue storie flessibili e interscambiabili, _Le mille e una notte _ricorda un abito confezionato per potersi adattare facilmente, con ritocchi minimi, agli scopi di narratori diversi. Ne erano un esempio i predecessori medioevali di mia nonna e di mia madre, quei cantastorie che si guadagnavano da vivere nei caotici e floridi mercati di Bassora, Baghdad, Damasco o del Cairo.
La versione che conosciamo oggi è stata plasmata da tutte queste improvvisazioni. È un testo di cantastorie, fatto più per essere ascoltato che letto. Sfrutta al meglio l’incredibile predisposizione delle lingue arabe per le rime e il ritmo ed è, di conseguenza, facile da imparare a memoria. I racconti dovevano essere straordinariamente avvincenti, diretti e incisivi. Sono storie metropolitane, concepite per lo più per intrattenere affaccendati mercanti e abitanti delle città. Pochissime sono ambientate altrove. Spesso trattano di temi legati alla vita sociale, di amore e lealtà, di commercio equo e scambi etici. E anche oggi, come dimostrano i tanti adattamenti contemporanei, questi racconti rimangono aperti, disponibili alla rielaborazione.
Questa apertura è parte della loro genialità e della loro vocazione. È ciò che spiega il loro fascino duraturo e l’eccezionale influenza che hanno avuto sulla letteratura. Il romanzo, come lo conosciamo, non sarebbe tale senza Le mille e una notte. Miguel de Cervantes – vicino al testo geograficamente e culturalmente – deve averlo letto, deve averlo respirato, tanto era parte della cultura dell’epoca. La stessa struttura a episodi, lo stesso entusiasmo per le disavventure, la stessa poetica dell’assurdo e della satira pervadono il suo capolavoro Don Chisciotte della Mancia. L’influenza delle Mille e una notte è tanto ampia quanto è varia, e ancora oggi il libro suscita l’entusiasmo di molti scrittori. Lewis Carroll, Robert Louis Stevenson, Nagib Mahfuz, A.S. Byatt e Haruki Murakami sono solo alcuni degli autori che ne sono stati influenzati. Oltre, naturalmente, al sommo argentino, Jorge Luis Borges.
Con il suo eccezionale interesse per l’intraducibile, per la corrispondenza e l’assenza di corrispondenza, per le parole, gli oggetti e le persone che trovano equivalenze nei luoghi più bizzarri, Borges amava usare Le mille e una notte (o, per essere precisi, il loro titolo arabo) per illustrare la curiosa impossibilità racchiusa in ogni traduzione: ogni lingua ha i suoi segreti e, di conseguenza, l’infedeltà e l’inesattezza sono non solo inevitabili ma parte dell’impresa. Una traduzione letterale del titolo è Le mille e una notte, ma in inglese, spagnolo e probabilmente in ogni altra lingua questo titolo non rende un elemento importante: in arabo, “mille e uno” non significa letteralmente quel numero, indica piuttosto una quantità illimitata. È un riferimento all’infinito, ma racchiude anche altre sfumature e inflessioni.
Nella mia infanzia libica, per esempio, mi è capitato spesso di sentire la mia adorata nonna dire “vieni qui, fatti dare milleuno baci” o, se combinavamo qualche marachella, “se ti acchiappo, ti do milleuno pizzicotti”. Quest’espressione esprime sempre una certa dolcezza e, fatto interessante, è al tempo stesso un’esagerazione e il suo contrario, una sorta di abbreviazione minutamente scherzosa. Sarebbe stato più rapido e semplice sostituire “mille e una” con un’unica parola, come “infinite”, e finirla lì: Le infinite notti, “ti darò infiniti baci/pizzicotti”. Ma l’espressione araba “mille e uno”, proprio come il libro che apre, è sensibile alla corrente creata sia dall’ingrandimento di un oggetto sia dalla sua miniatura. Quest’espressione è parte integrante della logica e del sentimento di un libro affascinato dal gesto letterario essenziale ma anche da quello elaborato e fiorito, e dalle possibilità di contrasto tra le due modalità. Quasi tutti i trucchi di magia si basano sull’abilità del prestidigitatore, e un gioco di prestigio è un po’ come un’abbreviazione: il coniglio esce dal cilindro senza che abbiamo la minima idea di come quell’affare bianco e peloso abbia raggiunto il teatro. _Le mille e una notte _è un testo alla costante ricerca dei possibili collegamenti tra il trucco di magia e la sua storia, tra la sintesi di una cosa e la cosa nella sua interezza, tra intimi momenti di estensione o ingrandimento e momenti favolosamente grandiosi.
Le mille e una notte si apre su un terribile antefatto. Accecato dalla gelosia e dal tradimento, il sultano Shahriyār decide che l’unico modo per proteggersi dall’adulterio è sposare una vergine ogni sera, deflorarla e, entro l’alba, farla uccidere. È una strategia cannibalistica, un’industria di massacri notturni la cui conclusione per il sultano sarebbe la rovina dei suoi sudditi e, infine, di se stesso. Questa folle violenza va avanti per anni finché Shahrazād, l’eroina nonché la principale voce narrante, diventa la moglie del brutale sultano.
L’antefatto è noto, ma c’è un aspetto intrigante che forse pochi ricordano, anche tra chi ha letto il libro: mentre tutte le precedenti vittime di Shahriyār gli sono state date in sposa contro la loro volontà, Shahrazād è l’unica ad aver chiesto e addirittura insistito per sposarlo. Non è stata costretta. Shahrazād è la figlia del visir più vicino al sultano, il suo confidente. In altre parole, all’interno della struttura di potere del regno, non potrebbe essere più al riparo dalla violenza di Shahriyār. Il padre – colui che, ogni mattina, consegna le spose consumate al boia – fa di tutto per fermarla. Ma Shahrazād ragiona con la sua testa e ha una volontà di ferro. Minaccia il padre dicendogli che se non la darà in sposa a Shahriyār, informerà il sultano del suo rifiuto.
Cosa spinga Shahrazād a volersi trovare davanti alla morte è uno dei grandi misteri della letteratura. Potremmo pensare che, con la sua intelligenza e la sua determinazione fuori del comune, con la sua raffinata erudizione e la sua indiscussa audacia, Shahrazād sia convinta di poter usare la sua maestria narrativa per salvare le altre donne e il suo paese. Ma è una spiegazione che appare troppo scontata se consideriamo più attentamente la sua strategia. Il suo movente è più complesso: Shahrazād è una riformatrice più che una rivoluzionaria. Il suo piano non è distrarre il tiranno fino a quando verrà deposto o morirà. E Shahrazād sarebbe l’ultima persona al mondo capace di avvelenarlo. Al contrario, è stranamente interessata al suo benessere. Lo vuole curare, o almeno è quello che le storie ci spingono a pensare, poiché i racconti che Shahrazād sceglie dall’archivio apparentemente sterminato della sua memoria sembrano servire uno scopo preciso. Le prime confermano l’opinione che il sultano ha delle donne (ovvero che sono astute, infedeli e traditrici), ma con il passare dei giorni, mentre Shahriyār si abbandona sempre più a questo nuovo e divertente programma notturno, Shahrazād comincia a inserire dei ritratti di donne che smentiscono quel pregiudizio: donne eroiche che agiscono con dignità, onore e coraggio, donne giuste e generose. Shahrazād comincia inoltre a vantare al sultano le virtù della pietà e della clemenza, evocando le nobili avventure e disavventure di uomini e donne capaci di grande magnanimità e gentilezza, esseri razionali in grado di ragionare e di fare compromessi. Sembra insomma portare avanti un progetto di conversione, decisa a salvare il regno ma anche il re, a riabilitare Shahriyār come il giusto governante che era.
Credo sia una fantasticheria presente in ogni matrimonio. A un certo punto abbiamo tutti desiderato cambiare o essere cambiati dal nostro partner. _Le mille e una notte _non s’interessa solo al contrasto tra abbreviazione ed esagerazione, alla singola storia e all’infinito caleidoscopio di racconti che ogni storia impreziosisce. L’opera affronta anche la questione del matrimonio, delle coppie e dei binomi: amanti e fratelli, ma anche momenti speculari. È uno dei motivi ricorrenti in tutto il testo, e ogni volta che riappare lo fa con una variazione. Prima ancora che appaia Shahrazād, la storia è messa in moto dall’implicita rivalità tra due fratelli: il sultano Shahriyār e il fratello minore, Shah Zaman. Sono entrambi re e figli di un grande re sasanide. Entrambi sono abili cavallerizzi e governanti giusti. Tuttavia – e ci viene detto fin dall’inizio – il primogenito Shahriyār è “migliore del fratello”. Per dieci anni i due uomini hanno governato i loro rispettivi territori “equamente, conducendo una vita piacevole e serena, finché Shahriyār provò il desiderio di rivedere Shah Zaman, e inviò il suo visir a chiamarlo”. Questo atto apparentemente innocente innesca una catena di eventi brutali.
Shah Zaman, che accetta l’invito del fratello, si mette in viaggio a mezzanotte. Pochi minuti dopo si rende conto di aver dimenticato qualcosa e fa ritorno al suo palazzo. Non ci viene detto cos’ha dimenticato, così siamo spinti a chiederci se non sia stata un’istintiva diffidenza a farlo tornare indietro. Forse un _jinn _gli ha sussurrato qualcosa all’orecchio, perché entrando nella sua camera da letto Shah Zaman trova la moglie nelle braccia di uno schiavo. “Il mondo piombò nell’oscurità”, Shah Zaman sguaina la sua sciabola e li uccide entrambi. Quando raggiunge il fratello, Shah Zaman è emaciato dal dolore, pallido e dall’aria sofferente. Shahriyār se ne accorge, ma non vuole essere inopportuno e decide di non dire nulla. Alla fine, però, non può trattenersi dal chiedergli cos’è successo. La risposta di Shah Zaman è breve e criptica: “I miei sentimenti sono feriti”. Per tirarlo su, Shahriyār gli propone una battuta di caccia, ma Shah Zaman preferisce non partecipare. Ed ecco come nasce l’immagine speculare della prima scena, solo che questa volta Shah Zaman osserva, senza essere visto, la cognata convocare i suoi schiavi e le sue ancelle e dar vita a un’orgia. La sente chiamare il nome Masud (il fortunato, in arabo), e “uno schiavo moro in un attimo la raggiunse e, dopo che si furono abbracciati, giacque con lei e passarono il tempo a baciarsi, abbracciarsi, fornicare e bere vino fino a sera”.
Ricordo quando da bambino ascoltavo questo racconto – tranne la parola “fornicare”, ovviamente – ed ero colpito non tanto dal comportamento della regina quanto da quello di Shah Zaman. Osserva tutto da dietro una tenda, presumibilmente “fino a sera”. Cosa ancora più strana, lo spettacolo lo rallegra, gli solleva l’umore, e quando Shahriyār, il fratello migliore, torna dalla battuta di caccia, è felice di vedere che Shah Zaman è tornato quello di sempre. Ma ora Shahriyār è ancora più incuriosito. Vuole sapere perché Shah Zaman era prostrato e poi, in sua assenza, si è rianimato. Tutto a un tratto Shah Zaman è impaziente di parlare e racconta al fratello del suo disonore e dolore. Ma raccontando la storia, Shah Zaman aggiunge un particolare: quello che aveva dimenticato, e per cui era tornato indietro scoprendo il tradimento della moglie, era “un gioiello che doveva essere un regalo per te”. È come se questo particolare servisse a trascinare Shahriyār nel tragico destino di Shah Zaman. È per via di Shahriyār che Shah Zaman si è messo in viaggio, ed è sempre a causa sua che è tornato indietro scoprendo l’infedeltà della moglie. Tutto questo getta un’ombra di colpevolezza su Shahriyār e mette in dubbio le motivazioni di Shah Zaman. Prima che Shahriyār possa elaborare tutte queste informazioni, Shah Zaman lo stuzzica: “Ma non mi far dire come mi sono ripreso”. Ovviamente Shahriyār insiste perché glielo dica. Shah Zaman non si fa pregare e racconta al fratello cosa ha visto. Shahriyār è incredulo. Shah Zaman lo convince a fingere un’altra battuta di caccia, in modo tale che possa vedere con i suoi occhi. Lo porta nel posto segreto da cui ha potuto osservare la scena, e insieme assistono ai sordidi fatti. Mi immagino la scena: mentre Shahriyār guarda Masud penetrare la sua regina, Shah Zaman rimane un passo dietro al fratello maggiore, studiando di soppiatto la sua espressione e provando un abietto piacere nel vedere che anche il mondo di Shahriyār è piombato “nell’oscurità”. Forse Shah Zaman pensava di attenuare così alcune delle differenze tra loro.
Anche Shahrazād ha una sorella minore, ma il loro rapporto è molto diverso. Il suo nome è Dunyazad ed è complice nel piano di Shahrazād. Mentre Shahriyār è annichilito dal fratello, Shahrazād è aiutata dalla sorella. Sostenendo di non poter stare senza di lei, Shahrazād pone come condizione al suo matrimonio il fatto di portare con sé la sorella. La prima notte di nozze – che poi dovrebbe essere l’unica – Shahrazād dice a Dunyazad di nascondersi sotto il letto finché il sultano avrà appagato i suoi desideri, e poi di venir fuori e chiedere una storia. Dunyazad fa quanto richiesto. A quel punto Shahrazād chiede al sultano: “Mi date il permesso di raccontare una storia?”, che è la frase più importante del libro. Per un attimo non è chiaro chi comandi tra i due. La domanda è pericolosamente ingannevole. Chi di noi può essere certo delle conseguenze di ciò che abbiamo accettato di ascoltare? Il racconto va avanti per molte notti, e con ogni notte che passa Shahrazād sembra acquisire maggiore libertà. Al punto che arrivati alla notte 295, ci viene detto: “Cominciava ad albeggiare e Shahrazād interruppe ciò che le era stato permesso di raccontare”.
Ogni testo letterario racchiude un anelito segreto, che potremmo chiamare la sua filosofia. Lo mantiene silenziosamente presente, come nella penombra delle sue frasi e del suo comportamento. Nella narrazione di Shahrazād, una storia nasce dalla precedente: un racconto comincia, poi al suo interno ne viene svelato un altro, che a sua volta – scopriamo in seguito – è solo la cornice di un’altra storia, e via dicendo. Un’apparente infinità di racconti, che è anche un’infinità di storie, intrighi, aneddoti e cronache. È come una fuga di Bach, in cui un motivo appare, poi viene interrotto o invertito, capovolto e sommerso, e poi scompare, solo per ripresentarsi più in là in una forma diversa, una forma riconoscibile e al tempo stesso radicalmente altra. Non esiste un’autorità centrale, ma una miriade di somiglianze corrispondenti e correlazioni.
Per questo, oltre a essere un’esuberante epopea piena di suspense, ricca di eventi favolosi e magici, di sesso e di avventura, di ilarità e di afflizione, Le mille e una notte _racchiude anche una teoria della narrazione. È il suo cuore intellettuale. È un testo curioso, che si chiede cosa effettivamente accade quando raccontiamo delle storie, e come i racconti che intessiamo possono cambiare la realtà. Le storie, in questo libro, contengono stanze chiuse a chiave, segreti e azioni proibite. Sono piene di narrazioni concorrenti, di uomini e donne che agiscono contro il proprio cuore, che devono usare tutta la loro eloquenza, retorica e capacità di persuasione per sfuggire alla morte o guadagnarsi la salvezza. Shahriyār è persuaso dalle storie, dal loro fascino pieno di suspense, ma anche dalla loro promessa di risoluzione. Ogni notte in cui Shahrazād sfugge alla morte, salva la vita di un’altra donna e si sente sempre più sicura del potere della sua narrazione e del suo movente segreto: trasformare il sultano. E noi, naturalmente, siamo persuasi ad abbandonarci ai meandri di questa narrazione, di questa meravigliosa arena della persuasione. ◆ _fs
Hisham Matar
è uno scrittore libico. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Un punto di approdo _(Einaudi 2020). Il titolo originale di questo articolo è _A circus of persuasion.
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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati