“Non morirò di coronavirus. Morirò sicuramente prima di fame”. L’ho sentito dire tante volte dai senzatetto di Old Delhi a cui ho portato da mangiare insieme a degli amici in un gesto di solidarietà quasi impotente. Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato che nel giro di appena quattro ore sarebbe scattato il blocco totale del paese per tre settimane. Un’ora dopo ho letto con un misto di incredulità e disperazione del pacchetto di aiuti annunciato dalla ministra delle finanze Nirmala Sitharaman. Il suo obiettivo, ha dichiarato, è proteggere i poveri dalle conseguenze economiche delle misure di isolamento per contrastare il nuovo coronavirus. “Nessuno avrà fame”, ha promesso. È davvero convinta che basteranno cinque chili in più di grano o riso e un chilo di legumi a famiglia, mille rupie (12 euro) per gli anziani, i disabili e le vedove, 1.500 rupie in tre mesi per le donne che hanno un conto corrente con il programma di inclusione finanziaria Jan Dhan, bombole del gas gratis e un versamento di duemila rupie ai contadini coinvolti in un programma già in corso? Né lei, né Modi nei tre discorsi alla nazione sulle misure per contrastare la diffusione del Covid-19 hanno riconosciuto l’effetto potenzialmente catastrofico di queste misure su centinaia di milioni di lavoratori informali, contadini e persone povere nel paese. Modi ha accennato brevemente ai poveri, suggerendo che dovrebbe essere la società civile ad alleviarne le sofferenze. Se non altro Sitharaman ci si è soffermata più a lungo, ma è sembrata convinta del fatto che un po’ di cibo e di denaro contante una tantum alle famiglie più povere basterà a difenderle dallo tsunami che dovranno affrontare. Oltretutto l’applicazione di ciascuna di queste misure presenta degli ostacoli. Come farà la gente a ritirare i soldi dai conti se sarà tutto chiuso? Per non parlare delle persone più a rischio – i bambini di strada, i senzatetto e i disabili, le tribù nomadi delle zone più remote – che non hanno né conti correnti né carte di credito. Cosa ancora più grave, né Modi né la ministra delle finanze hanno ammesso le drammatiche conseguenze economiche che il blocco di ogni attività a livello nazionale avrà su un’economia fatta soprattutto di lavoratori informali, i quali già prima facevano fatica a tirare avanti. In una recente intervista l’economista Jayati Ghosh ha stimato che il danno dei primi due giorni di chiusura è stato superiore all’impatto complessivo della demonetizzazione del 2016 e che l’economia, già in forte rallentamento, rischia di precipitare in un abisso. Chi mieterà i raccolti e chi li comprerà? Piccole e medie imprese hanno chiuso i battenti, come le imprese edili e perfino le attività informali come i chioschi di alimentari o i laboratori di sartoria. Un uomo senza fissa dimora mi ha detto: “Sono cresciuto per strada. Non ho famiglia. Ho imparato a preparare il roti (piadine cotte nel forno tandoori) e guadagnavo 500 rupie (6 euro) al giorno. Ora tendo le mani per avere due roti da te”. Ho abbassato gli occhi pieno di vergogna. Nei posti dove distribuivamo da mangiare c’erano migliaia di persone che aspettavano in coda. Molti hanno raccontato di essere rimasti seduti per sei ore in attesa che arrivasse qualcuno con qualcosa da mangiare. La maggior parte di loro negli ultimi tre giorni aveva mangiato non più di un paio di volte. E le porzioni bastavano a malapena a riempirgli lo stomaco. Se si sparge la voce che da qualche parte c’è qualcuno che distribuisce pasti si scatena il caos. I disabili, gli anziani, le donne e i bambini restano indietro. Il cibo che ricevono è povero e scarso e, più di ogni altra cosa, darglielo è devastante per la loro dignità. Vogliono lavoro, non pietà. Se sono stati privati del lavoro da un provvedimento dello stato, la loro sopravvivenza non dovrebbe essere affidata alla beneficenza dei privati ma essere un dovere pubblico. Esodo a piedi Per molti rimasti in città senza lavoro e senza niente da mangiare, tornare ai villaggi d’origine è l’unica possibilità di sopravvivere. Ma poche ore dopo l’annuncio del blocco totale del paese, treni e autobus sono stati fermati. Il governo ha ritenuto opportuno organizzare degli aerei con personale medico per riportare in patria chi era emigrato in altri paesi, ma non ha sentito alcuna responsabilità nei confronti dei milioni di migranti interni bloccati senza lavoro e senza cibo in ogni angolo del paese. Chi cerca di dirigersi verso i confini dello stato viene picchiato dalla polizia. Chi insiste o attraversa di nascosto le frontiere è costretto ad arrancare o a pedalare, a volte per migliaia di chilometri, per raggiungere il villaggio d’origine, facendo i conti lungo la strada con la fame e la polizia. I camionisti sono intrappolati sulle autostrade di tutto il paese in un purgatorio dal quale non hanno scampo. A parte l’annuncio di un misero pacchetto finanziario per migliorare i servizi sanitari, non c’è garanzia che i poveri avranno accesso a un sistema sanitario adeguato quando saranno colpiti dal virus. Dovranno pagare per i tamponi? E ci saranno per loro letti in ospedale e ventilatori? Dobbiamo imparare da quello che è stato fatto in Spagna e in Nuova Zelanda, e requisire i servizi sanitari privati almeno per la durata della pandemia. Altrimenti i poveri saranno condannati a morire non solo di fame ma anche per il virus. Ci sono stati molti appelli per un sostegno bipartisan al primo ministro che deve guidare il paese fuori da una crisi senza precedenti. Temo però di non poter dare il mio sostegno a queste misure d’isolamento che colpiscono così scandalosamente i poveri. L’India potrebbe imparare da paesi come la Corea del Sud e Taiwan, che hanno contrastato il virus senza chiudere completamente il paese. Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità di fare marcia indietro. Lo stato non ha la compassione, la capacità e la volontà di stare al fianco di tutti, ricchi e poveri. Non c’è momento migliore per ricordare il Mahatma Gandhi. Quando siamo nel dubbio e confusi, consigliava, dobbiamo pensare alla persona più vulnerabile che conosciamo e chiederci se i nostri provvedimenti miglioreranno la sua vita e la renderanno più libera. Oggi ho incontrato alcuni di questi “ultimi”. I provvedimenti presi dallo stato forse proteggeranno i cittadini benestanti, ma distruggeranno qualsiasi possibilità per i poveri di sopravvivere in modo dignitoso. ◆ gim

India
Misure drastiche

◆ Il 24 marzo 2020, poco dopo l’annuncio che nel giro di quattro ore in India ogni attività, tranne pochi servizi essenziali, si sarebbe fermata e tutti i cittadini sarebbero dovuti rimanere a casa, centinaia di migliaia di lavoratori migranti si sono incamminati dalle città verso i villaggi d’origine. “La più grande migrazione a piedi dopo la partizione”, l’ha definita un osservatore citato da Scroll.in. La polizia schierata nelle strade ha usato manganelli e armi da fuoco contro chi non rispettava l’isolamento. “Sono misure più drastiche di quelle imposte in Cina o in Italia”, continua Scroll.in. La scelta d’imporre l’isolamento a 1,3 miliardi di persone con poche ore di preavviso e senza un piano preciso ha suscitato molte critiche e costretto Modi il 29 marzo a scusarsi, ribadendo però di non avere altra scelta. Secondo Abhijit Banerjee ed ­Esther Duflo, due dei tre premi Nobel per l’economia del 2019, il pacchetto da 22 miliardi di dollari varato dal governo per i poveri non basterà e, scrivono sull’Indian Express, “senza altre misure si rischia una crisi economica che non lascerà alla gente altra scelta che trasgredire l’obbligo d’isolamento”. Quando il blocco è stato imposto, i contagiati registrati erano poco più di mille e i morti una ventina, ma si teme che l’epidemia produrrà una catastrofe. In realtà, scrive The Caravan, la crisi ha origine negli anni d’impoverimento del sistema sanitario nazionale (a cui oggi è destinato l’1 per cento del pil) a favore dei privati e nella carenza cronica di medici (uno ogni mille abitanti) e strutture (2,3 letti in terapia intensiva ogni centomila abitanti, l’Iran ne ha 4,6).


Da sapere
Economia informale
Impiegati nell’economia informale (lavori a giornata e occupazioni a bassa produttività), percentuale sul totale della forza lavoro, 2019 (Fonte: Ilo)

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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 27. Compra questo numero | Abbonati