Vista sulle mappe Riga ha l’aspetto di una capitale. Dall’alto si vedono ministeri, ambasciate, linee di tram e un ponte di tutto rispetto. Osservata dalla strada, invece, la città fa un’impressione più modesta. Il suo tessuto sociale sembra cucito insieme da piccole, perfino timide cortesie quotidiane: il modo di comportarsi in tram, il tono di voce usato negli spazi pubblici dei palazzi o come si fa la fila al mercato.
I turisti si innamorano facilmente di Riga per le sue facciate art nouveau su Alberta iela, la via principale, per il quartiere dei magazzini a Spīķeri, o per il panorama del lungofiume al tramonto. Ma chi arriva in città per la prima volta, soprattutto se ha in programma di fermarcisi, ha bisogno di un po’ di tempo per coglierne la bellezza meno appariscente, nascosta nei piccoli rituali che mantengono viva ed efficiente questa piccola capitale dove non c’è mai bisogno di alzare la voce.
Il primo passo può essere un viaggio sul tram numero 11. Si sale a bordo in centro, con uno zaino leggermente troppo ingombrante e il sottile senso di colpa di chi non ha ancora ben capito la coreografia del luogo. Le porte fanno “bip”, il convoglio dà uno strattone in avanti e ci si ritrova in una piccola striscia di spazio condiviso.
I tram di Riga non sono particolarmente affollati; di solito si può stare in piedi senza essere pigiati gli uni contro gli altri. Ma all’interno vige una serie di regole non scritte. Le persone si spostano per lasciar spazio verso l’obliteratrice. Le borse sono tenute in modo da creare il minor ingombro possibile, non sporgono mai. I passeggeri più anziani sono individuati con una rapida occhiata e l’offerta di un posto a sedere avviene con un semplice gesto, senza bisogno di parole.
Poi c’è un altro aspetto. È normale ascoltare brevi frasi in lettone, risposte in russo, e di tanto in tanto una parola in inglese, come una presenza esotica ma familiare. Molti passeggeri anziani passano agevolmente da una lingua all’altra, scegliendo sul momento quella più adatta a creare meno attriti. Qui il silenzio non è solo timidezza: può essere anche un modo per mantenere la pace in una carrozza dove i ricordi viaggiano in lingue diverse.
La consapevolezza dei limiti
Se arrivate da una città dove la gentilezza è invocata a gran voce – “Cortesemente riponete i bagagli negli appositi spazi!”, “Prima di salire, fate scendere i passeggeri!” – l’etichetta osservata sui tram di Riga potrà sembrarvi fin troppo tranquilla. Nessuno fa la predica. Il rimprovero arriva semmai sotto forma di un delicato sospiro collettivo se bloccate un’uscita e si manifesta nel modo in cui gli altri cambiano di posto per adattarsi alla posizione errata in cui vi trovate. S’impara in fretta. Il rumore dell’obliteratrice diventa il segnale che ormai siete di casa: sapete dove mettervi, quando spostarvi, come timbrare il biglietto senza farvi troppo notare.
Riga non è una città molto grande, ma sa cosa significa convivere con i suoi limiti: di ricchezza, di tempo, di luce solare durante l’inverno. E le code – al mercato, in un piccolo forno, in ospedale – sono i luoghi dove questi limiti sono negoziati.
Sulle prime, il mercato centrale sembra caotico. Pesce, fiori, formaggio, persone che si incrociano e si sfiorano. Poi si notano dei binari invisibili. Ogni banco ha la sua piccola fila: una linea non troppo serrata, ma ordinata, di corpi e di sguardi. Le persone restano abbastanza distanti da sentirsi a proprio agio, ma non così tanto da fingere di non essersi accorte del vicino.
La gentilezza è pacata. Basta un cenno del capo per dire: “C’eri prima tu”. Una mano sollevata a metà intercetta lo sguardo del venditore: “Il prossimo sono io”. Se qualcuno la tira un po’ troppo per le lunghe – un turista alle prese con un dizionario, una persona anziana che conta le monete una a una – raramente la reazione collettiva è di manifesta irritazione. Piuttosto si rivedono le aspettative: ci vorrà più del previsto, ma ce la faremo.
Alla base di questa delicatezza c’è una sorta di realismo economico. In un posto dove tante persone ancora controllano con cura gli scontrini della spesa e misurano la loro giornata con il metro delle tratte e degli orari degli autobus, invece che delle corse in taxi, il tempo e l’attenzione sono valori preziosi. Restare in fila senza far sprecare tempo agli altri è una forma di cortesia. Non scalpitare non significa solo “essere gentili”, ma anche rispettare il modo in cui gli altri dispongono delle proprie ridotte risorse.
Per chi viene da città dove le code sono severamente controllate o del tutto assenti, questo tipo di accortezza può disorientare. Qui ci si aspetta che tutti sappiano capire il contesto. E non tradiscano la fiducia che gli è stata data.
Al di là delle strade da cartolina, Riga è una città di scale: palazzi dell’era sovietica, caseggiati costruiti tra le due guerre, cortili interni dove generazioni e generazioni si sono arrampicate su e giù con indosso pesanti stivali invernali. Se vivete in uno di questi edifici, imparerete presto un altro aspetto del galateo delle piccole capitali: l’importanza dell’acustica domestica.
Non esistono regole scritte su quando si può usare il trapano, sul volume di voce da tenere nel pianerottolo o sui bambini che fanno rimbalzare la palla in corridoio. Ma c’è un limite riconosciuto da tutti: una fisica di suoni quotidiani che affiorano da muri meno spessi di quanto sembri. Spesso i nuovi arrivati lo scoprono a proprie spese. Magari una sera, alla ricerca di riservatezza, ti capita di fare una lunga telefonata per le scale. La mattina dopo il vicino ti saluta con un sorriso un po’ meno cordiale del solito e un cauto labrīt (buongiorno). Non ha bisogno di dire altro. Il messaggio arriva comunque: abbiamo saputo della tua vita privata più di quanto c’interessasse.
Le scale dei palazzi di Riga impartiscono una piccola ma importante lezione: la vita privata è alla mercé di tutti. I suoni della tua quotidianità attraversano le pareti, s’insinuano sotto le porte, entrano in esistenze che non conoscerai mai. Vivere bene in una città di questo tipo significa portare con sé questa consapevolezza quando ci si chiude alle spalle la porta di casa.
Se i tram e le scale sono spazi chiusi, il fiume Daugava offre una maggiore apertura. Sul lungofiume, soprattutto di sera e se c’è una brezza leggera, si può ammirare la versione cittadina dell’intimità pubblica: coppie sedute senza parlare, famiglie che camminano in fila indiana, persone sole con lo sguardo fisso sull’acqua.
In alcune città lo spazio pubblico è rumoroso per definizione. I parchi sono pieni di attività organizzate, musica, eventi. Riga ha i suoi festival e i suoi concerti, ma il lungofiume è perlopiù silenzioso. Qui la prima attenzione è non trasformare la solitudine degli altri in uno spettacolo.
Per chi arriva da città densamente popolate e iperattive, questa sobrietà può essere una rivelazione. Puoi stare seduto da solo senza essere avvicinato, camminare lentamente senza essere travolto, guardare l’acqua senza aver bisogno di un caffè da asporto come oggetto di scena.
Riga non è sommersa dai turisti come altre città, ma gli arrivi sono in aumento
Il fiume lascia spazio al presente, mentre le strade alle sue spalle portano il peso del passato.
Regolare l’impatto
La regione baltica è carica di storia e Riga non fa eccezione. Occupazioni, deportazioni, lotte per l’indipendenza: fa tutto parte delle vicende raccontate nei musei e ricordate nelle ricorrenze ufficiali. Ma nella vita quotidiana della città la storia è percepita più come un sottofondo sommesso che come un discorso magniloquente.
Lo si capisce da dettagli minori. Gli anziani che passano dal lettone al russo con disinvoltura, ma il cui volto si irrigidisce se si affrontano determinati argomenti. Edifici che hanno cicatrici sulle facciate, ma ospitano caffetterie con computer portatili e servono latte d’avena. Targhe commemorative che potreste benissimo non notare, finché un nome non cattura la vostra attenzione e vi costringe a fermarvi.
La cortesia qui non è solo un atteggiamento individuale, è anche un modo per muoversi in un paesaggio stratificato senza lacerarlo a ogni passo. In un tram in cui viaggiano persone di due comunità linguistiche, abbassare la voce non è solo timidezza. Può essere un modo per evitare vecchie discussioni che nessuno ha voglia di riproporre in pubblico.
Ai nuovi arrivati è richiesta una certa prudenza nel muoversi in questo paesaggio. Non si tratta la città come un semplice sfondo per fare qualche foto. Ci si prende un momento per leggere le targhe, per capire perché c’è una candela accesa in un punto apparentemente casuale, o perché la libertà di espressione qui ha un peso particolare. Nessuno si aspetta che abbiate le conoscenze di uno storico, ma siete cordialmente invitati a non essere del tutto privi di memoria.
L’Estonia, subito più a nord della Lettonia, ha codificato la buona educazione pubblica in sistemi precisi: identità digitale, X-Road (un sistema di scambio dati), trasparenza dei registri pubblici. A Tallinn la filosofia del “non complichiamoci la vita più del necessario” è stata tradotta in codici informatici.
A Riga, invece, la cortesia sopravvive nelle strade più che nei server. Lo stato lettone ha digitalizzato molti servizi, ma l’esperienza quotidiana dei cittadini è ancora legata alla burocrazia tradizionale: sportelli, moduli, telefoni che squillano senza risposta. Il contrasto è istruttivo. A Riga lo stato non si preoccupa di gestire e coordinare. Sono i cittadini a farlo.
Così una coda al mercato, il comportamento su un tram, il silenzio nelle scale di un palazzo non sono dettagli decorativi. Fanno parte della strategia di una piccola capitale per compensare i suoi limiti. Quando le risorse sono più scarse, conta soprattutto come i cittadini si comportano tra loro.
La gentilezza di Riga rischia di sfuggirvi se siete in cerca di gesti eclatanti. Perché si manifesta nelle piccole cose: un autista di autobus che aspetta un po’ più del dovuto se vede qualcuno che corre per salire a bordo; un vicino di casa che ti bussa per avvertirti che la tua porta è chiusa male; un venditore al mercato che arrotonda il conto per difetto.
Sono gesti compiuti senza cerimonie. Non si cerca di apparire “ospitali”, è più un modo per ribadire silenziosamente che le persone non dovrebbero rendersi la vita inutilmente difficile. Il calore umano è spesso nascosto dietro una sorta di stoicismo. Forse nessuno vi si rivolgerà in modi molto affabili, ma in cambio tutto sarà affidabile: il tram arriva in orario, il negozio apre, il farmacista vi ascolta con attenzione.
Per chi viene da culture in cui l’ospitalità si esprime con maggiore trasporto, quest’approccio può inizialmente sembrare scostante. Con il tempo, però, s’impara ad apprezzarlo. Una città che ti lascia in pace quando vuoi stare da solo non è necessariamente indifferente, forse sta semplicemente rispettando il tuo diritto a rimanere in disparte.
Riga non è sommersa dai turisti come altre capitali europee, anche se gli arrivi sono in aumento. I voli low cost, le navi da crociera, le storie Instagram che raccontano di un Baltico “ancora da scoprire”. Allo stesso tempo ospita molte persone che si fermano a lungo: studenti, lavoratori, gente che arriva da paesi vicini in cerca di una vita più tranquilla o di un futuro diverso.
Come succede in altre piccole capitali, la sfida è diventare visibili senza apparire invadenti. La cortesia della città indica la strada. Fare come gli altri: prendere posto nello stretto spazio accanto alle porte del tram, e non in mezzo al passaggio. Non turbare l’ordine della fila al banco dei formaggi. Fare una fotografia a una vetrina o a un negozio che ha catturato la vostra attenzione, e poi magari entrare per comprare qualcosa.
Appartenere a un luogo non significa solo memorizzare qualche parola locale, come paldies (grazie). Si tratta anche di imparare a regolare il proprio impatto. In una grande città, parlare a voce alta o “rubare” una foto è poca cosa. In una piccola capitale questi comportamenti possono alterare l’atmosfera di un intero vagone del tram o l’umore di un caseggiato.
È possibile arrivare a Riga attirati dalle belle facciate art nouveau, e poi scoprire poco a poco lo spazio invisibile che esse custodiscono. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati