Una settimana prima di lasciare l’India sono andata a salutare Jahiruddin Mewati, il capo di un piccolo villaggio in cui ero stata una decina di volte per i miei articoli. Jahiruddin e io non eravamo amici, ma nel corso degli anni avevamo passato molte ore a chiacchierare, soprattutto di politica locale. Lo trovavo completamente senza scrupoli, ma sincero. Lui sospettava quali fossero le mie motivazioni, ma mi trovava divertente, come può esserlo un cane che parla, indipendentemente da quello che dicevo.
Pur non essendo istruito, Jahiruddin era un politico abile, e aveva appena vinto le combattutissime elezioni locali. Durante le nostre conversazioni, spesso attaccava appassionate e patriottiche tirate sulla verità e la giustizia, battendo con enfasi il pugno sul tavolo di plastica. L’effetto era in parte rovinato dalla sua sindrome di Tourette, che gli faceva ripetere a intervalli regolari la parola “pene”.
Jahiruddin mi ha tempestato di domande. Perché gli inglesi avevano lasciato l’India? E se gli inglesi se n’erano andati perché io ero ancora lì? Quali sono i nostri piatti preferiti?
Era molto franco sulle cose sporche del suo mestiere. Occupava un posto riservato alle donne delle caste inferiori, ma nessuno negava che fosse un imbroglio: sulla scheda elettorale c’era il nome di sua moglie, mentre la faccia sui manifesti era la sua.
Quasi tutto quello che faceva nell’amministrazione locale erano trattative per assicurarsi il voto di piccoli gruppi familiari o di casta. La cosa buffa, però, era che funzionava abbastanza bene.
Tra i gruppi di elettori che preferiva ce n’era uno di ex mendicanti, alcune tra le persone più povere che io abbia mai conosciuto in India. Negli ultimi due anni ero andata a trovarli regolarmente, e la loro vita era migliorata in modo sorprendente, in alcuni casi proprio grazie all’intervento di Jahiruddin.
Aveva convinto – corrompendoli – i capi della casta a lasciar lavorare a giornata le donne, e l’aumento del reddito delle loro famiglie era evidente: c’erano nuove case di mattoni e bambini ben nutriti. Un sussidio aveva permesso alle donne di avere una cucina a gas, liberandole dal faticoso compito di andare alla ricerca di legna da ardere. Questo cambiamento mi era sembrato veramente rivoluzionario, come l’arrivo della pillola anticoncezionale in occidente. Volevo complimentarmi con Jahiruddin per quello che aveva fatto e salutarlo. Tutte le mie cose erano già state caricate su una nave container che aveva lasciato il porto di Mumbai.
Jahiruddin sembrava dispiaciuto per la mia partenza e, forse pensando che non avrebbe avuto più occasione di farlo, mi ha tempestato di domande per 45 minuti. Perché gli inglesi avevano lasciato l’India? E se gli inglesi se n’erano andati perché io ero ancora lì? Quali sono i nostri piatti preferiti? Pensavo che le sue domande fossero stupide? In America, se gli piacessi e lui mi rapisse, mio padre lo ucciderebbe? Che cosa ci guadagnavo a scrivere articoli da lì? Quanti soldi avevo in banca? Quanto guadagnavo? Se non gli dicevo che stipendio prendevo lui come faceva a sapere quanti soldi avevo? Era vero che i bianchi non sono onesti? Quando sarebbe arrivato il mio sostituto pensavo che avrebbe voluto affittare una macchina da lui?
Per un po’ è andato avanti così. Gli ho promesso che ci saremmo sentiti e ha scritto il mio numero di telefono sotto il nome Angrezi, che vuol dire più o meno “donna bianca”. Ci siamo separati in modo amichevole. Poco tempo dopo, qualcuno mi ha detto che a Peepli Khera c’era stato un omicidio, e mi sono resa conto che sarei dovuta tornare ancora una volta da lui.
Quando andavo a Peepli Khera, spesso mi fermavo da una donna di nome Anjum, che viveva vicino a una pompa a mano per l’acqua e raccoglieva tutti i pettegolezzi. Ero lì quando ho sentito dire che l’anno scorso una donna era stata uccisa a bastonate dal marito davanti ad almeno una decina di persone.
Anjum mi ha raccontato che le urla della donna l’avevano svegliata da un sonno profondo e, dato che era buio, era andata a tentoni a casa dei vicini, a pochi metri di distanza. La donna, Geeta, era rannicchiata nel bagno, un recinto a forma di U che usavano per fare la doccia, e il marito continuava a colpirla con un bastone di bambù, ha detto Anjum alla mia collega Suhasini, che faceva da interprete. “L’ho trascinata fuori per proteggerla”, ha proseguito. “Non la stava difendendo nessuno. Stavano tutti lì a guardare e basta”.
Ma quando Anjum si era allontanata, il marito di Geeta – un uomo magro di nome Mukesh – si era chinato su di lei, che era stesa su un fianco su una branda di corda, e le aveva dato delle altre bastonate in testa. Era morta sul colpo.
Quello che turbava di più Anjum era che la polizia aveva saputo dell’omicidio ma aveva subito chiuso l’indagine, rilasciando Mukesh dopo poche ore.
Il giorno prima della mia visita, l’uomo si era risposato, con una ragazza che aveva la pelle più chiara ed era più alta della moglie morta, e la portava in giro sul sellino della sua motocicletta per farla vedere a tutti.
Il fratello di Mukesh, Bablu, si trovava per caso da Anjum e ha detto che suo fratello aveva scoperto che Geeta lo tradiva e l’aveva uccisa. “Era triste”, ha detto del fratello. “Ma ieri si è preso un’altra donna. Quindi è giusto che ora non sia triste”.
Siamo andate al posto di polizia più vicino, che è a qualche chilometro di distanza, e un giovane agente di nome Jahangir Khan è stato mandato fuori a parlare con noi. Aveva un fucile con il calcio tenuto insieme con il fil di ferro – secondo lui risaliva “ai tempi di Hitler” – e ha detto che si capiva che ero statunitense perché quando parlavo mi tremava il naso, una caratteristica nazionale che aveva notato guardando i film di James Bond.
Questo è un riassunto della nostra conversazione:
Poliziotto: “Stava dormendo sul terrazzo. Si era svegliata per orinare. C’era una scala di legno, una scala precaria fatta di canne di bambù. È scivolata mentre scendeva e si è fatta male alla testa”.
Io: “Dalle ferite non sembrava che fosse successo qualcosa di più violento?”.
P: “Quando ti picchiano con un bastone, ti colpiscono in un punto solo della testa e muori. Quando cadi da una scala, non sei ferito solo in testa. Aveva sette o otto segni sul corpo, il che significa che non era stata colpita con un bastone ma era caduta dalle scale”.
Io: “Una ferita del genere alla testa è un po’ strana, di solito cadendo dalle scale ci si rompe il collo”.
P: “Quando cadi dalle scale hai lividi su tutto il corpo”.
Io: “I vicini non le hanno detto che era stata picchiata?”.
P: “Alcuni dei vicini hanno detto che l’aveva uccisa il marito. Ma lei stava bene. Era forte, ben nutrita e felice, e aveva due bambini. Era sana e in carne, come lei”.
Dopo un po’, il poliziotto mi ha fatto capire che non aveva più tempo per discutere di quel caso. Mentre se ne andava, si è girato verso di me.
“Questo è il gioco che fanno i paesi stranieri come il suo”. Ha detto. “Lei scriverà qualcosa. La gente lo leggerà e penserà: ‘L’India ci metterà altri cent’anni a progredire’”.
Sull’ultima cosa che aveva detto ero abbastanza d’accordo. Negli ultimi dieci anni, in Russia e poi in India, mi hanno rivolto questa domanda varie volte anche se in forma diversa. Chi siete voi per venire qui a dirci cosa c’è di sbagliato nel nostro sistema? Ed è vero, l’intera questione della corrispondenza dall’estero puzza un po’ di colonialismo. Nel corso degli anni in cui ho lavorato all’estero, l’interesse degli Stati Uniti per promuovere i suoi valori nel mondo è andato calando, prima lentamente e poi in modo sempre più rapido. Dubitavo che chi aveva riempito quel vuoto avrebbe fatto di meglio, ma comunque non ero sicura che fosse una cosa negativa.
Temevo, come aveva lasciato intendere il poliziotto, di concentrarmi troppo sulla violenza. In particolare in India, dove milioni di persone escono ogni anno dalla povertà estrema, ci sono molti motivi per essere ottimisti: i cambiamenti che arrivano con i telefoni cellulari e l’accesso a internet, le ragazze che incassano il loro primo stipendio, le famiglie che montano il loro primo condizionatore. Ho scritto anche di questo, ma il passaggio dalla povertà estrema alla povertà normale è sottile e difficile da cogliere. Invece la violenza si racconta da sé.
E poi avevo parlato con due ragazze che abitavano nel cortile dove Mukesh aveva ucciso la moglie. Il giorno dopo, erano accovacciate a terra e asciugavano il sangue con le mani. Poi avevano coperto tutto il cortile con uno strato sottile di letame, che quando si secca diventa come il gesso.
Le nuove mogli occupano il gradino più basso della gerarchia familiare. Questo significa che quando c’è poco da mangiare digiunano, anche se sono incinte. Le regole della casta gli vietano di sedere sulle sedie o sulle brande se sono presenti persone di rango più alto, cioè quasi sempre, perciò le ho intervistate come facevo di solito: io seduta su una brandina e loro accucciate ai miei piedi che mi guardavano dal basso in alto. Quando ho chiesto dell’omicidio di Geeta, la più grande ha risposto sottovoce, perché la sua risposta non era in linea con la storia concordata nel villaggio: “È sbagliato, cosa succederà adesso se mio marito mi picchia?”.
Abbiamo trovato Mukesh sulla terrazza con la nuova moglie che affettava gombi. Mentre salivamo le scale mi batteva il cuore, ma inutilmente. Appena gli abbiamo chiesto se aveva ucciso la moglie, ci ha spiegato nei particolari come aveva fatto. La nuova moglie ha detto che secondo lei Geeta se l’era meritato e che Mukesh non avrebbe dovuto preoccuparsi.
La ragazza era eccitata perché stava cucinando su un fornello a gas, quello che Geeta aveva ottenuto prima di morire. All’inizio la spaventava, ma Mukesh l’aveva aiutata ad accenderlo, ha detto arrossendo. Era contenta di indossare i gioielli di Geeta e di usare i suoi trucchi. Sembrava seccata solo di una cosa: i parenti acquisiti le avevano detto che dopo il matrimonio doveva cambiare nome. Ora si chiamava Geeta.
Nel mio mestiere poche cose sono gratificanti come scoprire che qualcuno sta mentendo. Il giorno dopo siamo tornate dal poliziotto con la confessione di Mukesh registrata sul mio telefono. È apparso leggermente a disagio. Ha detto che non voleva parlare con noi lì alla stazione di polizia, e ci ha invitato ad andare dall’altra parte della strada in un chiosco per il tè. Ma il chiosco era occupato da una decina di agenti che si riposavano scompigliandosi i capelli a vicenda e fumando foglie di tabacco arrotolate, perciò ci ha portato in un negozietto che riparava trattori, dove ci siamo seduti uno di fronte all’altra, lui su una sdraio e io su una brandina di corda.
Faceva molto caldo e i carri tirati dai buoi continuavano a passare cigolando sulla strada principale. Mentre gli dicevamo quello che avevamo scoperto il giorno prima, il poliziotto si asciugava la fronte con un fazzoletto. Poi, dopo un minuto o due, ha parlato.
“Quando ci arriva un’informazione”, ha detto, “andiamo sul posto e indaghiamo. Di ogni storia ci sono sempre due versioni. Noi partiamo dal presupposto che entrambe le parti dicano la verità. Mukesh ci ha detto che sua moglie era caduta dalle scale. Abbiamo parlato anche con la famiglia della donna, e sua madre ha dichiarato che la figlia era caduta dalle scale”.
Gli ho fatto la stessa domanda in varie forme per 45 minuti. Mentre traduceva, Suhasini cercava di far sembrare le mie domande meno aggressive, ma non era facile, perché ero seduta a un metro da lui, ero piegata in avanti e lo guardavo negli occhi. Se me lo aveste chiesto in quel momento, avrei avuto difficoltà a spiegare perché per me la verità era importante, dato che nessuno di quelli con cui avevo parlato sembrava interessato a riaprire il caso. Ma ho continuato a fargli domande e lui ha continuato a mentire fino a quando non eravamo tutti e due sfiniti.
A un certo punto c’è stata una sorta di increspatura sulla superficie della conversazione. Eravamo seduti in silenzio, perché avevamo esaurito tutti i modi di riformulare la nostra posizione. Lui fissava la parete del negozio e, all’improvviso, ha detto qualcosa a proposito del Mahatma Gandhi. “Qui la gente appende la foto di Gandhi al muro”, ha detto, “ma non rispetta gli insegnamenti di Gandhi”. Gli ho chiesto se gli piaceva fare il poliziotto, e lui ha scosso brevemente la testa. No. Poi ci ha chiesto un passaggio fino a casa. Mi sono chiesta se gli interessava solo fare un giro in una macchina con l’aria condizionata – qui la gente è così povera che forse non ne avrebbe mai più avuto l’occasione – ma appena siamo partiti ha cominciato a parlare senza guardarci, tenendo gli occhi fissi sulla strada.
“Lo so che è stato un omicidio”, ha detto. La famiglia di Mukesh aveva corrotto gli ufficiali della stazione di polizia, ma non sarebbe riuscita a insabbiare il caso se il capo del villaggio Jahiruddin Mewati non si fosse dato tanto da fare per convincere la madre vedova di Geeta, che lavorava a giornata e viveva a cinquanta chilometri da lì, a ritirare la denuncia.
Tutta la storia lo aveva nauseato. “Mi sono sentito a disagio”, ha detto, “è per questo che voglio lasciare questo lavoro. Il 99 per cento dei casi si risolve così. Mi fa molto arrabbiare. Io sono una persona onesta. Potrei indicarvi quattro uomini qui che sono capaci di violentare una donna con la stessa facilità con cui spennano un uccello, ma nessuno li arresta mai”.
Ha detto che avrebbe voluto fare l’autista e mi ha chiesto se potevo aiutarlo a ottenere un visto per gli Stati Uniti. Mi ha chiesto quanti anni avevano i miei genitori e dove vivevano, e se era vero che negli Stati Uniti molte persone soffrono di diabete. Gli ho detto che era vero, e lui mi ha guardato in modo strano e ha chiesto: “Perché dovrei andare in un posto del genere?”.
Così mi sono trovata di nuovo nel cortile di Jahiruddin, questa volta armata di una cartella piena di documenti che dimostravano che aveva infranto la legge.
Era un cambiamento non indifferente nel nostro rapporto. Ho messo il telefono sul tavolo perché vedesse che stavo registrando. A un certo punto, sentendoci parlare, suo figlio ha cercato di avvertirlo che stava confessando un crimine, ma a Jahiruddin non importava, era orgoglioso di avere insabbiato quel caso.
E questo non perché era convinto che Geeta meritasse di morire o che suo marito meritasse di non essere punito. Era una questione più pratica. La famiglia estesa di Mukesh controllava 150 voti e lui aveva vinto le ultime elezioni per 91 voti. Un caso di omicidio sarebbe stato una macchia sulla loro casta e, insabbiando il caso, lui aveva reso un servizio particolarmente prezioso a un gruppo di elettori importante. Forse un giorno lo avrebbe aiutato a vincere di nuovo le elezioni.
“In India non si vota in nome dello sviluppo”, ha detto. “Nessuno ti vota perché hai fatto qualcosa di buono. Si vota per la casta, la famiglia, la comunità. E quindi il 10 per cento della gente dirà: ‘Jahiruddin ha fatto qualcosa per me’”.
Non è stato facile, ha detto. I poliziotti avevano chiesto una grossa tangente alla famiglia di Mukesh. La cosa più difficile era stata convincere la madre della vittima a ritirare la denuncia. Era una donna minuscola dalla pelle scura che lavorava a giornata in un cantiere, portando avanti e indietro cesti di cemento sulla testa. Non aveva mai parlato con un poliziotto prima del giorno in cui era morta sua figlia, e meno che mai con il capo di un villaggio. Ma quando aveva visto il corpo della figlia si era arrabbiata. Mukesh l’aveva picchiata così forte, hanno detto i parenti, che si vedeva il cranio sotto la pelle spaccata della testa.
Jahiruddin mi ha detto che si era lavorato la madre per cinque ore prima che cedesse: “La famiglia era decisa, diceva che non avrebbe mai accettato un compromesso. Ha perfino chiesto un’autopsia”.
A volte sembra che il sistema legale europeo, con la sua enfasi sui diritti dell’individuo, abbia appena sfiorato questo paese ossessionato dai diritti dei gruppi. E i leader politici hanno rafforzato questa idea ancora di più. In India l’uguaglianza è uguaglianza tra gruppi. La giustizia è giustizia di gruppo.
Tutto il senso di trionfo che avevo provato interrogando il poliziotto era svanito. E il capo del villaggio non mi sembrava più divertente. Lui se n’è accorto e si è rivolto a Suhasini. “Per favore, le chieda che tipo di persona pensa che io sia”, le ha detto. “Non sono avido. Non lo faccio per avidità. Il mio è un servizio. Forse lei pensa che sono avido di voti”. Quando non sono riuscita a rassicurarlo abbastanza su questo, si è agitato.
“Lei è qui per avidità”, ha detto. “Vuole avere notizie. Ma che cosa mi dà in cambio? Io le ho dato due ore del mio tempo. Che cosa significa questo per lei?”.
Tornando a Delhi, ci siamo fermate dove viveva la madre della donna uccisa, ma ormai non mi aspettavo più di trovare un grande interesse per la nostra inchiesta. La madre aveva accettato quello che le aveva detto il capo del villaggio, che ritirare la denuncia sarebbe stato meglio per i figli di Geeta. Che provocare un conflitto tra due clan imparentati tra loro le si sarebbe ritorto contro. Era stato meglio così, mi ha detto.
I silenzi tra noi stavano diventando sempre più imbarazzanti, e mi sono resa conto che non vedeva l’ora che ce ne andassimo ma non osava dirlo.
Accanto a lei, con le ginocchia tirate su fino al mento, c’era un bambino di circa otto anni che aveva ascoltato tutta la conversazione. Era il figlio di Geeta. Fremeva in silenzio, e quando gli ho chiesto cosa pensava di tutta quella situazione, mi ha risposto che suo padre era un buono a nulla. “Mio padre non voleva bene a mia madre”, ha detto a voce così bassa che ho dovuto piegarmi in avanti per sentirlo. La nonna gli ha lanciato uno sguardo pieno di amore. E mi ha detto: “Forse quando sarà grande si vendicherà”. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati