Lo chiamavano Canción perché era stato macellaio. Non perché fosse un musicista. Non perché fosse un cantante (non sapeva neanche cantare). Ma perché dopo che era uscito dal carcere di Puerto Barrios, dove l’avevano rinchiuso perché aveva rapinato una stazione di servizio, aveva lavorato un po’ per la macelleria Doña Susana, in un quartiere periferico della capitale. Dicevano che fosse un bravo macellaio. Era molto gentile con le signore della zona che compravano lì tagli di carne e insaccati. Il suo soprannome non era altro che un’allitterazione o un gioco di parole tra carnicero, macellaio, e canción, canzone. O così dicevano alcuni dei suoi compari. Altri, invece, dicevano che quel soprannome era dovuto al suo modo particolare e melodico di parlare. E altri ancora, forse i più audaci, lo legavano alla sua capricciosa abitudine di confessare sempre troppo, di cantare più del dovuto. I suoi amici intimi, i suoi compagni, lo chiamavano Ricardo. Ma il suo nome era Percy. Percy Amílcar Jacobs Fernández. Fu lui – Percy, o Ricardo, o Canción – che qualche anno dopo aver fatto il macellaio sequestrò mio nonno.
Sono arrivato troppo presto. Mi sono diretto verso il bancone e ho salutato l’oste, un vecchio in camicia bianca e pantaloni neri che sembrava aver passato tutta la vita lì, dietro quello stesso bancone, a servire da bere agli stessi avventori.
Mi sono diretto verso il bancone e ho salutato l’oste, un vecchio in camicia bianca e pantaloni neri che sembrava aver passato tutta la vita lì, a servire da bere agli stessi avventori
Cosa gradisce, signore?
Mi sono sorpreso di averlo sentito (bisbigliava senza aprire la bocca, come un ventriloquo), prima di rendermi conto che nel bar regnava un silenzio quasi totale. Nessuna musica. Pochi e solitari clienti. Gli ho chiesto una birra Negra Modelo e sono andato ad aspettare al tavolo più lontano da una televisione muta appesa al soffitto. Al tavolo accanto, due uomini condividevano un mezzo quartino di rum e un piatto di patatine fritte; a un altro, una signora di una certa età, in minigonna e con troppo rossetto, sfogliava il giornale velocemente, senza grande interesse, forse guardando solo le foto; a un altro, un signore in giacca e cravatta da notaio fallito reggeva con entrambe le mani il suo bicchiere di whisky, quasi afferrandosi al suo bicchiere di whisky, mentre mi osservava serio e senza alcun pudore. Ho notato che sulla parete dietro al bancone, in una vecchia credenza di legno con le ante in vetro, c’era una serie di diplomi e medaglie dorate e grandi trofei in argento e un piccolo ocelot impagliato, in posizione d’attacco. Lontano, dall’altra parte del bar, c’erano le due strette porte dei bagni: quello degli uomini, indicato da un vecchio ritaglio di rivista con un Clint Eastwood giovane e polveroso, e quello delle donne, segnalato da un vecchio ritaglio di rivista con una Marilyn Monroe mozzafiato. Dalla finestra che dava sulla strada si vedevano le sagome e le luci del traffico del centro. Cominciava a calare la sera.
Ho avvicinato il piccolo posacenere di terracotta che era sul tavolo, ho acceso una sigaretta e sono rimasto a guardare con ansia la porta d’ingresso, pensando che un bar che si trova all’angolo di un edificio rotondo è sicuramente la metafora di qualcosa.
Sono nato in un vicolo cieco. In altre parole, quando sono nato, nell’agosto del 1971, i miei genitori vivevano in una casa nuova alla fine di un vicolo cieco. All’entrata del vicolo, sull’avenida Reforma, c’era una gelateria famosa a un angolo e il laboratorio di un fabbro assolutamente non famoso all’altro. Non ho ricordi di quel vicolo, ovviamente, ma ci sono filmati muti che testimoniano i miei primi anni lì. Io neonato tra le braccia di mia madre che arrivo dall’ospedale su una Volvo verde giada. Io a un anno, seduto su un carretto di legno celeste mentre una capra nera mi porta a passeggio per il vicolo e un bambino indio, scalzo e vestito di stracci, la tira da una corda (intrattenimento tipico di quell’epoca per le festicciole dei bambini più benestanti). Io a due anni, che giro davanti al laboratorio del fabbro con il gelato al mandarino in mano e sulla faccia e poi, come un presagio delle tante nausee a venire, che vomito sul marciapiede tutto il gelato al mandarino. Io a tre anni, mentre gioco con il cane dei vicini, un segugio grassoccio e pigro di nome Sancho. E anche se non c’è un filmato muto che ne parla (o forse sì), una fredda mattina del gennaio del 1967, quattro anni prima che io nascessi, e mentre quella casa è ancora in costruzione, una macchina della polizia che ferma mio nonno libanese all’ingresso del vicolo, sull’avenida Reforma, per sequestrarlo.
È arrivato l’oste. Ha posato sul tavolo la bottiglia di Negra Modelo e un enorme boccale congelato, e io gli ho chiesto se poteva portarmi un bicchiere piccolo. Il vecchio oste ha fatto una smorfia di fastidio o di sconcerto. Ho dovuto dirgli, allora, che mi piace bere la birra lentamente, servendomela poco a poco, a sorsi, in un bicchiere piccolo, da cicchetto, un tumbler, un rocks o un old fashioned. Poi ho pensato di pregarlo di fare presto, perché mi piace alternare brevi sorsi di birra scura a brevi tiri di sigaretta, non so se per il piacere di sentire il sapore amaro in bocca o per superstizione. Poi ho pensato di dirgli (o piuttosto di parafrasargli) che irrimediabilmente la storia della mia vita si confondeva con la storia delle mie birre e delle mie sigarette. Ma per fortuna sono rimasto in silenzio. Il vecchio oste ha fatto un’altra smorfia, stavolta con tutta la faccia, una smorfia smisurata, quasi buffonesca, come per dire: come vuole, signore, ma solo un demente beve così la birra. Ha preso il boccale congelato ed è tornato al bancone trascinando i piedi e io sono stato scosso da un brivido notando di sfuggita che qualcuno stava spingendo la porta principale. Era solo un ragazzino che portava una fragile scatola di cartone. Vendeva pappagallini.
Nella macchina della polizia parcheggiata che aspettava mio nonno all’ingresso del vicolo, in quella fredda mattina di gennaio del 1967, c’erano quattro uomini. Uno sonnecchiava sul sedile posteriore con un asciugamano bianco arrotolato attorno al collo, come una sciarpa. Un altro, accanto a lui, puliva il finestrino con una pagina del giornale del giorno prima. Un altro, il conducente, aspettava in silenzio, con il motore acceso, le mani ferme sul volante. E un altro era già pronto per uscire dalla parte del passeggero non appena avesse visto nello specchietto retrovisore una Mercedes color crema avvicinarsi dall’avenida Reforma.
Dei quattro solo uno sarebbe sopravvissuto alla guerra.
Mio nonno si era svegliato prima dell’alba. Era in ansia (come se sapesse già quello che gli riservava la giornata). Si lavò e si vestì con calma, cercando di non fare rumore per non svegliare mia nonna. Scese in cucina e fece colazione da solo. Dopo aver fatto una telefonata, salì sulla sua Mercedes crema, accese il motore e si diresse verso il viale dal cancello principale.
Era mattina presto. Non si era ancora alzata la nebbia né si era smorzato il freddo sereno di gennaio. Mio nonno arrivò alla banca troppo presto. Era ancora chiusa, e dovette aspettare alcuni minuti fuori, nella strada quasi deserta. Quando alla fine aprirono, mio nonno sbrigò la sua pratica (il cassiere poi avrebbe detto che l’aveva fatto scontrosamente, bofonchiando) e risalì sulla sua Mercedes crema.
Guidava lentamente, con prudenza. In una tasca dei pantaloni portava la grossa mazzetta di quetzal che aveva ritirato dalla banca (l’equivalente di 2.500 dollari) per pagare due settimane di lavoro ai muratori. In un’altra tasca dei pantaloni aveva il libretto bancario, con i suoi dati personali e il saldo aggiornato del conto. Nella tasca interna della giacca aveva due penne d’oro. E al mignolo sinistro, come sempre, il suo anello con un diamante da tre carati.
Arrivò all’entrata del vicolo, sull’avenida Reforma.
C’era una macchina della polizia parcheggiata, che ostruiva il passaggio. Uno dei poliziotti era già in piedi sulla corsia di servizio e gli fece segno di fermarsi e uscire dalla macchina.
Mi stavo versando un po’ di birra scura nel bicchiere quando qualcuno ha spinto la porta di vetro ed è entrato nel bar. Solo un ragazzo. Sembrava indossare un’uniforme scolastica, ma un’uniforme scolastica alla fine della giornata, tutta grinzosa. Si è diretto subito dov’era seduta la signora di una certa età in minigonna e, dopo averle sussurrato qualcosa che non sono riuscito a capire, ha messo alcune banconote sul tavolo. Ho pensato che fosse venuto a pagare il conto della signora (magari era sua madre, o sua nonna), ma lei, senza alzare lo sguardo dal giornale, ha preso le banconote dal tavolo e se le è infilate nel reggiseno. Il ragazzo era ancora in piedi accanto a lei, a testa bassa, come se l’avessero rimproverato, quando all’improvviso è entrato nel bar un altro ragazzo più giovane, quasi un adolescente, e si è fermato dietro al primo, forse aspettando il suo turno. Il primo se n’è andato lentamente dal bar e il secondo ha fatto un timido passo avanti. Anche lui ha sussurrato qualcosa d’incomprensibile, anche lui ha messo alcune banconote sul tavolo e la signora, senza dirgli nulla, senza neanche guardarlo, ha infilato anche quelle nel reggiseno.
Tiburón, squalo: il nome dato dai guerriglieri delle Forze armate ribelli all’auto della polizia usata quella fredda mattina di gennaio per il sequestro di mio nonno, o meglio, alla macchina che usarono come auto di pattuglia della polizia. Prima era appartenuta al capo ufficio stampa del governo, Baltasar Morales de la Cruz, sequestrato dalla guerriglia qualche mese prima (nella sparatoria morirono suo figlio, Luis Fernando, e il suo autista Chabelo). I guerriglieri avevano rapito Morales de la Cruz con un furgone blu scoperto che poi, mentre cercavano di fuggire con l’ostaggio, aveva avuto un problema meccanico. Avevano deciso di abbandonare il furgone e di portarsi via Morales de la Cruz usando la sua stessa macchina, una Chrysler Imperial Crown, modello 64, color bianco osso. Pochi mesi dopo, quella Chrysler era stata dipinta di grigio e travestita da auto di pattuglia della polizia, ed era in attesa all’ingresso del vicolo per sequestrare mio nonno.
La guerriglia guatemalteca fu fondata all’inizio degli anni sessanta, sulla montagna, da un fantasma e da un caimano.
Il 13 novembre 1960, un centinaio di ufficiali organizzò una rivolta contro il governo e l’influenza imperialista degli Stati Uniti che segretamente, in una tenuta privata del paese chiamata La Helvetia, stavano addestrando esuli cubani e mercenari anticastristi per l’invasione di Cuba, nella baia dei Porci (in quella tenuta privata, il cui proprietario era in combutta con il presidente del Guatemala, la Cia stabilì una centrale radio per coordinare la futura invasione fallita). La maggior parte degli ufficiali che avevano partecipato alla rivolta fu subito condannata e fucilata, ma due di loro riuscirono a fuggire sui monti: il tenente Marco Antonio Yon Sosa e il sottotenente Luis Augusto Turcios Lima. Entrambi, da militari, avevano imparato le tecniche di controguerriglia dall’esercito degli Stati Uniti; uno a Fort Benning, in Georgia, e l’altro a Fort Gulick, a Panamá. Una volta sui monti, in clandestinità, Yon Sosa e Turcios Lima cominciarono a organizzare il primo movimento (o fronte, nel gergo locale) guerrigliero del paese, il Movimento rivoluzionario 13 novembre. Passato un anno, nel 1962, dopo l’uccisione da parte di un gruppo di militari di undici studenti della facoltà di diritto che stavano appendendo striscioni e manifesti di denuncia in centro, il Movimento rivoluzionario 13 novembre si sarebbe unito al partito guatemalteco del lavoro per costituire le Forze armate ribelli. Si stima che all’epoca del sequestro di mio nonno, nel gennaio del 1967, nel paese ci fossero circa trecento guerriglieri. Età media: 22 anni. Tempo passato in media nella guerriglia prima di morire: tre anni.
Turcios Lima riusciva a sopravvivere sui monti, dicevano i suoi compagni, perché in realtà era un fantasma. Di notte Sosa ingannava i militari, dicevano i suoi compagni, perché in realtà era un caimano che dormiva nel ventre di un altro caimano nero e colossale. Fino alla notte in cui finì in un’imboscata e fu ucciso a Tuxtla, in Messico. E il cadavere del fantasma che era Turcios Lima comparve una mattina nella capitale, carbonizzato nella sua macchina.
Un uomo di mezza età è emerso nella sera, dall’altra parte della porta di vetro. Era vestito di nero da capo a piedi e guardava tutti quelli che si trovavano nel bar, uno per uno, forse alla ricerca di una persona in particolare. All’improvviso ha chiuso gli occhi e ha alzato un libro con la mano destra. Peccatori, ha gridato con rabbia attraverso il vetro della porta, con gli occhi ancora chiusi. Poi ha gridato qualcos’altro, una frase lunga, forse una citazione biblica che non ho capito o che non ho voluto capire, dopo è rimasto in silenzio. Dava l’impressione di pregare in silenzio. Dondolava un po’. Nessun altro nel bar sembrava vederlo o anche solo percepirne la presenza oltre la porta, e ho pensato che magari anche lui venisse qui ogni sera, che fosse anche lui uno dei tanti clienti abituali del bar. All’improvviso, con il libro ancora in alto, e senza aprire gli occhi, l’uomo si è piegato in avanti e ha poggiato le labbra sul vetro. Come se volesse baciare il vetro. O come se volesse baciare tutti noi peccatori dentro al bar.
Mio nonno uscì dalla sua Mercedes crema. Non spense il motore. Non chiuse lo sportello. Non si preoccupò neanche di parcheggiarla bene sulla corsia di servizio dell’avenida Reforma, davanti alla famosa gelateria; era presto, c’erano ancora poche macchine e pochi pedoni. Il poliziotto gli si avvicinò e mio nonno, forse notando che aveva una faccia da bambino, forse notando che l’uniforme gli stava comicamente grande, cominciò a parlargli con insolenza. Sposti la macchina dall’entrata nel vicolo (con l’indice in aria). Non mi tocchi (scuotendo il braccio). Ma il poliziotto si limitò a dirgli che aveva un mandato di cattura contro di lui, per contrabbando. Mio nonno, che aveva l’abitudine di parlare in modo brusco e categorico con tutti, con il suo forte accento arabo, si mise a parlare in modo ancora più brusco e categorico a quel poliziotto con la faccia da bambino che non voleva o non poteva dargli una spiegazione chiara, e che non gli faceva vedere questo presunto mandato di cattura ufficiale. All’improvviso il poliziotto gli mormorò qualcosa, le sue parole furono appena un filo bianco di nebbia, e mio nonno camminò con lui verso la macchina e salì docilmente sul sedile posteriore. Seduto, e controllato da altri due poliziotti, l’ultima cosa che vide attraverso il finestrino fu la sorella maggiore di mio padre, sua figlia, correre verso di lui. Poi tutto diventò nero.
I due uomini del tavolo vicino hanno chiamato l’oste e gli hanno chiesto un altro mezzo quartino di rum. Avevano le facce arrossate e sudate. Uno degli uomini, con la testa piegata verso il basso, sembrava sul punto di addormentarsi. L’altro uomo stava sostenendo la bottiglia vuota, quasi accarezzandola con esagerata nostalgia. Ho notato che c’era un altro mezzo quartino vuoto sul tavolo, e ho pensato di chiedergli perché non avessero chiesto fin dall’inizio una bottiglia più grande, invece di bere piccole bottiglie da mezzo quarto di litro, ma ho preferito cercare d’indovinarlo. Opzione a: i due uomini, arrivati al bar, avevano deciso di bere solo un mezzo quartino in due, ma dopo essersi arresi alla febbre del rum avevano deciso di allungare la notte e di condividere un secondo mezzo quartino, e adesso un terzo. Opzione b: i due uomini, arrivati al bar, avevano chiesto all’oste un litro di rum, però lui gli aveva detto che era molto dispiaciuto, ma che aveva solo mezzi quartini. Opzione c: i due uomini erano della filosofia secondo cui il rum ha un sapore migliore in dosi da 125 millilitri. Opzione d: i due uomini non avevano una filosofia né un progetto, e bevevano rum con la leggerezza di due uomini ciechi fermi sull’orlo dell’abisso. Stavo ancora cercando una quinta opzione, quando all’improvviso l’uomo che stava per addormentarsi ha alzato lo sguardo verso di me – uno sguardo miope e lacrimoso – e ha detto: fa’ uscire il diavolo da questa merda. Ci ho messo qualche secondo a capire che non stava guardando me o parlando con me. Allora l’altro uomo, quello che teneva tra le mani il mezzo quartino vuoto, ha allungato la mano per prendere il suo accendino dal tavolo e l’ha acceso e ha messo la fiamma sul fondo della bottiglietta, come per scaldarla. Poi, con attenzione, ha spostato la fiamma sulla bocca della bottiglia. Dall’apertura è uscita una fiamma azzurra e senza dubbio maligna.
Quella mattina, prima di uscire di casa, mio nonno aveva chiamato la figlia maggiore per dirle di raggiungerlo in cantiere, perché voleva farle vedere a che punto erano i lavori. E allora lei, che stava già aspettando nel vicolo, aveva osservato da lontano come suo padre parcheggiasse male la Mercedes sulla corsia di servizio dell’avenida Reforma, con il motore ancora acceso e lo sportello del conducente aperto; come suo padre gridasse contro un poliziotto, accusandolo; come quel poliziotto all’improvviso gli sussurrasse qualcosa che lei non era riuscita a sentire (aveva visto solo il vapore bianco delle parole) ma che aveva subito calmato e zittito suo padre. E senza pensarci si era messa a correre per il vicolo.
Adesso era in piedi davanti alla macchina e sfidava i poliziotti, insultava i poliziotti, gridava ai poliziotti che non si sarebbe mossa da lì finché non le avessero spiegato perché stavano portando via suo padre, incappucciato di nero.
Uno dei poliziotti aprì lo sportello dell’auto. Scese lentamente dalla macchina. Altrettanto lentamente, sorridendo appena, le puntò contro la mitragliatrice.
Si tolga, signora, o la taglio in due.
Il poliziotto, con un buon travestimento da poliziotto, era Canción. ◆ fr
Eduardo Halfon è uno scrittore guatemalteco. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Oh ghetto amore mio (Giuntina 2017). Questo racconto è stato pubblicato in inglese sulla New York Review of Books. È un estratto del libro Canción, che uscirà in Spagna nel gennaio 2021 per Libros del Asteroide.
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Questo articolo è uscito sul numero 1388 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati