Era il 2014 e Myrian Quintana camminava per il quartiere della Boca, a Buenos Aires. Si era da poco separata dal marito, un uomo con problemi di tossicodipendenza che lei aveva denunciato per violenza. Ora viveva con i due figli più piccoli in una stanza dove entravano a malapena una tv e un letto matrimoniale, e divideva il bagno e la cucina con una decina di sconosciuti. I due figli più grandi erano sistemati dalla nonna, in attesa di trovare un posto dove stare tutti insieme. Per questo era in giro per il quartiere: dal fruttivendolo ha chiesto a una donna se sapeva di qualcuno che affittasse un appartamento, faceva la stessa domanda a tutte le persone che incontrava per strada, nei negozi e nelle rosticcerie. Ma quando vedeva un’agenzia immobiliare tirava dritto.
Anche se Quintana lavorava come collaboratrice domestica e i suoi figli più grandi avevano un impiego, nessuno di loro riceveva una busta paga o un documento che certificasse quanto guadagnavano. Per non parlare della garanzia di proprietà richiesta per un affitto regolare.
Un giorno, alla Boca, Quintana è venuta a sapere di una stanza più grande che si era appena liberata. Era in un palazzo vecchio con i solai pericolanti, che una volta aveva preso fuoco per un cortocircuito e che si allagava quando pioveva.
Per anni Myrian Quintana e la sua famiglia non sono riuscite ad avere un contratto di locazione regolare. Secondo i dati dell’ong Habitat for humanity, oggi 360mila famiglie a Buenos Aires si trovano nella stessa condizione. Anche se lavorano e sono retribuite, abitano con altre persone in pensioni o case occupate. Di solito per questo tipo di sistemazione pagano la stessa cifra che un’agenzia chiede per case in condizioni migliori e con un affitto in regola, con la differenza che loro non possono fare nessuna richiesta né sporgere reclami. Pagano solo per avere un tetto sopra la testa, anche se rischiano di perderlo da un momento all’altro. Ancora prima di sognare di avere una casa propria, queste famiglie sperano di poter firmare un contratto d’affitto regolare.
Un progetto pilota
Nel 1947, l’anno a cui risalgono i primi dati disponibili sulla situazione abitativa nella capitale argentina, l’82 per cento delle persone viveva in affitto. A quei tempi a Buenos Aires c’erano molti immigrati. Solo il 18 per cento era proprietario di una casa. Nei decenni successivi la situazione si capovolse grazie ai piani urbanistici e ai crediti pubblici e privati: all’inizio degli anni novanta solo il 20 per cento degli abitanti di Buenos Aires viveva in una casa in affitto (e la percentuale scendeva al 12 per cento se si considerava tutto il paese). Poi, con la crisi economica del 2001, la situazione si invertì di nuovo. Oggi si calcola che tra il 35 e il 40 per cento degli abitanti della città viva in affitto.
Dal dicembre del 2019 Quintana e i suoi quattro figli abitano a Estela de Esperanzas, un edificio nel quartiere della Boca costruito da Habitat for humanity al posto di un fabbricato in rovina grazie a un progetto di affitti tutelati. Nei nove appartamenti vivono famiglie guidate in gran parte da donne sole. Tutte pagano un affitto al prezzo di mercato e le spese di condominio, però aggirano l’ostacolo che gli impediva di avere un contratto in regola: le garanzie e le buste paga. Inoltre hanno una ricevuta per ogni pagamento che fanno, così sarà più facile cercare un affitto in futuro.
La legge nazionale sugli affitti, approvata nel giugno del 2019, ha cercato di facilitare le cose per gli aspiranti inquilini. Oltre ad aumentare il contratto da due a tre anni e ad applicare una formula di adeguamento annuale in base all’inflazione e all’andamento dei salari, la norma stabilisce che i proprietari devono accettare una di queste garanzie: titolo di proprietà che si ha di un immobile, una cauzione, una fideiussione o la busta paga. Nella pratica, però, il proprietario ha sempre l’ultima parola. “Se non è sicuro della garanzia che offre l’inquilino, può dire che la casa è già stata affittata. In teoria non si potrebbe chiedere una garanzia specifica, ma spesso il divieto non viene rispettato”, dice José Rozados, presidente di Reporte Inmobiliario, che segue il mercato delle case in Argentina.
La legge ha anche istituito un programma di affitti sociali regolato dal ministero dell’interno, delle opere pubbliche e della casa, che però non è mai stato attivato.
Convivenza
Su una cosa nessuno ha dubbi: a Buenos Aires l’offerta di appartamenti in affitto è scarsa. La carenza non riguarda tanto i quartieri più ricchi, come Puerto Madero o Palermo, ma le zone della classe media e medio-bassa. Qui i costruttori hanno poco interesse a investire in edifici nuovi e mancano del tutto gli incentivi per farlo.
“Penso che le politiche pubbliche non affrontino il problema nel modo giusto. Lasciano spazio a situazioni informali in quartieri meno centrali dove la domanda di case è più alta e si costruiscono edifici che non rispettano i requisiti minimi di sicurezza e igiene”, dice Rozados. “Lo stato accetta passivamente la situazione: non fa un lavoro di mediazione e non cerca i mezzi per portare avanti politiche più eque. Servirebbero misure diverse a seconda delle zone. Non si può gestire in astratto tutta l’Argentina”, aggiunge.
È una mattina di novembre del 2020 e Myrian Quintana è seduta al tavolo del suo appartamento con i figli. La casa è composta da una cucina con tanti mobili e un divano, dove la notte dorme Matías, 12 anni. Superata la cucina ci sono altre due stanze. Mentre mangiano dei biscotti provano a mettere insieme i pezzi della loro storia, lunga e complessa: quella dei posti in cui hanno vissuto, delle persone che hanno incontrato e delle strategie adottate per resistere in strutture fatiscenti.
Ridono ripensando alla stanza che si allagava ogni volta che pioveva e senza neanche una porta per separare gli ambienti. “Se ti arrabbiavi non potevi andare in un’altra stanza. Immagina come sarebbe stato trascorrere lì il lockdown”, dice Quintana.
Quella stanza non è stato l’ultimo posto in cui hanno vissuto prima di trasferirsi a Estela de Esperanzas. Nel 2018 Quintana ha “comprato la chiave” da un’amica che lasciava la sua stanza in un fabbricato di proprietà ignota, una pratica diffusa nel quartiere. Per la chiave ha pagato l’equivalente di quelli che oggi sarebbero 80mila pesos (760 euro circa).
“Non puoi sapere se ti cacceranno, ma speri di cavartela almeno per qualche anno. C’è chi ci resta tutta la vita”, dice Quintana. A lei però è andata male. Neanche due anni dopo essersi sistemata ha ricevuto un’ordinanza di sgombero: aveva dieci giorni di tempo per andarsene.
Dall’altro lato del corridoio vive Flavia Rebequi, che ha due figli di 12 e 10 anni. L’appartamento ha due stanze, e nella cucina ci sono un tavolo, un frigorifero, diverse sedie impilate una sull’altra e una libreria che fa da dispensa. Rebequi ha sempre vissuto alla Boca. Da piccola abitava in un edificio come questo, con stanze date in affitto e spazi comuni. Poi il governo trasferì lei e la sua famiglia in un albergo per un periodo “transitorio”, mentre facevano dei lavori al palazzo. Il periodo “transitorio” durò tredici anni e finì con l’incendio dell’hotel, in cui morì un neonato.
Quando si è separata e il marito ha smesso di aiutarla economicamente è dovuta tornare a casa della madre, dove c’erano anche i fratelli con i loro figli.
“A volte è già difficile convivere con il marito e i figli, immagina com’è stato abitare insieme a mia madre, ai miei fratelli e ai miei nipoti. Abbiamo resistito un anno o due”, dice Rebequi, che oggi lavora come baby-sitter ma fino alla metà del 2020 era impiegata in una fabbrica di biancheria intima, senza un contratto regolare. Quando è scoppiata la pandemia i datori di lavoro le hanno dimezzato lo stipendio.
Secondo Facundo Di Filippo – che è stato deputato a Buenos Aires, fa parte del Centro de estudios y acción por la igualdad (un progetto curato da volontari, urbanisti e architetti) e del gruppo Habitat –nella baraccopoli di Villa 31 (un insediamento formale a Buenos Aires dove vivono circa 40mila persone) il 40 per cento delle famiglie paga per un affitto la stessa somma che verserebbe per un monolocale in un altro quartiere della città.
Allora perché le persone scelgono di vivere lì se con gli stessi soldi potrebbero vivere altrove?
“Prima di tutto perché non hanno un lavoro in regola”, spiega Di Filippo. “Poi perché non possono offrire nessuna delle garanzie richieste dal mercato. C’è anche la questione dell’identità: nell’insediamento informale di Villa 31, il 51 per cento delle famiglie è di origine straniera. Molte persone si stabiliscono lì perché vogliono sentirsi integrate e avvicinarsi alla famiglia o agli amici. Così quando vanno a lavorare possono lasciare i figli a casa della sorella, della cugina o della cognata. Al di là dei problemi e della stigmatizzazione che ricevono, alcune persone scelgono di vivere nelle cosiddette villas miserias. Non le considerano un ghetto”.
Per questo la proposta dello stato, cioè trasferire le famiglie in quartieri di nuova costruzione lontano dalle zone in cui vivono, non è la soluzione. Quelle famiglie vogliono vivere meglio, ma restando nelle loro comunità.
Strade diverse
Secondo un sondaggio dell’organizzazione Inquilinos agrupados, a dicembre del 2020 la percentuale di reddito che le famiglie destinano all’affitto ha raggiunto il 56,1 per cento. Significa che per gli inquilini restare in regola con i pagamenti è un grande sforzo, ma anche per chi dà una casa in affitto la situazione è delicata.
Rozados, di Reporte inmobiliario, dice che i margini di guadagno per un appartamento concesso in affitto sono ai minimi storici: l’1,6 per cento lordo all’anno e meno dell’1 per cento se si deducono le spese di manutenzione a carico del proprietario, il pagamento delle tasse e altre spese extra.
La legge nazionale sugli affitti ha cercato di facilitare le cose per gli aspiranti inquilini. Ma l’ultima parola spetta sempre al padrone di casa
Com’è possibile che gli affitti siano sempre più cari e i margini di guadagno dei proprietari sempre più piccoli? Il valore dell’immobile e quello dell’affitto seguono strade diverse o, per meglio dire, monete diverse. Il primo si basa o vorrebbe basarsi sul dollaro, mentre l’affitto e i salari sono in pesos.
“Quando si parla della ripresa degli investimenti ci si dimentica del ruolo sociale della casa, considerandola unicamente come proprietà privata. Siamo tutti d’accordo sul fatto che si tratta di una proprietà privata, nessuno vuole toglierla ai proprietari. Ma una casa è più di questo”, afferma Evangelina Dellarossa, dell’associazione Inquilinos di Córdoba.
Secondo la sociologa Florencia Labiano, che studia il mercato degli affitti nella città e ha scritto una tesi di dottorato sull’argomento, lo stato non ha scelto quale posizione assumere rispetto alla tensione tra il diritto alla casa e la tutela delle rendite immobiliari. “Nell’ambito della sanità e dell’istruzione c’è un sistema misto: quando non puoi pagare per alcuni servizi lo stato s’impegna a garantirli. Ma alla casa si accede solo attraverso il mercato”, dice. “Durante il _lockdown _sono stati costruiti nuovi ospedali pubblici in poco tempo, mentre l’occupazione abitativa di Guernica (nella periferia di Buenos Aires) è andata avanti quattro mesi senza che le istituzioni si muovessero per dare una casa agli occupanti. Il governo parla di aumentare le assicurazioni sanitarie. Invece, per il diritto alla casa, lo stato non fa niente”. Secondo Labiano, lo stato può intervenire in due modi: regolando il mercato degli affitti o prendendo parte attivamente, per esempio con la costruzione di appartamenti.
In questi giorni l’Instituto de vivienda (l’istituto per la casa) della città lavora a un programma di appartamenti da affittare con la mediazione dello stato. Come spiega María Elisa Rocca, dell’istituto, lo stato svolgerebbe il ruolo di un’agenzia immobiliare facendosi carico delle garanzie chieste all’inquilino e assicurando al proprietario il pagamento dell’affitto e la copertura dei rischi.
Quest’offerta si affiancherebbe a quella delle agenzie immobiliari, con un profilo diverso: case meno confortevoli o appartamenti che non hanno molto mercato. Rocca pensa anche a strumenti o incentivi per riadattare vecchi uffici rimasti vuoti a causa della pandemia e del telelavoro.
Sollievo
Dopo l’ordine di sgombero, Myrian Quintana è tornata per strada a chiedere informazioni sugli appartamenti in affitto. Così è venuta a sapere del progetto di Habitat for humanity, che stava aprendo un bando per selezionare nuovi inquilini.
“Ci siamo lavati, ci siamo cambiati e ci siamo presentati davanti all’edificio dove c’era già gente in fila”, racconta, seduta in cucina con i figli. Ci sono state diverse fasi di selezione. Intanto la data dello sgombero si avvicinava. Poi un venerdì, alle dieci di mattina, Quintana ha ricevuto la chiamata che stava aspettando.
È passato quasi un anno dal trasloco e Quintana vorrebbe che suo figlio Brian riprendesse gli studi di grafica all’università di Buenos Aires. Aveva dovuto interromperli perché non riusciva a permettersi neanche la tessera studentesca per il trasporto pubblico, figuriamoci i materiali per i corsi. “Non c’è niente di sicuro, ma almeno ora siamo in grado di pensare ad altre cose. Prima vivevamo nell’insicurezza costante. Anche a me è venuta voglia di rimettermi a studiare. Vorrei finire le superiori e sto pensando anche d’iscrivermi all’università, a storia dell’arte”, dice Quintana, che oggi fa parte di un gruppo per prevenire la violenza di genere nella baraccopoli La Carbonilla.
“Siamo tutti un po’ artisti. Potremmo mettere su una band e chiamarla Los nómadas, i nomadi”, dice Brian. Tutti scoppiano a ridere fragorosamente sotto un tetto che non trema sulle loro teste. Per la prima volta, dopo tanto tempo, possono tirare un sospiro di sollievo. ◆ fr
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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati