Qualche tempo fa, Chimamanda Ngozi Adichie ha incontrato una piccola classe di studenti di letteratura al liceo Cardozo di Washington. Negli ultimi anni, i libri di Adichie sono entrati in migliaia di elenchi di letture obbligatorie: quasi tutti gli studenti statunitensi tra i 14 e i 22 anni si sono visti assegnare le sue opere.

Il professor Frazier O’Leary, il pacato insegnante della classe, ha ricordato che Adichie era già stata ospite della scuola qualche anno prima e nel frattempo aveva avuto una bambina, che oggi ha più di due anni. Poi ha dato la parola all’ospite. Lei è rimasta in piedi davanti a quella ventina di studenti e ha girato i suoi occhi a mandorla intorno alla stanza. “E allora, di cosa vogliamo parlare?”, ha chiesto. Quando è davanti al pubblico, Adichie parla con grande precisione, misurando ogni parola, e il suo accento nigeriano-britannico suona sontuoso e sconcertante alle orecchie nordamericane.

Nessuno ha alzato la mano.

Adichie indossava una maglietta con la scritta in paillettes “Dovremmo essere tutti femministi” e una borsa di Christian Dior con lo stesso slogan, il tutto ispirato al suo discorso al Ted del 2012, che è stato visto più di quattro milioni di volte. Gli studenti a casa avevano letto il saggio di Adichie basato su quel discorso, così è stato un po’ demoralizzante che la prima domanda arrivasse da un ragazzo, originario del Ghana, il quale le ha chiesto molto cortesemente come riusciva e conciliare il lavoro con i doveri della maternità. Adichie ha abbassato lo sguardo sorridendo. Si è presa qualche attimo di tempo e poi, con il capo ancora basso, ha alzato gli occhi per guardare benevolmente lo studente. “Voglio rispondere alla tua domanda”, ha detto, “ma devi promettermi che la prossima volta che incontrerai un uomo che è diventato padre da poco gli chiederai come riesce a conciliare il lavoro e i doveri della paternità”. Il ragazzo si è stretto nelle spalle. Adichie, che ha 40 anni, gli ha sorriso con simpatia, ma la classe, già timida e imbarazzata, lo è diventata ancora di più.

“Potrei leggervi qualcosa”, ha proposto alla fine, e lo ha fatto.

Più tardi, Adichie e io siamo andati in un ristorante di Columbia heights. “L’ha presa piuttosto bene, no?”, mi ha detto parlando del ragazzo che aveva ripreso. “Forse è ancora abbastanza giovane per non essere stato indottrinato su come e quando offendersi. Riesce ancora ad apprezzare il valore di una discussione. O è così, oppure mi stava guardando con gentilezza e intanto pensava: ‘Vattene, stronza’”.

Adichie guarda con occhio molto critico il modo di discutere della sinistra statunitense, preferendo un dibattito franco e aperto alle severe regole su quel che è ammesso dire. Anche se è considerata un’icona globale del femminismo, in alcune occasioni ha deluso i progressisti esprimendo le sue idee sul genere con assoluta sincerità e senza usare la terminologia più aggiornata.

“Ha un’etica cannibale”, dice della sinistra americana. “È sempre pronta a divorare rapidamente, allegramente e brutalmente se stessa. Dà per scontata la cattiva volontà altrui ed è sempre più ipocrita e senza umorismo, al punto che può sembrare disumana. È come se l’umanità delle persone andasse perduta e l’unica cosa importante fosse rispettare ogni regola del manuale dell’ortodossia liberal statunitense”.

Non era una giornata calda, ma abbiamo ordinato una limonata. Qualche minuto dopo il cameriere ci ha detto che avevano bisogno del nostro tavolo per un gruppo numeroso. Ci siamo spostati in un angolo e il cameriere si è completamente dimenticato di noi. Una cosa strana, visto che sul tavolino avevamo una borsa luccicante che faceva da faro portatile.

“Devi sapere”, ha detto Adichie, “che questa borsa è stata disegnata da Maria Grazia Chiuri, la prima donna nominata direttrice artistica di Dior. È una persona molto interessante. Per propormi la maglietta mi ha mandato un biglietto scritto a mano”.

Le ho chiesto se Dior intendeva fare il merchandising di tutti i suoi libri. Magari una collana con la scritta Quella cosa intorno al collo. Un candelabro con la dicitura Metà di un sole giallo. Adichie ha riso con quella sua particolare risata che le scuote tutto il busto ma suona come i gridolini di un’adolescente. A questo punto è il caso che vi dica che conosco Adichie da circa dieci anni ed è sempre stata una persona che è incredibilmente facile far ridere, e una delle cose che la fanno ridere di più è l’ottima reputazione di Chimamanda Ngozi Adichie.

È cresciuta in una famiglia altoborghese, quinta di sei figli.

Suo padre era professore all’università della Nigeria, sua madre era la segretaria generale della stessa università, la prima donna a ottenere quell’incarico. I genitori si aspettavano che Chimamanda diventasse medico, e all’università lei ha studiato medicina per un anno. Ma il suo cuore era altrove.

“Quando gli dissi che volevo scrivere, i miei genitori furono molto incoraggianti, il che era decisamente insolito”, racconta. “Nessuno si azzarda a lasciare la scuola di medicina, anche perché per entrare c’è una concorrenza accanita. Ma avevo una sorella dottoressa, un’altra farmacista e un fratello ingegnere. Perciò i miei avevano già dei figli giudiziosi che sarebbero stati in grado di guadagnarsi da vivere, credo che si sentissero tranquilli a sacrificare la loro figlia strana”.

Adichie aveva solo 26 anni nel 2003, quando ha pubblicato il suo primo romanzo, L’ibisco viola, che ha vinto il premio Commonwealth writers per il migliore esordio letterario. Il secondo, Metà di un sole giallo, è uno splendido romanzo storico che ha ricordato al mondo la guerra del Biafra rendendola profondamente personale; ha vinto il premio Orange Broadband per la fiction (che oggi si chiama Baileys women’s prize for fiction) e ha spinto molti critici a paragonare Adichie a uno dei suoi autori di riferimento, Chinua Achebe. L’anno seguente Adichie ha ottenuto una borsa di studio Mac­Arthur e ha trovato il tempo per finire un master in studi africani a Yale. Quella cosa intorno al collo, la sua prima raccolta di racconti, è del 2009, poi nel 2013 è uscito Americanah, una storia su famiglia e migrazione che attraversa diverse generazioni, ambientata in Nigeria e in New Jersey, intima e accessibile. Il volume ha vinto il National book critics circle award ed è diventato un best seller. Mentre le sue opere precedenti erano quasi tutte serie e molto controllate, Americanah è disinvolto e irriverente.

“Avevo deciso che con quel libro mi sarei divertita, e se non lo avesse letto nessuno andava bene lo stesso”, dice. “Ero libera dal peso delle ricerche che avevo dovuto fare per gli altri libri. Non ero più la figlia della letteratura ligia al dovere”.

In Americanah la protagonista, una donna nigeriana di nome Ifemelu, si trasferisce in New Jersey ed è prima confusa e poi divertita dalle differenze culturali tra gli afroamericani e gli africani che vivono negli Stati Uniti. Ifemelu decide di esplorare la questione in un blog che si chiama “Razzabuglio, o varie osservazioni sui neri americani (un tempo noti come negri) da parte di una nera non americana”. Attraverso il blog, Adichie poteva parlare con disarmante immediatezza della vita di un’africana che vive negli Stati Uniti: “Ero stufa di sentirmi ripetere che scrivendo delle differenze razziali in America bisogna essere sfumati, sottili, questo e quello”.

La schiettezza del blog, ho suggerito, sembrava averle offerto un ponte verso il suo discorso al Ted, che poi è diventato un libro, che poi è diventato una maglietta e una borsa.

“Un po’ sì e un po’ no”, ha detto , “ma è una tesi accettabile”. E ha fatto una delle sue risate.

Ora c’è un seguito, intitolato Cara Ijeawele. Quindici consigli per crescere una bambina femminista. Un’amica neomamma le aveva chiesto consiglio su come far diventare femminista sua figlia Chizalum, così Adichie ha scritto un libro molto lucido e franco. Il consiglio numero 1 è: “Sii una persona completa. La maternità è un dono fantastico, ma evita di definirti solo in termini di maternità”. Il numero 8: “Insegnale a bandire l’ansia di compiacere. Il suo obiettivo non è rendersi piacevole agli altri, il suo obiettivo è essere pienamente se stessa, una persona onesta e consapevole della pari umanità degli altri”. E il numero 15: “Insegnale la differenza. Rendi la differenza naturale, rendila normale. Insegnale a non attribuire un valore particolare alla differenza”.

gabriella giandelli

I lettori in cerca di onestà e franchezza hanno reagito con partecipazione. L’anno scorso, in un auditorium di San Francisco, ho visto Adichie salire sul palcoscenico davanti a quasi tremila persone, la cui età media era sui vent’anni. Lei indossava dei pantaloni con un motivo batik, una camicetta bianca e tacchi da 12 centimetri, e l’accoglienza del pubblico è stata entusiasta. “Non ho detto niente che non sapessero già, è solo che l’ho fatto con un linguaggio più accessibile”. Poi si è guardata intorno: “Però non credo che riusciremo ad avere la nostra limonata”.

Adichie e il marito, che è medico, passano sei mesi all’anno nel Maryland e gli altri sei mesi a Lagos, dove vive la famiglia allargata della scrittrice.

In Nigeria Adichie è considerata un’icona nazionale, non solo perché i suoi libri sono stati acclamati in tutto il mondo, ma perché subito dopo aver raggiunto il successo ha fondato il Farafina trust creativity writing workshop, un programma che ogni anno permette agli aspiranti scrittori nigeriani di passare qualche settimana facendo esercitazioni di scrittura con Adichie e altri autori internazionali che lei porta a Lagos. Nel 2009 ha invitato anche me, così ho avuto l’opportunità di conoscere la sua famiglia e i suoi amici, che sono stati tutti incoraggianti, gentili, divertenti, devoti: era tutto disgustosamente perfetto.

Una sera lo scrittore keniano Binyavanga Wainaina, che era fra i docenti ospiti, voleva a tutti i costi portare Adichie in qualche locale malfamato di Lagos, così le ha chiesto dove potevamo andare. Lei non ne aveva la minima idea. “Sono una brava ragazza borghese”, gli ha detto ridendo. “Non conosco quel genere di posti”. Era seria. Non ne conosceva nessuno.

Allora abbiamo telefonato a un amico d’infanzia di Adichie, Chuma, che ci ha suggerito Obalende, un quartiere di Lagos noto per le discoteche e i locali di spogliarello. Chuma è passato a prenderci e ci ha portato in una zona dove per strada si friggevano pesce e banane e l’aria era satura di marijuana. Ha scelto un locale con il tetto pendente fatto di lamiera ondulata e Fela Kuti che esplodeva dall’impianto audio. Ci siamo seduti all’aperto nella notte umida, Adichie stava al gioco ma aveva gli occhi sgranati. Siamo stati avvicinati da un musicista di strada che non voleva andarsene. Adichie gli ha chiesto Unknown soldier di Fela e lui l’ha suonato, e noi siamo rimasti fino a tardi, ed eravamo quasi tutti brilli – perfino Adichie, che aveva bevuto un drink – e alla fine della serata ero l’unico in condizione di guidare, cosa che ho fatto e che tutti hanno trovato molto divertente, soprattutto quando siamo stati fermati da un vigile che voleva una mazzetta. Io ho fatto quello che faccio sempre in queste situazioni, vale a dire recitare la parte del turista più scemo del mondo, e ha funzionato. Il vigile ci ha lasciato andare e Adichie, sul sedile posteriore, non ha smesso di ridere fino a casa.

Qualche mese dopo l’incontro con gli studenti del Cardozo, Adichie si trovava su una terrazza al centro di Washington. C’era un po’ di vento e il cielo minacciava pioggia. Aveva accettato di partecipare alla presentazione di una raccolta di saggi intitolata Doverlo dire a tua madre è la cosa più difficile, scritto da diversi liceali della città sotto la guida dei tutor di 826DC, un’organizzazione non profit di cui faccio parte che incoraggia i giovani a scrivere.

Era stato montato un tendone, erano arrivati i cock­tail, e un ragazzo afroamericano è salito sul podio. Aveva una corporatura gracile per avere 15 anni, e indossava una camicia color senape con la cravatta e un paio di occhiali dalla montatura spessa.

“Quando avevo due anni, mia madre e mio padre sono morti”, ha letto il ragazzo, che si chiamava Edwyn. “Io entravo e uscivo dalle case famiglia e nessuno si prendeva veramente cura di me. Il mio modo di essere in lutto consisteva nel non mangiare o nel litigare, e finivo sempre nei guai. Mi arrabbiavo ogni volta che sentivo dire ‘Ehi, mamma’. Mi veniva voglia di far male a qualcuno. Adesso tutto questo l’ho superato e voglio prendere le mie medicine per maturare emotivamente e diventare una persona migliore. Avevo deciso di provare degli incontri di gruppo dove parlare della mia perdita, ma non mi hanno mai aiutato veramente. Mi rifiutavo di parlare e condividere con gli altri finché, una volta, sono crollato e ho raccontato tutto”.

Il pubblico sulla terrazza era incantato. Ho lanciato un’occhiata ad Adichie. Aveva gli occhi umidi. Edwin ha proseguito. In una casa famiglia aveva quasi accoltellato un altro ragazzo. A scuola aveva rischiato la bocciatura. Alla fine, è stato adottato da una famiglia affettuosa che l’ha portato a Washington. “Stavo cominciando a maturare”, ha letto. “Cominciavo a cambiare. Ora frequento la seconda superiore e scrivo di come soffrivo, ma sono felice nella famiglia in cui sto”.

Il suo saggio finiva così, e lui è tornato a sedersi con l’aria imperturbabile di uno studente che ha appena letto una sua ricerca sulla meiosi. Più tardi ci siamo avvicinati a Edwyn, che era circondato dagli ammiratori.

Lui ha stretto la mano di Adichie come un frequentatore veterano di cocktail party, dicendole che aveva sentito parlare molto di lei ed era felice che quella sera fosse lì. “Ho pensato che sei molto coraggioso”, gli ha detto Adichie con voce ferma. La notizia della presenza di Adichie si stava diffondendo tra il pubblico. Si è avvicinata una studente, una ragazza socievole di nome Monae.

“Non sapevo che lei fosse qui!”, le ha detto. “Lei è quella della canzone di Beyoncé! (qualche anno fa, Beyoncé ha inserito nella canzone Flawless alcuni brani del discorso al Ted di Adichie). Deve leggere quello che ho scritto!”. E le ha dato una copia di Doverlo dire a tua madre è la cosa più difficile aperta su una doppia pagina con il suo volto sorridente e un saggio intitolato Regina. Ci siamo fatti largo verso una zona tranquilla e abbiamo osservato gli adulti che si affollavano intorno agli studenti scrittori per farsi firmare le loro copie del libro.

“È bello”, ha detto Adichie. “Proprio bello”.

Dopo il cocktail, ci siamo salutati all’angolo tra Pennsylvania avenue e la 17a strada. I genitori di Adichie erano venuti a trovarla dalla Nigeria e lei doveva tornare nel Maryland.

“Quel ragazzo”, ha detto sospirando. Stava ancora pensando a Edwyn. “C’era qualcosa di così puro e pulito e vero in quello che ha scritto, non trovi? Mi accorgo sempre più spesso che sono queste le cose che voglio leggere”. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati