Il covid-19 sta dando finalmente un po’ di tregua a Hong Kong, ma nella città si è insinuato un virus politico potenzialmente più letale proveniente da Pechino.
Il 28 maggio il congresso nazionale del popolo, l’organo legislativo cinese, ha approvato una risoluzione per imporre a Hong Kong una legge sulla sicurezza nazionale in evidente violazione della costituzione della città. In base alla carta, infatti, la legge dovrebbe passare dal parlamento locale. Con le nuove norme saranno vietate “azioni di secessione, sovversione, terrorismo o cospirazione con influenze straniere”, categorie ampie e arbitrarie tipiche del vocabolario cinese. Gli agenti di sicurezza della Cina continentale potranno intervenire a Hong Kong, mettendo al bando organizzazioni e incarcerando individui ritenuti minacce alla sicurezza nazionale.
In risposta a questi sviluppi, gli Stati Uniti si preparano a eliminare i privilegi commerciali e doganali riservati finora a Hong Kong. Altri leader mondiali hanno espresso il timore che la nuova legge sulla sicurezza possa significare la fine di Hong Kong come snodo finanziario globale, perché il modello “un paese, due sistemi” che finora ne ha garantito l’autonomia con ogni probabilità crollerà.
Con quest’ultima mossa, dopo rozzi attacchi a istituzioni fondamentali per la società di Hong Kong – il sistema d’istruzione, i mezzi d’informazione, gli organi legislativi, le elezioni e il sistema giudiziario – Pechino vuole mandare un messaggio anche al suo popolo mostrandogli la ferrea volontà di reprimere il dissenso a tutti i costi, soprattutto in un momento in cui l’economia cinese affronta i tempi più duri degli ultimi decenni. La potente sfida di massa andata in scena per sei mesi sotto il suo naso è difficile da digerire per il regime comunista.
Un assaggio di libertà
Nell’ultimo decennio le manifestazioni sono state un’attrazione molto popolare nell’itinerario non ufficiale di milioni di turisti cinesi che si sono riversati a Hong Kong. Tra lo shopping frenetico e le spedizioni culinarie, molti hanno partecipato allo spettacolo dei raduni pacifici di massa o comunque l’hanno contemplato meravigliati. Dal punto di vista di Pechino, se da un lato Hong Kong offre ai cinesi un primo assaggio proibito di libertà civili, dall’altro gli mostra anche cosa succederebbe se chiedessero maggiori libertà.
Pechino ha da tempo perso la pazienza. Alla fine di ottobre la quarta plenaria del 19° comitato centrale del Partito comunista aveva messo in guardia su possibili “falle nella sicurezza nazionale”, chiedendo soluzioni legislative. L’epidemia di covid-19 in un primo momento ha ritardato l’azione di Pechino, la cui classe dirigente si era impegnata a contenere il virus e le conseguenze negative della pandemia sul piano diplomatico. Ora, però, per la Cina è un momento propizio, perché il mondo è troppo occupato con l’emergenza sanitaria per fare caso alle sue azioni.
Il 21 maggio Pechino ha annunciato di voler imporre a Hong Kong una legge contro reati come sedizione, sovversione e secessione. La notizia ha scatenato rabbia e terrore in città. Il 28 maggio il congresso nazionale del popolo (l’organo legislativo cinese) ha dato mandato al suo comitato permanente di scrivere la bozza della legge, che tra un paio di mesi sarà promulgata dal governo di Hong Kong senza passare per il parlamento locale. Di fatto, scrive SupChina Access, “sarà la fine del modello ‘un paese, due sistemi’”, che fino al 2047 avrebbe dovuto garantire un certo grado di autonomia a Hong Kong. Almeno secondo gli accordi presi da Pechino con il Regno Unito nel 1984, quando fu deciso che la città sarebbe tornata alla Cina il 1 luglio 1997. Il 29 maggio, mentre negli Stati Uniti dilagavano le proteste per l’omicidio di George Floyd, il presidente Donald Trump ha tenuto un discorso in cui ha accusato Pechino di scorrettezza commerciale, di essersi rimangiata la parola sull’autonomia di Hong Kong e di aver insabbiato la verità “sul virus di Wuhan”. Ma soprattutto ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Oms e la fine del trattamento speciale riservato a Hong Kong, che d’ora in poi sarà sottoposta a dazi e restrizioni come la Cina. “Hong Kong è un danno collaterale nella guerra tra Washington e Pechino e nella strategia di Trump per la rielezione”, scrive l’Asia Nikkei Review. Pechino ha quindi accusato Trump d’ipocrisia perché appoggia le proteste a Hong Kong mentre nel suo paese infuria la violenza, a riprova che la democrazia non funziona e che “l’America è uno stato fallito e razzista”, scrive il Global Times. Per la prima volta in trent’anni a Hong Kong, con la scusa delle misure contro la pandemia, è stata vietata la veglia del 4 giugno per le vittime di piazza Tiananmen. Intanto il Regno Unito ha offerto ai cittadini di Hong Kong nati prima del 1997 (circa tre milioni) una via rapida per avere la cittadinanza britannica, se la legge sulla sicurezza entrerà in vigore. ◆
Nuove vie d’uscita
Il tempismo con cui Pechino ha minacciato di assumere il controllo diretto di Hong Kong è inoltre tarato per massimizzare la tattica del rischio calcolato nella guerra commerciale con gli Stati Uniti. La Cina si sta dimostrando disposta a distruggere Hong Kong come centro finanziario globale pur di non concedere nulla a Washington. Una conseguenza involontaria dell’ultimo atto di Pechino è che ha ulteriormente liberato l’immaginazione politica delle persone dai limiti della formula “un paese, due sistemi”. L’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale equivale a fare a pezzi questo modello e lasciare le persone libere di trovare delle vie d’uscita. Con grande sconcerto di Pechino, il nuovo slogan riecheggiato durante le ultime proteste per le strade e nei centri commerciali diceva “L’indipendenza di Hong Kong è l’unica via d’uscita”, accanto a “Liberare Hong Kong, la rivoluzione dei nostri tempi”.
Indipendenza o meno, l’ultima legge ha di sicuro aggravato le preoccupazioni e la rabbia della gente mentre la città si prepara a fronteggiare emigrazione, fuga di capitali e persecuzioni politiche. Ma molti abitanti di Hong Kong si stanno preparando a una lunga battaglia, sognando una società migliore.
Dalla fine del 2019 il movimento di protesta contro la legge che consentiva l’estradizione in Cina ha aperto nuove frontiere di lotta. Innanzitutto è fiorito un movimento a favore della democrazia e dell’indipendenza nelle attività economiche. Dai ristoranti ai rivenditori online ai servizi professionali e alla persona, un “circuito economico giallo” (il colore del movimento) sta portando la lotta nella vita quotidiana dei cittadini fornendo capitali, occupazione e filiere indipendenti dalla Cina. L’economia gialla ha avuto così tanto successo che l’élite e i mezzi d’informazione filocinesi hanno più volte lanciato campagne per ridicolizzarla.
In secondo luogo, sono emersi nuovi sindacati per organizzare i lavoratori in un’ampia gamma di settori. I giovani, che considerano i sindacati come organizzazioni politiche e del lavoro, i diritti dei lavoratori come diritti civili e le lotte politiche come lotte economiche, stanno ridefinendo il significato del sindacalismo a Hong Kong. Negli ultimi mesi qualcosa come 1.600 nuove organizzazioni hanno presentato domanda di registrazione e il governo fa ostruzione, sostenendo che ci vorrebbero cinquant’anni per esaminarle tutte. Una di queste è riuscita a organizzare uno sciopero di cinque giorni a cui hanno aderito ottomila operatori sanitari, che nelle prime fasi dell’epidemia chiedevano al governo di chiudere le frontiere con la Cina.
È poi in corso un’audace campagna elettorale per conquistare la maggioranza alle elezioni di settembre per il rinnovo del consiglio legislativo (il parlamento locale, in parte eletto). Alle amministrative dello scorso autunno i candidati favorevoli al movimento avevano trionfato. Nel frattempo politici giovani e di lungo corso stanno collaborando con la diaspora di Hong Kong per fare pressioni sui governi stranieri affinché sanzionino chi viola i diritti umani.
Dalle ceneri potrà emergere una Hong Kong nuova e migliore? Durante la guerra fredda la città fu usata come intermediaria sia dal colonialismo britannico sia dal Partito comunista cinese. Oggi si ritrova in prima linea in una nuova guerra fredda. I valori che la definiscono – libertà, diversità, apertura, inclusione – sono universali. Il mondo dovrebbe stare dalla parte di Hong Kong perché Hong Kong appartiene al mondo, e se Hong Kong brucia, anche il mondo si scotterà. ◆ gim
Ching Kwan Lee _ insegna sociologia all’università della California a Los Angeles e scienze sociali all’università di scienza e tecnologia di Hong Kong._
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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati