Nell’ultimo mese ho subìto quattro interrogatori, tre arresti, un sequestro, un pedinamento della polizia politica, diffamazioni da tre o quattro programmi televisivi e sulla stampa, hanno corretto la mia biografia sull’enciclopedia online nazionale, ho ricevuto squilli costanti sul mio cellulare che funzionano come richiami all’ordine e diverse telefonate di avvertimento non so bene per cosa. Sono stato sottoposto a una vigilanza permanente.
Ho visto uomini corrermi dietro quando acceleravo il passo per rifugiarmi sotto la prima grondaia, nella pioggia improvvisa di una mattina plumbea di dicembre. E ho visto quegli stessi uomini ripartire proprio quando ripartivo, probabilmente un po’ stufi di dover pedinare per l’Avana un tipo che non prende nessun autobus e preferisce andare a piedi dappertutto.
Forse, prima di partire da Cuba – se mi permetteranno di partire – qualcuno di questi eventi si ripeterà, ma in nessun’occasione, tranne che negli interrogatori, l’individuo può giocare un ruolo attivo davanti al rullo totalitario che cerca di comprimerlo.
Per questa ragione le persone interrogate sotto i regimi di tipo stalinista hanno cercato di sviluppare una metodologia dell’interrogato, anche se forse chiamarla metodologia è un’esagerazione. Si tratta piuttosto di un buon manuale di consigli, che rimane come memoria storica.
Il dissidente e scrittore ceco Ludvík Vakulík (1926-2015) scrisse Una tazza di caffè con il mio interrogatore, un testo che una cara amica mi ha fatto leggere come profilassi per prepararmi a quello che sarebbe potuto succedermi dopo aver partecipato, nel novembre scorso, alle proteste nel quartiere di San Isidro dell’Avana per l’arresto arbitrario del giovane rapper nero Denis Solís. Vakulík racconta quanto sia scomodo e fastidioso combattere contro l’affabilità dell’oppressore, contro quella sorta di violenza filtrata attraverso gentilezze apparentemente insignificanti.
Nel mio caso, l’offerta sollecita di acqua o altri liquidi, i pasti serviti con cura (una cosa di cui non mi frega nulla), la preoccupazione degli agenti per lo stato di salute della famiglia (salute mentale che loro stessi cercano di minare per spezzare la tua resistenza), la data di pubblicazione del tuo prossimo romanzo, le congratulazioni per i tuoi successi letterari, insomma, la repressione vip.
“A meno che tu non ci sia passato, non sai quanto sia difficile evitare di rispondere a domande gentili. Non solo non dire niente va contro l’istinto naturale, ma restare fermi nella propria decisione è dura anche per le orecchie. Per un novellino è quasi impossibile”, dice Vakulík.
Apparentemente pronto, nel mio primo interrogatorio ho capito che Una tazza di caffè con il mio interrogatore non aveva fatto altro che descrivere la situazione in cui mi sarei trovato, invece di prepararmi a impostare qualche tipo di difesa, anche se è ridicolo credere anche solo che si possa fare.
Voglio pensare di essere stato ironico, schivo, svogliato, e di aver fatto osservazioni costanti sulla correttezza delle parole. Ortopedia per la scoliosi della neolingua. Loro mi chiedevano se avevo intenzione di commettere qualche atto controrivoluzionario (sto usando esattamente la loro sintassi) e io dicevo di no, ovviamente, a chi sarebbe mai venuta in mente una cosa simile? A quel punto coglievano, nel tono, la disubbidienza alle loro norme semantiche. Cercavano allora di ribattere, ma il tutto si trasformava immediatamente in un guazzabuglio di malintesi che finivano per portare all’esaurimento entrambe le parti, finché non passavamo ad altri argomenti di loro interesse.
Ho capito cosa significa, nel testo di Vakulík, “per le orecchie è dura”. Anche se penso di essere stato abbastanza parco, qualcosa ho dovuto dire. “Come ti è sembrata la conversazione?”, mi hanno chiesto. Mi sentivo male. Non era una conversazione, era un interrogatorio. Hanno chiarito che non sapevo cosa fosse un vero interrogatorio, come a lasciar intendere che c’erano incontri molto peggiori.
Non importava quanto fossero cordiali in certi momenti. La natura del fatto era di per sé violenta, e la cordialità, nella misura in cui cercava di nascondere proprio quel dato, rendeva tutto ancora più fastidioso e innaturale. È questa la sensazione che si prova quando il potere che ti vuole male ti tratta bene, ho pensato. “Hai visto che non ti abbiamo picchiato, che non ti abbiamo fatto male”, hanno detto. Sono scoppiato a ridere. “Non è un merito”, ho risposto, “non è affatto un merito”.
Sono andato in bagno un paio di volte, non ho mangiato nulla e ho bevuto dell’acqua, tanto per bere qualcosa. Dopo un po’ mi hanno rilasciato. Gli interrogatori successivi non hanno mai seguito la stessa procedura, e non hanno mai portato agli stessi risultati.
La seconda volta sono rimasto in silenzio quattro ore. Era da giorni che mi trovavo in reclusione forzata a casa della mia famiglia. Siccome non mi arrestavano, avevano portato la prigione da me. Allora ho protestato e mi hanno arrestato. Sono finito in un ufficio di passaggio, seduto su una sedia come quelle delle scuole, con la testa appoggiata al muro.
Un uomo dal fisico asciutto filmava il mio mutismo con una Leica. Sembrava il cameraman a una festa dei 15 anni. Il suo capo mi ha chiesto se la mia famiglia sapeva già che avevo legami con i terroristi di Miami.
Ho riso di nuovo. Ha anche parlato di mio nonno morto, di una malattia di mia madre e degli studi gratuiti che avevo fatto in un liceo di provincia.
A un certo punto hanno ordinato al cameraman di spegnere la Leica. Allora lui l’ha messa a caricare e mi ha chiesto di collaborare, una buona volta. Sua moglie l’ha chiamato al telefono perché il pranzo era pronto e si sarebbe freddato.
Non ho risposto a nessuna domanda, non ho ceduto a ricatti emotivi, trattamenti lusinghieri o minacce ridicole, ho aperto la bocca solo quando mi hanno detto che avrebbero ritirato la vigilanza della polizia dalla porta di casa mia. Allora pensavo che il silenzio fosse la soluzione. Ma Vakulík mette in guardia su questo punto: “La cosa peggiore è che non rispondere non va bene per i rapporti tra le parti coinvolte, perché la frattura che si crea è spesso insuperabile”. Me ne sarei reso conto poco dopo, al terzo interrogatorio.
Quel giorno mi hanno chiamato per dirmi di andare subito alla stazione di polizia tra calle Séptima e 62, nel quartiere di Playa, all’Avana. Ero così sicuro di non aver fatto niente, o meglio, di non aver fatto niente nei termini della polizia politica, non solo della legge, che ho commesso un errore madornale: sono andato da solo. Non avevo ricevuto una citazione ufficiale né niente di simile, ho pensato che si trattasse di una questione burocratica.
Due sere prima ero stato in un bar con amici e sconosciuti, alcuni del movimento San Isidro, alcuni che avevano partecipato alla manifestazione e ai colloqui del 27 novembre con funzionari del ministero della cultura (entrambi i gruppi sono tra i principali obiettivi della polizia politica), e altri che non appartenevano né al primo né al secondo gruppo. Ma pare che ci fosse anche un messicano, o uno yankee, o uno yankee messicano. Ancora oggi non so dire di dove fosse, e se me lo mettessero davanti avrei difficoltà a riconoscerlo.
L’uomo si è presentato e ha parlato con me due secondi. Ha detto di essere un artista. Mi ha chiesto una foto e credo di avergli detto di sì (ero mezzo ubriaco e non ricordo molto). Il tizio sembrava a posto e voleva parlare, ma io non sopporto che la gente venga a parlarmi di Cuba, perché è come se portassero dal meccanico il loro giocattolo appena comprato per farsi spiegare da lui come funziona. Se l’hai comprato fallo andare tu, non c’è una garanzia per quello. Mi sono subito liberato di lui e ho continuato a fare le mie cose. Non l’ho più visto.
Ma siccome passo buona parte della mia vita in Messico, e dato che per la polizia politica uno straniero è sempre un agente di destabilizzazione, un inviato del male, un personaggio esotico e terrificante, un extraterrestre, mi hanno legato a quel soggetto, a quel reato. Hanno detto che l’uomo aveva consegnato un cellulare all’artista Luis Manuel Otero e che era venuto a Cuba con dei piani che io ignoravo.
In un mondo globalizzato, Cuba pensa per paesi. È anche possibile che la sicurezza di stato immagini che il Messico abbia le stesse dimensioni della provincia di Pinar del Río, e che sia un posto in cui il messicano yankee e io ci incontriamo per caso nell’unico supermercato disponibile dei dintorni.
Mi hanno fatto domande ovvie, sapevo che conoscevano già le risposte. In questi casi non devi tacere o mentire, perché poi, quando ti fanno domande a cui non sai rispondere, per esempio, cosa faceva quel messicano yankee all’Avana, possono pensare che stai tacendo intenzionalmente o che stai mentendo.
Niente di tutto questo ha avuto degli effetti. A un certo punto ho deciso di tacere di nuovo. Ho detto che non avrei risposto più, così non l’ho fatto. Forse sono andati su tutte le furie, forse avevano già previsto il finale. Chi può dirlo? In ogni caso mi hanno sequestrato, e quello stesso pomeriggio mi hanno trasferito contro la mia volontà nel paesino della mia famiglia, a 150 chilometri dall’Avana.
All’ultimo incontro hanno partecipato anche i miei genitori, e in quell’occasione ho parlato fondamentalmente perché loro potessero ascoltare. Ci ha accolto solo il responsabile degli interrogatori, che non si era fatto più vedere dalla prima volta, ma che muoveva sempre i fili. Ha cercato di spiegarmi perché mi avevano trasferito contro la mia volontà a casa della mia famiglia.
Ha lasciato il telefono fuori dalla stanza e ci ha chiesto se avevamo i nostri. Mi aveva già detto che loro non filmavano né registravano niente senza il consenso degli interrogati. Dopo aver deciso di stare in silenzio, visto che non era riuscito a convincerci che certi diritti individuali possono essere considerati provocazioni meritevoli di essere punite, ha voluto sentire quello che i miei genitori avevano da dire. Entrambi hanno chiesto, parola più, parola meno, che non mi succedesse niente, e la conversazione si è diluita finché non sono rimasto chiuso in bagno e il capo degli interrogatori mi ha aperto la porta con affetto complice.
La mia esperienza, che pure impallidisce davanti alla lunga storia di interrogatori di decine di giornalisti, attivisti, artisti, dissidenti e politici cubani, mi dice che non esiste una via o un metodo unico per fare fronte a un meccanismo repressivo che sembra meno mutevole di quello che è. Alcuni vecchi lupi, che bisogna inevitabilmente ascoltare, suggeriscono: “Non parlare, non parlare, non parlare”.
Ho dei dubbi, perché è un proposito impossibile da realizzare, e perché la polizia politica controlla e ricolloca anche i silenzi nel suo schema di rappresentazione. Dai sottotenenti che non dicono niente ai generali energici, dalle case nel quartiere di lusso di Siboney agli uffici maleodoranti di Alamar, dai controlli di routine agli arresti a sorpresa, l’arco drammatico degli interrogatori ci obbliga a considerare il contesto e il tipo di accusato che siamo quel giorno.
Il dibattito a Cuba ha ripreso forza negli ultimi giorni dopo che la televisione nazionale ha pubblicato materiali grossolani per screditare la stampa non statale, usando immagini chiaramente manipolate in cui si mostrano giornalisti filmati senza autorizzazione. Non è dato sapere quale sia il contesto delle conversazioni né le domande che precedono le risposte editate, ma le espressioni corporee di quei colleghi rivelano l’arbitrarietà, la pressione e la paura a cui sono sottoposti.
Propongo, per rendere più difficili i tagli, d’introdurre nei nostri discorsi di interrogati una sorta d’intercalare molesto, ripetuto macchinalmente. Per esempio: “Mi chiamo… abbasso la dittatura… Carlos Manuel Álvarez… abbasso la dittatura… sono nato a Matanzas… abbasso la dittatura… in una famiglia… abbasso la dittatura… umile”.
Da interrogato non sono contrario al silenzio, ma da interrogato e spettatore penso che l’unica posizione inespugnabile davanti al discredito e all’esposizione pubblica sia la seguente: “Non credere, non credere, non credere”. Solo questo metodo toglie pressione alla vittima. Altrimenti cediamo a una discussione che vuole dividerci, come cercano di fare questi materiali. Chi ha parlato di più o di meno? Chi ha fatto la spia e chi no? Quando in realtà dove non c’è crimine non c’è reato.
Se domani vedessi in televisione l’interrogatorio a un amico che nega di esserlo, perché dovrei pensare che sta dicendo la verità? Perché non pensare che sta cercando di cavarsela come può, o che non ha neanche il controllo di quello che dice? Anzi, sarei io a tradire l’amicizia – quella che Giorgio Agamben chiama la forma costitutiva della politica – se non consentissi a un amico di rinnegarmi davanti alla polizia politica, se gli serve questo per liberarsi della sua presenza.
Come tutti quelli che sono stati interrogati negli ultimi giorni, mi sono messo a pensare a cosa ci sarà nei miei video. Sono molte ore, chissà come le useranno. Ricordo, nel primo interrogatorio, di aver realizzato per un momento che mi stavano filmando. Ti stanno sempre filmando, ovviamente, ma era come se in quel momento mi stessero filmando di più.
Uno degli addetti agli interrogatori, abbastanza goffo, mi ha chiesto se davvero credevo che Iliana Hernández, un’attivista infaticabile, fosse una giornalista. Cercava complicità, voleva che io dicessi: “No, certo, ma quale giornalista, il giornalista sono io”, o qualcosa del genere. Hernández, una delle scioperanti di San Isidro, è una maratoneta che ride quando davanti a casa sua organizzano comizi per sconfessarla. L’ho conosciuta personalmente quando a novembre sono entrato nella sede in cui si organizzava lo sciopero. Non ho risposto a quella domanda, e ho avuto una strana epifania: il mio volto da interrogato in televisione mentre dicevo cose che non ho detto, come poi, in effetti, sarebbe successo a colleghi vicini, e come in futuro potrebbe succedere a chiunque.
Ci sono anche, in questi video propagandistici, aquile imperiali e musiche tenebrose che sorvolano le nostre immagini di giornalisti mercenari. L’organizzazione ufficiale dei professionisti della stampa cubana è arrivata a suggerire che ci condannassero e ci chiudessero in carcere. Se quello che dice la televisione non ha nessun peso reale, allora non dovrebbe importarci come ci presentano. Gli interrogatori parlano per il regime: per i giornalisti parla il loro lavoro. ◆ fr
Carlos Manuel Álvarez è un giornalista cubano. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Cadere (Sur 2020). Questo articolo è uscito su El País con il titolo Cuatro tazas de café en Cuba: técnica del interrogatorio.
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati