“Forse potrebbe aiutarmi a capire una cosa che mi lascia molto perplesso. Qui abbiamo almeno dieci foto, immagini in sequenza di un’esecuzione. Mi chiedo come possano essere state scattate. Come può qualcuno portare con sé un fotografo e farsi ritrarre mentre uccide in questo modo?”, chiede il 22 settembre 1999 il giudice Fouad Riad del Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia.

Il processo al serbo-bosniaco Goran Jelisić è già in corso da quasi un anno. Jelisić, che ha 31 anni, si è dichiarato colpevole, tra le altre cose, dell’omicidio di tredici persone durante la guerra in Bosnia Erzegovina, durata dal 1992 al 1995. In tribunale viene mostrata una serie di fotografie che ritraggono l’imputato mentre uccide un uomo a sangue freddo. Sono state scattate da un fotografo professionista e distribuite in tutto il mondo dall’agenzia di stampa Reuters.

Il procuratore Geoffrey Nice descrive la prima foto: sulla destra si vede l’imputato, porta una camicia azzurra a maniche corte, nella mano destra abbassata tiene una pistola con silenziatore. Alla sua sinistra cammina un uomo in uniforme militare con un fucile automatico. Altri due uomini camminano davanti a loro: uno indossa una giacca di pelle marrone, l’altro un maglione beige. Sono in una stradina senza uscita, in fondo alla quale giacciono a terra diversi corpi senza vita.

Nella foto successiva Jelisić punta la pistola alla schiena dell’uomo con la giacca marrone; entrambi camminano leggermente protesi in avanti. Nella foto successiva Jelisić alza la pistola all’altezza della testa dell’uomo, che si è stretto nelle spalle. Nella quarta foto l’uomo si spinge in avanti ancora di più, con le mani alzate sulla testa, come se stesse cercando di proteggersi. Ma continua a camminare.

Poi giace a terra, con una gamba in aria, con Jelisić alle spalle e la pistola ancora alzata. Nelle foto successive l’uomo è sdraiato a faccia in giù sul cemento, ma è ancora vivo: le braccia e le gambe sono in posizioni diverse. Jelisić gli sta ancora puntando la pistola contro.

La foto successiva mostra l’uomo con il maglione beige sdraiato su un fianco a terra, con una pozza di sangue accanto alla testa. Nello scatto successiva entrambi gli uomini sono a terra in una pozza di sangue scuro. Un’altra foto ancora mostra cadaveri gettati in una fossa, uno sopra l’altro, con gli arti aggrovigliati. Alcuni volti sono visibili. I morti sono almeno dodici, tutti uomini. Sul ciglio della fossa c’è un camion, presumibilmente usato per trasportare i corpi, e un escavatore pronto a coprirli di terra.

La storia di queste foto, le uniche a ritrarre un’esecuzione durante la lunga guerra nell’ex Jugoslavia, è degna di essere raccontata. Immagini del genere sono rare nella storia del fotogiornalismo di guerra. A tutt’oggi, per esempio, non ci sono scatti simili della guerra in Ucraina.

Il momento esatto

Negli anni novanta siamo stati sommersi dalle immagini delle vittime della guerra in Jugoslavia, ma nessuno ha mai catturato il momento esatto della loro morte. Com’è stato possibile che un fotografo immortalasse un omicidio così da vicino e con una simile successione di scatti? L’assassino non aveva visto la macchina fotografica? Perché ha permesso che lo fotografassero? E perché alla fine ha lasciato che il fotografo tenesse la pellicola?

La fotografia di guerra professionale generalmente non interferisce con ciò che racconta. In questo caso, invece, il fotografo ha forse partecipato in qualche modo a ciò che stava succedendo? L’estrema vicinanza della macchina fotografica avrà favorito l’atto di violenza? I redattori della Reuters che hanno acquistato e distribuito le foto in tutto il mondo si saranno fatti le stesse domande del giudice Riad? E cosa hanno pensato i fotoreporter coinvolti?

Come il giudice Riad, anche io mi sono interrogata a lungo sull’inquietante vicinanza della macchina fotografica, su come fosse riuscita a catturare l’esatto momento della morte. Tuttavia non è chiaro se la giuria del World press photo – che premiò uno dei fotografi nel 1993 – abbia tenuto conto di tutto questo prima di fare la sua scelta. Neanche i mezzi d’informazione olandesi si fecero troppe domande quando il fotografo fu accolto come un eroe del giornalismo nel 1993, dopo essere fuggito da Belgrado ad Amsterdam.

Per capire veramente cosa – e soprattutto come – fu fotografato, bisogna allargare l’inquadratura, ricostruire il percorso a ritroso: dalle foto alla realtà. Perché un buono scatto può evocare mille emozioni, ma non può dire più di mille parole.

Le foto furono scattate il 6 o il 7 maggio 1992. La data esatta non è stata mai stabilita durante il processo. Furono scattate a Brčko, una località nel nordest della Bosnia Erzegovina, abitata principalmente da bosniaci musulmani e con una consistente minoranza serba. La guerra era cominciata da un mese e aveva raggiunto la città la mattina del 30 aprile.

La guerra in Bosnia Erzegovina ha trasformato molte persone in assassini

Goran Jelisić ci arrivò come volontario dalla città di Bijeljina. All’epoca aveva 23 anni, era già padre, aveva la licenza elementare e lavorava come trattorista in una fattoria. Tre mesi prima era stato rilasciato dal carcere, dove era stato detenuto per aver falsificato degli assegni. Al processo fu accertato che rubava agli altri detenuti (portafogli, orologi, gioielli), e fu condannato anche per questi reati.

A Brčko aveva ricevuto un’uniforme blu della polizia jugoslava, una pistola Skorpion con silenziatore e un telefonino Motorola. Il suo nome in codice era Adolf. Durante il processo il testimone protetto conosciuto con la sigla L ha ricordato una battuta di Jelisić: “Hitler è stato il primo Adolf. Io sono il secondo”.

Jelisić prelevò dalla stanza numero 13 della caserma di polizia nel centro di Brčko l’uomo con la giacca marrone. Non si sa perché abbia scelto proprio lui. Forse perché se lo trovò davanti quando aprì la porta della cella, forse perché indossava un orologio costoso. Al processo, Jelisić non è riuscito a ricordare quante volte avesse sparato all’uomo, ma ha detto che quello era stato il suo primo omicidio.

Aveva un suo modo di operare: le vittime venivano uccise a distanza ravvicinata con una mitragliatrice Skorpion silenziata. Chi conosceva Jelisić, lo definiva un codardo, incapace di guardare le sue vittime negli occhi. Di solito sparava alla nuca. Il dettaglio è stato confermato durante il processo all’Aja. In seguito il sangue sarebbe stato meno evidente: Jelisić aveva cominciato a chiedere alle sue vittime di chinare la testa su un tombino, di modo che defluisse immediatamente e facesse risparmiare tempo per le pulizie.

Jelisić è stato condannato per l’omicidio di tredici persone, ma quante ne abbia effettivamente uccise nelle tre settimane che trascorse a Brčko nel maggio 1992 non è mai stato chiarito. Il numero esatto non è stato accertato durante il processo. L’imputato ha confessato gli omicidi di cui era stato accusato e il pubblico ministero non ha identificato altre vittime. Secondo il testimone L, Jelisić avrebbe dichiarato che prima di prendere il caffè ogni mattina doveva uccidere almeno venti persone. Un altro testimone ha detto di ricordare la voce di Jelisić che gridava la seguente frase, tra le dieci e le quindici volte al giorno: “Sdraiati con la testa sul tombino”.

Diversi ex prigionieri hanno raccontato che ordinava di accatastare i corpi in modo da poterli portare alla fossa comune in un camion per il trasporto di carne appartenente all’azienda locale Bimeks. Il testimone N ha detto di aver visto un centinaio di corpi impilati uno sull’altro, “come tronchi pronti per essere bruciati”.

Provini a contatto degli scatti di Stojanović (Bojan Stojanovic, ©Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali)

La guerra in Bosnia Erzegovina ha trasformato molte persone in assassini: insegnanti, agenti di polizia e contadini, che prima del 1992 conducevano una vita normale, diventarono criminali di guerra. Ma pochi uccisero con così tanta foga e così sistematicamente, una vittima dopo l’altra. Ecco perché nel 1999 Jelisić ha ricevuto la condanna più dura mai emessa dal Tpi per l’ex Jugoslavia fino al quel momento: quarant’anni di carcere.

Un testimone lo ha descritto come una persona qualsiasi: “Un uomo sui vent’anni, con i capelli castani, altezza e corporatura medie, abbastanza in forma”.

In fuga

Nel 1992 Bojan Stojanović era un fotografo di Belgrado di 22 anni che lavorava per il quotidiano Večernje Novosti. Fotografava di tutto: dagli eventi sportivi alle bancarelle del mercato. All’inizio di maggio, insieme all’amico e collega Srdžan Petrović, era in viaggio per Sarajevo su incarico della Reuters. Da Brčko inviarono le foto dell’esecuzione a Belgrado. “Quando le vidi, non potevo crederci”, dice Emil Vaš, che all’epoca lavorava all’agenzia britannica. “È difficile immaginare che qualcuno riesca a scattare foto del genere. Non sapevamo nemmeno se fossero vere. Non avevamo idea di cosa farci”.

Anche Petar Kujundžić, allora capo fotografo dell’ufficio belgradese dell’agenzia, inizialmente pensò che le immagini fossero il risultato di una messa in scena. Chiese a Stojanović e Petrović come le avessero scattate. Loro risposero che stavano passando da quelle parti, che avevano incontrato alcune persone e che poi semplicemente “era successo”. “Avevo dei dubbi, perché sapevo che nessuno avrebbe permesso di fotografare una cosa simile”, ricorda Kujundžić. Le foto erano tante, almeno due rullini di pellicola.

Successivamente gli scatti furono inviati al caporedattore Donald Forbes. Nel 2025, in un scambio di messaggi per la stesura di questo articolo, Forbes ha fatto notare che all’epoca esistevano stretti legami tra i giornalisti serbi, le forze dell’ordine e l’esercito, e che molto probabilmente a un fotografo occidentale non sarebbe mai stato permesso di assistere a un’esecuzione. Tuttavia non sapeva spiegare come fossero state ottenute le fotografie in questione: diceva solo che erano state accettate sulla base di un rapporto di fiducia. Ricordava inoltre Stojanović come un buon fotografo, ma anche come una mina vagante. “Una volta si era procurato una Golf bianca, rubata dallo stabilimento Volkswagen in Bosnia, e ci aveva apposto, di propria iniziativa, un distintivo delle Nazioni Unite, cosa che ci creò diversi problemi con l’Onu”.

La decisione di usare le foto fu presa dalla Reuters a Londra. Il responsabile per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa era Pat Benic. “Ricordo che quelle immagini scioccanti furono trattenute a Londra fino a quando riuscimmo a verificare tutto tramite l’ufficio di Belgrado”, dice. “Ci vollero alcune ore prima che le informazioni fossero confermate”.

Il 9 maggio di quell’anno le foto furono pubblicate e diffuse in tutto il mondo, accompagnate dalla seguente didascalia: “Un agente di polizia serbo uccide un cecchino musulmano con un colpo alla nuca dopo la sua cattura nei pressi di Brčko. L’uomo era accusato di aver sparato a un convoglio di rifugiati serbi”.

Alla fine di quell’anno Bojan Stojanović inviò una delle foto al concorso World press photo, organizzato nei Paesi Bassi. Nel febbraio 1993 fu annunciato che lo scatto aveva vinto il primo premio nella categoria Spot news (il 19 giugno 2026 l’Assemblea generale della Federazione europea dei giornalisti ha adottato una risoluzione per chiedere la revoca del premio). Nello stesso mese Stojanović lasciò la Serbia e si trasferì nei Paesi Bassi. Nei trent’anni successivi non è più tornato nel suo paese. Chiese asilo politico, sottolineando di non essere un rifugiato di guerra, ma un perseguitato dalle autorità serbe in pericolo di vita. Come rivelano gli articoli di giornale del tempo, Stojanović era considerato un dissidente: in televisione lo paragonavano perfino a Salman Rushdie. Nelle interviste spiegava come erano state realizzate le foto. I dettagli a volte cambiavano, ma un punto rimaneva sempre invariato: sosteneva di essere stato in grado di scattare inosservato e poi di essersene andato sempre senza farsi vedere. Al quotidiano olandese De Stem il 30 marzo 1993 raccontò che il 6 maggio 1992 era in viaggio con un amico da Belgrado a Sarajevo quando sentì degli spari. A quel punto avrebbe accostato, preso la sua Nikon e sarebbe entrato in un vicolo pieno di cadaveri. Disse che davanti a lui c’erano due soldati serbi con due bosniaci musulmani disarmati. Un attimo dopo uno dei soldati avrebbe alzato con freddezza il braccio e sparato alla testa del bosniaco che gli stava davanti. Nell’articolo infine si legge: “Stojanović non esita un attimo e tiene il dito sul pulsante di scatto. Non ha tempo per mettere a fuoco. Prima che il soldato si renda conto di essere stato fotografato, Stojanović scappa”.

Il fotografo raccontò anche che dopo la pubblicazione dell’immagine qualcuno lanciò una bomba contro la casa dei suoi genitori. “Il capo di una milizia serba ha messo una taglia di ventimila dollari su di me perché sono un traditore. Il mio mandato d’arresto è stato mostrato alla tv serba e sui giornali”, disse a De Stem.

Nel novembre 1992 Stojanović era stato arrestato a Belgrado con l’accusa di aver cercato di uccidere una donna, che lui sosteneva di non conoscere nemmeno. In un’altra intervista affermò di essere stato fermato per “un presunto furto”. Disse che durante la detenzione l’avevano interrogato sulle foto e accusato di spionaggio e che, dopo il rilascio, aveva scoperto che tutta la sua attrezzatura fotografica, i documenti e quattromila negativi erano scomparsi dal suo appartamento. Fu in quel momento che decise di scappare. Non avendo il passaporto, raccontò di aver attraversato illegalmente il confine con la Bulgaria nascosto sul tetto di un treno. In diverse interviste ha affermato che la Reuters l’aveva aiutato nella fuga.

Nei fascicoli del 1992 e del 1993 della procura della repubblica di Belgrado non c’è però traccia di documenti che attestino attacchi contro Stojanović. Anche i colleghi che lo conoscevano bene non riescono a ricordare l’episodio. Neppure il capo dell’ufficio Reuters, Donald Forbes, era al corrente di un mandato di arresto per Stojanović diffuso in televisione. “Dubito che la tv serba abbia mostrato foto di lui senza che io lo sapessi. Il nostro staff seguiva tutti i notiziari”, ci ha detto.

Ma perché Jelisić si è fatto fotografare mentre uccideva qualcuno?

Gli archivi mostrano che Stojanović e Petrović erano stati arrestati a Belgrado nel 1992, e non per una montatura: insieme ad altre due persone avevano derubato un’anziana. Furono processati e condannati, Petrović a un anno e due mesi di detenzione, Stojanović a 16 mesi.

Forbes ha negato anche che la Reuters lo abbia aiutato a fuggire. “Secondo la nostra politica aziendale se le autorità di un paese richiedono la presenza di una persona del nostro staff per un qualsiasi motivo, questa è tenuta a presentarsi per collaborare. Non ho mai ricevuto nessuna richiesta ufficiale in Serbia, né riguardo al fotografo né alle fotografie”.

Nell’aprile 1993 i giornali olandesi riferirono che due serbi avevano cercato di rapire Stojanović ad Amsterdam. Il 21 aprile 1993 il quotidiano NRC Handelsblad scrisse: “Minacciato con una pistola, l’uomo è stato costretto a salire in auto. I rapitori lo hanno portato alla Mauritskade, dove hanno cercato di strangolarlo con del fil di ferro. Stojanović ha colpito gli uomini con la sua macchina fotografica ed è riuscito a sfuggire ai suoi aggressori tuffandosi in acqua”. Nello stesso anno la tv pubblica olandese Vpro realizzò un documentario su Stojanović intitolato De prijs (Il prezzo). Mentre mangia un’insalata, spezza il pane e mastica rumorosamente, il fotografo mostra le immagini della guerra: soldati feriti, corpi di civili. Della foto premiata dice: “Quest’uomo è musulmano. Perché sia morto non lo so. So solo che io ero lì e che tutto è successo in quel momento”. Poi ribadisce che gli assassini non gli prestarono attenzione, anche se era a soli tre metri da loro.

Nel documentario si vede Stojanović che osserva un ingrandimento della sua foto alla mostra del World press photo, e dice una frase significativa a una persona che sembrerebbe uno degli organizzatori: “In realtà quest’uomo non era un cecchino. Era un civile”. L’interlocutore annuisce, non sembra sorpreso del fatto che la foto esposta sia accompagnata da una didascalia che non dice la verità sulla vittima e si limita a rispondere con un “sì”.

Per anni sul sito del World press photo lo scatto di Stojanović è stato accompagnato dalla seguente didascalia: “Uccisione spietata in strada all’inizio dell’estate. Un cecchino musulmano, accusato di aver sparato contro una colonna di rifugiati serbi, catturato da un poliziotto serbo in divisa e ucciso con un colpo alla nuca”.

La prima foto della serie di scatti realizzati a Brčko da Stojanović (Bojan Stojanovic, ©Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali)

Venticinque testimoni

Nel 1993 Stephen Mayes presiedeva la giuria del World press photo. Ricorda la fotografia, ma non le discussioni che alimentò. “Quell’anno parteciparono 1.969 fotografi provenienti da 84 paesi, per un totale di 19.428 foto inviate. Nella categoria Spot news si poteva presentare qualsiasi cosa, dai matrimoni delle celebrità alle elezioni. Nel primo turno di selezione i nove giurati a volte avevano solo un secondo per giudicare una foto”, racconta.

Al secondo passaggio le giuria poteva guardare le foto per pochi secondi, e solo nella terza e ultima valutazione, quando ne erano rimaste poche decine, riceveva informazioni approfondite. “È un diluvio di immagini”, dice Mayes. “Le foto che emergono da quella marea di solito sono quelle con una drammaticità immediata”.

Negli ultimi quindici anni si è discusso spesso della credibilità delle fotografie documentarie, soprattutto in relazione ai processi di postproduzione e, talvolta, di manipolazione. Solo nel 2015 il World press photo ha introdotto un codice etico, secondo il quale, tra le altre cose, i fotografi devono garantire didascalie accurate ed essere trasparenti sull’intero processo di realizzazione delle immagini.

Durante le ricerche per questo articolo mi sono imbattuta in un documento riservato tratto dall’interrogatorio di Goran Jelisić del 1998 presso il Tpi per l’ex Jugoslavia. Lo riporto qui: “Il 6 o il 7 maggio 1992 Goran è stato convocato nell’ufficio del capo, dove erano presenti il capo della polizia Dragan Veselić, Džordže Ristanić e un tale Enver, soprannominato Shock. A quel punto Veselić gli ha detto che avrebbe avuto il suo battesimo del fuoco, poi Ristanić ha spiegato che a Brčko erano state fatte cose di ogni sorta e che bisognava sistemarle, e ha detto a lui ed Enver che due giornalisti (Srdžan Petrović e Bojan Stojanović) li stavano aspettando fuori dall’edificio per fotografarli mentre uccidevano due musulmani, e che quelle fotografie sarebbero state usate come materiale di propaganda ‘per mostrare come i musulmani uccidono i serbi’. Poi si sarebbero radunati tutti davanti alla stazione, dove era stata messa una bara vuota per piangere i serbi assassinati, e anche lì sarebbero state scattate delle foto. Jelisić afferma inoltre che Enver ha condotto fuori dalla stanza 13 due bosniaci a lui sconosciuti, che sono stati poi portati al laboratorio di artigianato; lì Goran con la sua Skorpion ne ha ucciso uno, mentre Enver ha ucciso l’altro con un fucile automatico. Tutto è stato fotografato. Infine sono tornati alla caserma della polizia, dove c’era una bara vuota, e si sono uniti a una ragazza di nome Violeta, che piangeva le presunte vittime serbe”.

Ci si può fidare di un assassino incallito? John Ralston, che all’epoca era il capo investigatore dell’ufficio del procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, mi ha detto che Jelisić non aveva motivi per mentire. C’erano già abbastanza testimoni e prove a suo carico, anche senza le foto. Venticinque persone hanno testimoniato contro di lui.

Papà in tv

L’uomo assassinato con la giacca di pelle marrone è stato registrato come vittima ignota durante il processo all’Aja. Si chiamava Husein Kršo. All’epoca aveva 34 anni. Faceva il cameriere a Brčko e non apparteneva a nessun partito, organizzazione o gruppo armato. Era sposato, i suoi figli avevano nove e cinque anni. Sette mesi dopo la sua morte, la moglie Džana diede alla luce il loro terzo bambino.

La giacca di pelle scamosciata marrone che indossava era un regalo portato dalla Svizzera dal fratello: ce lo racconta il secondo figlio, Mustafa Kršo, quando ci incontriamo a Brčko. Spiega che sua madre non riesce a parlarne, per questo il compito spetta a lui. La moglie e i figli di Husein lo videro per l’ultima volta pochi giorni prima della sua morte, all’inizio di maggio del 1992, quando la famiglia stava cercando di scappare dalla città. Ma l’esercito popolare jugoslavo separò gli uomini dalle donne e dai bambini, e gli impedì di partire. Mustafa ricorda di aver salutato il padre alla guarnigione militare. Piangevano tutti. L’uomo diede dei soldi alla moglie e disse: “Non preoccuparti”.

Per molto tempo non ebbero notizie. Finché un giorno, guardando la tv, il figlio maggiore gridò: “Mamma, c’è papà!”. La postura, la giacca, la camicia, i mocassini: tutto coincideva. “Le prime informazioni le abbiamo avute attraverso la foto di Stojanović”, dice Mustafa.

Suo padre era amico dell’uomo che fu assassinato insieme a lui: si chiamava Hajrudin Muzurović, aveva 39 anni e lavorava come posatore di parquet. Avrebbe dovuto sposarsi nel maggio 1992, lo stesso mese in cui fu ucciso.

Della morte di suo padre Mustafa sa solo quello che è apparso sui giornali e in tv. Ma non può non chiedersi se suo padre sia stato ucciso semplicemente per la presenza del fotografo. Forse sarebbe stato comunque assassinato. O forse no. In fondo alcuni prigionieri furono rilasciati. Molti altri, invece, li portarono nel campo di concentramento di Luka, dove furono torturati e uccisi. Mustafa preferisce pensare che suo padre non sia stato torturato, ma che sia morto rapidamente. “Se il fotografo ha pagato per l’omicidio, per me è colpevole quanto Jelisić”, dice.

La storia secondo cui i due fotografi avrebbero pagato per l’omicidio è circolata tra i colleghi di Belgrado per parecchio tempo. Nel libro del 2013 Rat slikama: suvremena ratna fotografija (Guerra d’immagini: la fotografia contemporanea di guerra) di Sandra Vitaljić, il fotografo dell’agenzia Associated Press Srdžan Ilić racconta di aver incontrato Stojanović al club degli scrittori di Belgrado con una pila di foto stampate. “A tavola diceva che avevano pagato quel tale Adolf cinquecento marchi per fargli uccidere alcuni musulmani”. Ilić, che ho contattato nel 2024, non ha voluto parlare della guerra. Tutti i fotografi con cui ho parlato conoscevano la vicenda, ma nessun altro ha detto di averla sentita direttamente da Stojanović o da Petrović. Solo Ilić.

Senza risposta

Dopo mesi di ricerche sono riuscita a rintracciare Bojan Stojanović in Spagna, dove si è trasferito una decina d’anni fa. Vuole “conoscermi meglio prima di parlare” e vuole vedere se “uso il cervello”. Mi chiede se sono sposata, se ho figli o un amante. Vuole anche sapere quale dei fotografi con cui ho parlato abbia il più spiccato senso dell’umorismo. Quando viene fuori il nome Srdžan Ilić, si arrabbia immediatamente. Dice che Ilić ha inventato la storia del pagamento per pura gelosia. “È una tale stupidaggine che non posso credere che la gente ci abbia creduto”, dice.

“Jelisić sapeva che lo stavo fotografando”, dice Stojanović. I due si sarebbero perfino parlati brevemente dopo l’omicidio. Stojanović e Petrović sapevano che delle persone sarebbero state uccise. Il fatto che Jelisić abbia dichiarato agli investigatori dell’Aja che la sparatoria era stata una messa in scena per mostrare presunte vittime serbe è “per me un’informazione del tutto nuova”, aggiunge Stojanović.

Ma perché Jelisić si è fatto fotografare mentre uccideva qualcuno? “Perché era orgoglioso di difendere l’ideologia serba”, dice Stojanović. Lui e Petrović speravano che le foto sarebbero servite a qualcosa, magari ad accelerare la fine della guerra.

Anche Srdžan Petrović fuggì nei Paesi Bassi, ottenne asilo politico e ci rimase per un bel po’ di tempo. Oggi fa il pilota di jet privati e fotografa la Formula 1. Racconta che quel giorno nel centro di Brčko videro due uomini che ne scortavano altri due da qualche parte. Lui chiese a quello con l’uniforme della polizia – Jelisić – dove li stessero portando. E quello sogghignando rispose: “A un matrimonio”. Stando a questa versione, Jelisić avrebbe parlato così dell’uomo che stava per uccidere: “Questo è il mio centottantesimo; fammi arrivare a duecento e poi me ne torno a casa”. Petrović dice che quando cominciò a sparare loro erano ad appena due metri di distanza. Ed erano sotto shock.

Poi aggiunge che i giornalisti di guerra di solito rimangono a chilometri di distanza dai combattimenti, si ubriacano e scrivono storie inventate. “Noi, invece, volevamo andare sul posto, dove le cose succedevano per davvero. Eravamo giovani, coraggiosi, spericolati e ambiziosi. Avevamo la possibilità di lavorare per una grande agenzia e di essere pagati bene, tutto quello che avevamo sempre sognato”.

Durante la detenzione presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, Jelisić ha fatto amicizia con il detenuto bosniaco Esad Landžo, che in seguito è stato condannato per crimini di guerra contro i serbi. Quando ci siamo incontrati due anni fa in Bosnia Erzegovina, Landžo ha ricordato che una volta Jelisić si era parecchio arrabbiato perché non aveva ricevuto dalla polizia di Brčko alcuni documenti che avrebbero potuto aiutarlo. Secondo Landžo, aveva cominciato a sbraitare e a inveire, sostenendo che un giornalista lo aveva pagato “per filmare quell’omicidio”. Landžo ricorda perfettamente quello sfogo, ma allora non conosceva i dettagli della vicenda: se Jelisić fosse stato pagato per uccidere quegli uomini oppure se stesse per ucciderli e fosse stato pagato per lasciarsi fotografare mentre lo faceva. Nel 2003 Jelisić è stato trasferito dall’Aja in Italia e poi in Belgio, dove ha avuto accesso a un telefono in cella. Nell’aprile 2023 mi ha chiamato spesso. Era educato, rispondeva alle mie domande e sperava di essere rilasciato nel giro di un anno, anche se la sua richiesta era già stata respinta due volte.

Sosteneva che le foto dell’omicidio dovevano servire come materiale di propaganda, per far credere che dei serbi fossero stati uccisi da miliziani musulmani. Ecco perché era stata assunta una ragazza per piangere le presunte vittime serbe. Si chiamava Violeta. All’epoca aveva sedici anni. Originaria della vicina città di Bijeljina, nel 1992 era arrivata a Brčko per stare accanto al fidanzato, un soldato. Quello stesso anno lui fu ucciso. Allora sua madre andò a Brčko per riportarla a casa.

Nel giugno del 2023 ho incontrato la madre di Violeta nella sua casa nel villaggio di Međaši, vicino a Bijeljina. Slobodanka Zarić, detta Seka, aveva 67 anni. Mi ha ricevuto senza preavviso perché ero arrivata insieme a un suo conoscente, l’avvocato Duško Tomić, che da decenni si occupa di crimini di guerra. Seka ha negato di essere stata a Brčko nel maggio del 1992. Ha detto di non aver mai visto Jelisić di persona. Le ho mostrato le fotografie dell’omicidio. Ha scosso la testa, affermando di non averle mai viste prima. A quel punto ce ne siamo andati, convinti che stesse dicendo la verità. Quella sera sono tornata a Zagabria.

La mattina seguente, di buon’ora, Seka è andata a casa di Tomić e gli ha raccontato che in realtà all’epoca degli omicidi si trovava a Brčko e che i fatti si erano svolti esattamente come li avevo descritti. Sua figlia, Violeta, era stata assunta per piangere le finte vittime serbe.

Ho telefonato a Violeta. Non ha mai risposto. ◆ ab

Barbara Matejčić è una giornalista freelance croata. L’articolo tradotto in queste pagine ha vinto il premio speciale dello European press prize 2026.

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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati