La festa è finita, ho detto a una mia amica la scorsa estate, durante una passeggiata notturna a Parigi. In parte, quello che intendevo era chiaro: le nostre notti di droghe pesanti, musica techno a palla, drink economici e niente smartphone non torneranno più. Passando accanto alle saracinesche abbassate e ai tavolini dei caffè a lume di candela tra i riflessi dei bicchieri di vino, ricordavamo i locali underground che avevamo frequentato: lei a Ramallah, io a Berlino. Parlavamo di scantinati bui, della terra umida sotto i piedi ai rave estivi, del retrogusto gessoso delle pasticche di ecstasy. Ricordavamo le puntine che graffiavano dischi di vinile rosso, i dj che scalavano il muro dell’apartheid, gli amici morti o affogati dentro l’illusione della notte.
Fingevamo di non avere più nulla a che fare con quegli anni strani e difficili. Ora eravamo scrittrici, romanziere, e avevamo sublimato quelle notti attraverso la narrativa. Mi chiedevo, però, se persone come noi, che avevano abitato così a lungo quel mondo parallelo, non sarebbero rimaste sempre un po’ fuori asse, permeabili alla musica di quell’altra dimensione. Un’amica, di recente, mi ha chiesto qual è la differenza tra “conoscenza diurna” e “conoscenza notturna”, una coppia epistemologica che coglie in pieno la frattura netta tra qui e là. A una festa, la conoscenza conta meno, è uno spazio governato dagli impulsi, non dai pensieri. Allo stesso tempo, però, il club può essere anche un luogo di scoperta, dove si calpestano i fili elettrici dell’epifania.
A 22 anni ero una studentessa universitaria fuori corso, con un bikini argentato e una salopette di rete nera, e ballavo su un prato illuminato dalle stelle alla periferia di Berlino. Circondata da migliaia di sconosciuti, travolta dal basso implacabile del dj set di Rødhåd, sentivo le mie categorie mentali disfarsi nell’agitazione. Non ricordo quali fossero né cosa le abbia sostituite. Non è questo il punto. La conoscenza era la sensazione della mia mente: alterata, ferita, viva in modo quasi insopportabile.
Non vado a un rave, o a una vera festa, da più di dieci anni. Eppure, dopo aver smesso, ho continuato per anni a fantasticare su quegli spazi in treno, sotto la doccia o in quella notte calda e senza vento sulla rive gauche. Volevo riportare in vita il mondo della techno dura e dei club industriali in Germania. Volevo impossessarmi di nuovo di quella conoscenza strana e feroce del prato all’aperto.
Non sono certo la prima a raccontare la fine di un’epoca della vita notturna: diversi libri usciti recentemente sull’argomento – Berghain nights di Liam Cagney, Night people di Mark Ronson, The beat, the scene, the sound di Dj Disciple – ripercorrono la storia della cultura rave underground dagli anni ottanta ai primi anni duemila. Li ho letti con voracità, quasi con masochismo, cercando un passato condiviso. Ho sempre usato la letteratura in questo modo: a caccia della conoscenza e della sicurezza che la conoscenza porta con sé. Anche nei loro momenti più trasgressivi, però, i libri appartengono al regno della conoscenza diurna: luminosa, astratta, cerebrale. Qualunque cosa io stia cercando in questi testi non è davvero accessibile attraverso l’inchiostro e la carta: è un tipo di educazione che ho conosciuto solo nella presenza fisica. Cosa mi ha insegnato davvero la notte, e perché mi mancano così tanto quelle ore febbrili, scatenate, interminabili al club?
Dico “il club” anche se non ce n’era uno solo. Ce n’erano tanti, a volte era semplicemente un salotto con il pavimento ricoperto di moquette e un piatto Technics su uno scaffale di Ikea, con la pioggia che entrava dalla finestra.
Quando ho cominciato ad andare alle feste techno (detesto la parola rave, anche se erano esattamente quello), frequentavo ancora il liceo a Münster e a casa ascoltavo soprattutto gruppi indie come Beirut e Bright Eyes. Abitavamo in un appartamento circondato da palazzine nuove e campi di mais, in una zona della città dove vivevano per lo più famiglie povere e immigrati. I miei genitori erano profughi che avevano lasciato l’Afghanistan alla caduta dell’Unione Sovietica. A Kabul erano medici ed eroi di guerra, in Germania dovevano farsi tradurre da me anche i documenti più elementari. I nostri vicini ucraini e siriani passavano spesso a portarci contenitori di plastica pieni di piatti unti, o a chiederci le uova o di aiutarli con i bambini. La nostra porta era sempre aperta, il frigorifero sempre pieno e gli scaffali erano colmi di libri: Umberto Eco e Hafez, Lenin e Attar di Nishapur. I miei genitori erano marxisti ma anche tradizionalisti, due atei che m’insegnavano il Corano. Mi mandarono in una scuola privata cattolica a un’ora di autobus da casa.
Amavo il rigore della scuola, e i rituali barocchi della preghiera saziavano il mio segreto desiderio di una potenza superiore. Come molti bambini immigrati troppo maturi per la loro età, ero brava a scuola. Ma era la metà degli anni duemila, un periodo tutt’altro che semplice per essere afgani o musulmani. Il netto divario socioeconomico che mi separava dai miei compagni ricchi, biondi e per lo più poco gentili mi faceva sentire un’aliena e mi riempiva di vergogna. I pochi amici che avevo a scuola erano anche loro degli emarginati. Sulla parete rosa della mia camera avevo attaccato una foto di Camus, e nella borsa di tela portavo un lucidalabbra perlato e una copia bisunta di Sulla strada. Saltavo i pasti e pubblicavo poesie tormentate su Blogspot, sognando Edie Sedgwick, cappotti leopardati e la Factory di Andy Warhol.
I miei genitori ci proibivano di andare a qualsiasi tipo di festa (solo i concerti, che contavano come elevazione culturale, erano permessi), ma quando ho compiuto 17 anni non erano mai a casa e non potevano controllarci. Mia madre, che lavorava come infermiera mentre studiava per rifare l’esame di abilitazione medica, passava ore in biblioteca e tornava a casa a notte fonda o all’alba. Mio padre lavorava per una ong che, anche se non lo pagava granché, appagava il suo desiderio di viaggiare. Io e mia sorella vivevamo in un nostro piccolo mondo fatto di cene riscaldate al microonde, documentari di Arte visti di notte e coprifuoco non rispettati. Spinti dalla noia e dalla curiosità, io e i miei amici passammo dalle sale dei concerti e i bar alternativi con l’arredamento vintage alla scena techno e punk dell’area industriale abbandonata vicino al porto dove dagli anni ottanta, lungo il canale, proliferavano studi di artisti e club dai nomi come Favela, Fusion e Sputnik.
Quando arrivai lì, con gli occhi spalancati e l’aria ancora da bambina, la città era già riconosciuta come una meta regionale della vita notturna. All’inizio, la monotonia della techno e l’assenza del cantato mi respingevano: trovavo sgradevoli tutte quelle luci stroboscopiche, la cassa in loop fino alla nausea. Mi ci sono voluti diversi tentativi e una pasticca di ecstasy per comprendere il fascino di quel suono carico di bassi, a 126 battiti al minuto, per capirlo come una forma d’arte. Poi però è scattato qualcosa: ecco che sono arrivati Aphex Twin e Björk, i primi Daft Punk. Forse è stata la mia amica Isabel che mi sorrideva con le pupille grandi come monete alle tre del mattino, sulla pista appiccicosa del Favela. O forse l’alba allo Sputnik, cavernoso e in penombra, tra jeans, pelle e sudore, lontano anni luce dalla scuola cattolica. Restavo incantata da quei paesaggi sonori robotici, dai piatti piovigginosi e dai synth extraterrestri, specialmente quando, dopo una lunga sequenza di percussioni minimali e architettoniche, il dj introduceva una ballad inattesa o un campione house. Testi in una lingua straniera, strumenti a corda, tracce di voce umana: erano schegge di luce che brillavano nel buio alieno.
La techno è una musica sorprendentemente sottile, che ripaga solo chi l’ascolta con attenzione: la sua forza sta nei cambi minimi, quasi impercettibili, e nelle sequenze del dj set che, se ben costruito, si dipana come un racconto sottotraccia. Il paesaggio sonoro era come un’alchimia che trasformava un’estetica dell’assenza – fabbriche vuote, città in rovina, desolazione tonale – in una visione futuristica fatta di macchine riciclate, idee nuove, pianeti utopici. Era una metafora dello straniamento dell’esilio? Mentirei se dicessi che mi facevo questa domanda mentre ballavo. Per la prima volta nella mia vita non pensavo a nulla; non recitavo la parte della brava figlia o della brava studente. Mi bastava essere un corpo in una stanza, ipnotizzata dall’energia della folla.
Ero attratta dalle persone tanto quanto dalla musica. Giovani e anziani, etero e queer, dj, artisti, skater, attivisti, assistenti sociali e Dauerstudenten (gli “eterni studenti” che restano iscritti all’università semestre dopo semestre, dato che in Germania è praticamente gratuita). Suppongo si possa dire che eravamo tutti studenti in cerca di qualcosa: un luogo terzo, uno spazio per la creatività o per l’edonismo, una famiglia surrogata.
Chi è in cerca di qualcosa spesso ha un lato oscuro. In Night people il famoso produttore Mark Ronson racconta la sua esperienza da dj. Scrive che molte persone entrano in un club “inseguendo o cercando di lasciarsi alle spalle qualcosa”. E invece alla fine trovano “un senso di comunità”. Ronson parla di “momenti di grazia che, come la musica stessa, mi aiutavano a restare in contatto con qualcosa di più alto”.
Cos’era quel “qualcosa di più alto” a cui aspiravo io? L’arte, certo, ma non solo: era un senso di appartenenza che avevo cercato ovunque e che ero riuscita a trovare in parte solo nei libri. Il club era un rifugio dalla rigidità della scuola, ma era anche una forma di educazione controculturale. Le persone, con la loro passione per l’edonismo, per la sovversione, per le arti di nicchia, con la loro curiosità autentica per il mondo, mi hanno insegnato ciò che avrei poi praticato come artista: un modo di pensare insieme agli altri, non da sola, raggomitolata sul mio letto di adolescente con un libro in mano o sotto le luci fredde e cliniche dell’aula. Una notte, di mercoledì, mi sono ritrovata a un after hour in un appartamento con i soffitti altissimi, affacciato sulla stazione. Tentando di prolungare la festa, eravamo tutti in una stanza piena di fumo, con un letto a castello, un piattino di ketamina e un piccolo televisore acceso. Appoggiata al muro, parlavo di Allen Ginsberg con una divorziata di mezza età. Ricordo che aveva un dente tempestato di brillantini. Quando alla fine me ne sono andata, alle otto di mattina – stava per cominciare la scuola – mi sono seduta alla fermata dell’autobus, ancora fatta di mdma, e mi sono messa a fissare le biciclette della gente che andava al lavoro. Il mondo intero – gli aceri, i marciapiedi bagnati, le facce degli sconosciuti – sembrava illuminato dall’interno. I ricordi di quegli anni sono frammentari, offuscati dalla privazione di sonno e dall’alcol, ma mi torna ancora in mente quel pomeriggio in classe, durante la lezione di fisica, quando perfino l’oscilloscopio, enigmatico, tremolante e pieno di segnali segreti, sembrava volermi insegnare qualcosa sulla notte.
Il termine techno ha cominciato a diffondersi a metà degli anni ottanta per descrivere un tipo di dance elettronica dalla timbrica complessa e articolata, costruita su un ritmo in quattro quarti e tempi tra i 120 e i 150 battiti al minuto. Soprattutto in quegli anni, però, non era solo un genere musicale: era una filosofia. Creata da un gruppo di musicisti neri di Detroit che volevano rendersi inaccessibili sia al pubblico black sia ai critici bianchi, nasceva da un impulso di resistenza ai confini, ai controlli, alle norme culturali. Nel pieno della fuga dei bianchi verso le periferie residenziali e del crollo dell’industria automobilistica, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, produttori e dj del Midwest degli Stati Uniti (in particolare Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson, i Belleville Three) hanno completamente destrutturato le radici del soul e del funk, rendendole irriconoscibili. Ispirata dal ritmo pulsante della disco e della house, e dai beat puliti, precisi e ironici delle band di synth pop tedesche e giapponesi come i Kraftwerk e la Yellow Magic Orchestra, la techno ha rivoluzionato il suono; come il jazz, è stata il volano di una serie di innovazioni estetiche e ideologiche. Come racconta Liam Cagney in Berghain nights, la scuola di Detroit si rifaceva al pensiero radicale degli afrofuturisti e di artisti come Sun Ra. Pionieri come Jeff Mills, che fondò a Detroit il collettivo Underground Resistance, cercavano di “incanalare il potere dell’anonimato della techno” per scuotere le persone dalla “falsa realtà” del mainstream, spingendole ad accettare i propri desideri e a vivere in modo più autentico.
La techno si è diffusa in tutto il mondo tra gli anni ottanta e novanta. Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, i produttori europei hanno creato un ibrido tra la leggerezza del sound americano e uno stile più industriale e minimale. La techno tedesca era più veloce e asciutta, quella britannica più ipnotica e psichedelica; entrambe sono diventate il battito anarchico della cultura rave underground. Sono nati infiniti sottogeneri – hardcore, minimal, gabber, trance, tech house – ma tutti incentrati sull’esperienza dal vivo: lunghi dj set pensati per essere ascoltati con l’impianto giusto e nel contesto giusto. Nei set techno c’è una qualità sfuggente, spiraliforme, e la pista da ballo tende a essere uno spazio meno relazionale e più introspettivo rispetto ad altri tipi di rave.
Sia Ronson sia Cagney paragonano la techno, con il suo minimalismo formale, all’arte astratta. Per me la vera rivelazione è stata l’immersione: sulla pista, il suono diventava qualcosa di collettivo. La presenza di altri corpi che respiravano evocava un rituale, e le melodie spoglie mi riportavano alle grotte di pietra e ai ritmi dell’antichità. Gli esseri umani suonano le percussioni da decine di migliaia di anni: all’inizio usavano bastoni, pietre, ossa di mammut; poi hanno cominciato a colpire tronchi vuoti e ricoperti di pelle d’alligatore. Immaginiamo le mani che percuotevano quegli strumenti, e gli uomini e le donne che ascoltavano quei ritmi. I vulcani hanno eruttato e si sono spenti, le calotte glaciali si sono sciolte portando alla luce intere porzioni del Nordamerica, ma la tecnologia del tamburo non è mai cambiata. Ancora oggi, quando sento una drum machine TR-808, voglio credere che quel suono elementare e inconfondibile sia allo stesso tempo un’elegia e la continuazione di altri ritmi e tamburi. Il battito primordiale del cuore di una madre, che ascoltiamo nel grembo; e anche i tamburi dei nostri antenati, che li usavano per guidare le parate di guerra e le cerimonie sciamaniche; i talking drum che trasmettevano messaggi rivoluzionari e contribuirono a un’insurrezione di schiavi in South Carolina nel 1739; i tamburi di New Orleans, dove il dolore degli oppressi diede vita al jazz; e il tamburo che batte ostinato nella testa di qualcuno in Afghanistan, dove la musica è proibita sotto il regime taliban.
Dopo il liceo la mia vita ha oscillato tra conoscenza diurna e notturna. Mi sono presa un anno sabbatico per divertirmi (minigonne, amici più grandi, un sacco di lsd), poi sono partita per Londra e ho studiato letteratura inglese per due trimestri (sobria, celibe, a letto leggevo Virginia Woolf) e infine mi sono trasferita a Berlino per un altro anno di notti insonni. Stavo scappando da qualcosa – mio nonno era morto, mio padre era malato – ma m’illudevo di aver elaborato il lutto. Probabilmente stavo anche correndo verso qualcosa: eravamo nel pieno della primavera araba e di Occupy Wall street, e nell’aria c’era una promessa strana, elettrica, che mi rendeva irrequieta, affamata.
A Berlino alcuni dei miei amici lavoravano al leggendario club Berghain, che sarebbe diventato l’epicentro della mia vita. Passavamo lì quasi tutti i fine settimana. In un certo senso ci offriva una realtà alternativa: aveva una sua logica onirica che ci liberava dalle regole della vita normale. Ci incontravamo il sabato sera per bere qualcosa prima di entrare e spesso non tornavamo a casa fino alla notte successiva, o a volte fino al lunedì mattina. Il Berghain era un rifugio per i gay, con una serie di dark room per fare sesso con gli sconosciuti, ma attirava anche donne splendide e brillanti, raver navigati e morigerati nerd. C’erano un bar dei gelati, un buttafuori con i tatuaggi in faccia, e nemmeno uno specchio (le foto erano vietate; oggi, all’ingresso, ti coprono la fotocamera del telefono con il nastro). Quando uscivamo non c’era campo, i telefoni ci si scaricavano e nessuno si portava dietro il caricabatterie. Era del tutto normale non avere l’email sul cellulare. Il lavoro era solo un mezzo per arrivare a un fine. L’obiettivo era restare svegli, stare insieme e ascoltare musica il più a lungo possibile. Il tempo era muschioso, denso, verde, e io ci affogavo dentro.
Ma non avevamo il privilegio di una vera fuga dalla realtà. Non eravamo professionisti né yuppie; non eravamo personaggi usciti da Le cose di Georges Perec o Le perfezioni di Vincenzo Latronico. Eravamo “classi inferiori”, sognatori senza rete che volevano diventare musicisti o artisti. Alcuni di noi erano stati travolti dalla grande recessione in altri paesi; altri scappavano da situazioni familiari difficili nella Germania rurale. Dal martedì al venerdì, piegavo e sistemavo vestiti fluo in un negozio American Apparel. Dov Charney era ancora a capo della sua azienda di abiti ipersessualizzati e Obama mi aveva deluso.
Eravamo politicizzati per forza di cose, per estrazione familiare, etnica, religiosa o di classe. E anche se il club non mi ha radicalizzata, mi ha fatto entrare in contatto con quel mondo: una studente di medicina che faceva dormire i rifugiati sul suo divano, un programmatore di 45 anni che era anche spacciatore e anche comunista. Alcuni li incontravo sulla pista e non li rivedevo mai più. Altri hanno finito per intrecciarsi alla mia vita. Passavo le sere della settimana nelle comuni e nelle case popolari dei miei amici, dove, tra drag show e dessert allo yogurt greco, sentivo parlare della liberazione curda, dell’occupazione della Cisgiordania e dell’abolizione del carcere. Quegli anni sono stati costruiti sull’amicizia, su una comunità in cui l’essenza oscura della notte filtrava nelle ore del giorno e si faceva più complessa; era un continuo imparare e disimparare.
C’era qualcosa d’infantile nel nostro idealismo, nell’ostinazione con cui sognavamo un mondo migliore. Quel mondo non è arrivato. Ma c’era la sensazione – la speranza – che quella che stavamo scoprendo nel club fosse una verità da non lasciarsi sfuggire. Forse la cosa più importate era proprio la scoperta in sé. Nella sua versione più nobile, il rave ci parla di sovversione, di sottocultura, perfino di subalternità. L’oceanico sentire della notte, brulicante di segreti, ricordi repressi e desideri illeciti, può insegnarci a resistere ai valori e alle norme che abbiamo ereditato.
Il modo quasi rituale in cui mi dedicavo alla vita notturna mi ha preparata a qualcosa di più grande di me: la scrittura e, di riflesso, la politica. La conoscenza della notte è, in fondo, anche un richiamo al potere delle folle. Le feste più belle, con la loro energia disordinata e sfrenata, avevano un’intensità quasi brechtiana. Una mattina di fine aprile sono uscita fradicia di sudore, pronta alla rivolta. Ventiquattr’ore dopo, ero nelle strade a partecipare alle proteste tumultuose e violente del primo maggio.
I motivi per cui ho smesso di fare quella vita sono troppo numerosi e delicati per affrontarli qui. Dico solo che le mie abitudini erano diventate compulsive, eccentriche. Vivevo di sigarette e mirtilli, e la mia mente somigliava sempre di più a un reticolo diafano di carta millimetrata. Ma quando cerco d’individuare la fine non penso a quel disfacimento neuronale. Penso invece a un pomeriggio d’estate, una domenica, passato con Isabel, una delle mie più vecchie amiche, al Kater Holzig, un club all’aperto sulla Sprea. Sembrava l’opposto del Berghain, oscuro ed ermetico: musica più allegra, suoni più house, vista sul fiume. Nei miei ricordi, l’aria di quel giorno è velata e argentata, mentre il sole tramonta sull’acqua. Ero fatta di ecstasy e un po’ spaventata, e tra gli alberi sull’altra riva c’era un’installazione di Robert Montgomery, una poesia in luci bianche e rosa che parlava di fuoco, infanzia e sicurezza.
Isabel decise di leggermi la mano. Seguendo le linee del palmo, mi disse che non stavo vivendo il mio destino. Era uno scherzo, ma le sue parole mi colpirono. Sapevo che aveva ragione: dovevo tornare all’università, laurearmi, scrivere. Dovevo tornare a vivere alla luce del giorno. Quando quel locale ha chiuso, un anno dopo, l’ho preso come un segno: la festa – almeno la mia – era veramente finita.
Passando accanto alle saracinesche abbassate e ai tavolini dei caffè tra i riflessi dei bicchieri di vino, ricordavamo i locali che avevamo frequentato: lei a Ramallah, io a Berlino
So che la cultura rave è ancora viva e vegeta in alcune sacche di Berlino, Beirut e Brooklyn. Libri come Health and safety di Emily Witt e Raving di McKenzie Wark (Produzioni Nero 2023) celebrano la vitalità della scena post-pandemica di Bushwick, mentre Charli XCX e FKA twigs dedicano interi album al clubbing, e la generazione Z resuscita l’estetica di Mark “the Cobrasnake” Hunter, fotografo delle feste negli anni dieci del duemila. Ma ormai l’occidente, come scrive Cagney, ha trasformato un movimento sotterraneo e controculturale in una “economia dell’esperienza”. Burning Man o Elon Musk strafatto di ketamina non sono techno. Oggi perfino il Berghain è pieno di “uomini etero con collane di perle bianche e donne etero con gli occhiali da sole che fissano il telefono”, come osserva Cagney. Ho visto la stessa cosa alle feste a San Francisco o nello stato di New York: circondata da bro della Silicon valley cosparsi di glitter che parlano di intelligenza artificiale e di guarigione sciamanica nella stessa frase. Il rave sembra sempre più uno spazio di catarsi aristotelica, un luogo dove soddisfare per un attimo il desiderio di comunità e liberazione prima di tornare alla vita normale il lunedì mattina, ripuliti dall’impulso rivoluzionario, completamente uguali a prima.
Storicamente, la cultura delle feste underground ha incanalato una rabbia politica reale. I raduni beatnik degli anni cinquanta nacquero per reazione ai regimi autoritari e ai valori tradizionali, e i club techno esplosero dopo la presidenza Reagan. La fine degli anni duemila e l’inizio del decennio successivo – la mia epoca da festaiola – sono stati una risposta alla desolazione della crisi finanziaria, alla guerra al terrorismo e all’emergenza climatica. I fatti oggi sembrano ancora più insopportabili e ineludibili: non esiste luogo sulla terra né ora del giorno in cui il mio sistema nervoso non sia consapevole della pandemia, della caduta di Kabul, della seconda amministrazione Trump e del genocidio a Gaza.
Un pomeriggio, la scorsa estate, poco prima che io e la mia amica passeggiassimo per Parigi, ero seduta accanto al condizionatore in una stanza in affitto nel sud della Francia e guardavo per la centesima volta il film del famoso dj set Boiler Room di Sama’ Abdulhadi, girato a Ramallah nel 2018. Da un’inquadratura aerea della città, una voce fuori campo la presenta come “uno dei pilastri della fiorente scena techno palestinese”. La telecamera si sposta su Sama’, filiforme, con i capelli scuri, che chiacchiera mentre gira le manopole sul mixer. La folla – un’immagine per me familiare – le ondeggia intorno. Un ragazzo indossa solo un’imbracatura di pelle e civetta con l’obiettivo. Riguardandolo ora, sono inebriata dalla sola idea: la techno in Palestina. E poi c’è il fatto, sconvolgente, quasi perverso, che sto osservando le persone sullo schermo da un punto del futuro di cui loro non sono ancora consapevoli. Io lo so cosa è successo, e sta ancora succedendo, appena ottanta chilometri più a ovest, a Gaza: la catastrofe che ha cambiato me e quasi tutte le persone che conosco.
Rimando indietro il video. Non voglio che il tempo vada avanti. Voglio che si fermi.
Mi verrebbe da dire che sto piangendo la mia ingenuità. L’ingenuità di credere che un’esperienza trascendentale del sabato notte potesse essere rivoluzionaria, che il sogno afrofuturista si sarebbe avverato, che le macchine ci avrebbero liberati. È facile dire che abbiamo perso l’innocenza, una cosa che non potremo mai recuperare. È più difficile vedere la conoscenza che ci è scivolata dalle mani e che forse possiamo ancora raggiungere: la percezione fisica di essere una cosa sola, la certezza che la musica seguirà il suo corso e arriverà alla sua giusta conclusione, per poi ricominciare, altrove.
In quel campo illuminato dalle stelle, tra i bassi del dj set di Rødhåd, c’è stato un momento in cui ho smesso di sentire il ritmo e mi sono estraniata dal gruppo, che pulsava come un grande organismo. Questo breve interludio d’isolamento mi ha fatto capire che l’appartenenza che avevo dato per scontata non lo era, che richiedeva insieme lavoro e abbandono, attenzione e intenzione. I rave non sono proteste, ma le folle hanno comunque il potere di trasformare qualcosa, nel bene e nel male. Questi paradossi restano lì, operosi, produttivi, non sempre risolvibili.
Nella mia vita di oggi predomina la conoscenza diurna. Leggo, scrivo, insegno. E forse è per questo che quando cerco di rievocare la conoscenza notturna penso al mondo torbido di una poesia, Diving into the wreck (Immergersi nel relitto) di Adrienne Rich, in cui la voce narrante osserva il mare, mentre la sua lampada da sub illumina le rovine sotto la superficie. Penso al momento che precede l’immersione, quando è sola sulla barca e guarda negli abissi:
C’è una scala.
La scala è sempre lì
appesa, innocente
accanto alla fiancata della goletta.
Sappiamo a cosa serve,
noi che l’abbiamo usata.
Questa piccola scala, che luccica contro la fiancata della goletta, è il talismano delle mie notti. Anche se non sono più immersa nell’atmosfera subacquea del club, la porto ancora con me: mi ricorda i morti, il mondo visto dal basso, la resistenza.
Quel prato dove ballavo a 22 anni è ancora la sede del Fusion, un festival anarco-comunista nato quasi vent’anni fa e che rimane uno dei raduni techno più famosi al mondo. Il festival è pensato come una zona temporaneamente autonoma: l’idea è vivere la musica e la comunità come realtà che vanno a braccetto con la presa di coscienza politica, e imparare una forma di “comunismo delle vacanze” che – ed è questo il punto cruciale – dopo riporti nel mondo reale. Dopotutto, in ogni festa arriva sempre un momento in cui bisogna andare via. La musica si spegne, rimetti la roba nello zaino, prendi l’autobus per tornare a casa, gli occhi si riabituano alla luce. Ma sei cambiata, hai una lezione da imparare e una da insegnare. Quando ti guardi intorno, la conoscenza notturna brilla ovunque, bruciante, piena di contraddizioni. La puoi toccare. È antica quanto un tamburo. ◆ fas
Aria Aber è una scrittrice e poeta nata in Germania da genitori profughi afgani. Vive negli Stati Uniti. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Una brava ragazza (Mondadori 2025). Questo articolo è uscito sulla Yale Review con il titolo “Night knowledge: what I learned at the club”.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati