È lunedì mattina, sono in laboratorio e tra due ore dovrò fare una presentazione. Apro il portatile per modificare un dato, poi noto uno studio che avevo salvato tra i preferiti. Il testo cita un’altra ricerca, che mi indirizza a una nuova pubblicazione di uno degli autori. Ben presto mi ritrovo con 27 schede aperte, tre idee annotate sul mio taccuino e una nuova applicazione appena scaricata per prototipare qualcosa che non ha niente a che fare con la mia presentazione.
So che dovrei fermarmi perché il tempo stringe, ma l’impulso a vagare è troppo forte, quasi fisico. Altri cinque minuti, mi prometto, poi tornerò a occuparmi del mio “vero” lavoro. Solo quando l’ansia diventa impossibile da ignorare riesco a costringermi a riaprire le slide.
Questo balletto non è raro per me e per i milioni di altre persone che possono passare ore in una profonda e quasi gioiosa concentrazione quando qualcosa cattura la loro attenzione, ma possono anche distrarsi completamente quando sentono parlare di una nuova idea allettante. Per molto tempo sono stata convinta che il mio problema fosse la mancanza di disciplina, un tratto del mio carattere che avrei dovuto imparare a gestire meglio. Solo quando ho cominciato a lavorare al laboratorio di ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) del King’s college London ho capito che poteva essere qualcosa di completamente diverso.
Sono una neuroscienziata cognitiva che usa esperimenti comportamentali, oculometria ed elettroencefalografia per studiare come l’attenzione viene diretta verso alcuni segnali e non verso altri. Mi rendo conto dell’ironia di aver dedicato anni a indagare i meccanismi dell’attenzione senza mai osservarli in me stessa. Per capire com’è possibile che io abbia trascurato la mia esperienza personale così a lungo è utile considerare la definizione ufficiale dell’Adhd. Nell’ultima edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American psychiatric association, è definito come “uno schema ricorrente di disattenzione e/o iperattività/impulsività che interferisce con il funzionamento e lo sviluppo”. L’enfasi viene posta sulla compromissione: qualcosa non funziona come dovrebbe.
In realtà la vita quotidiana delle persone con Adhd è più complessa di quanto suggerisca la definizione clinica. È un disturbo molto eterogeneo che si manifesta con diversi gradi di gravità e sensibilità. La maggior parte delle persone che rispondono ai criteri diagnostici non ne subisce gli effetti costantemente o in tutte le situazioni, ma tende a percepire alcuni ambienti come particolarmente impegnativi, tra cui quelli che limitano l’autonomia o richiedono un’attenzione prolungata per svolgere compiti predeterminati e penalizzano l’esplorazione non lineare. Se si mette la stessa persona in un contesto caratterizzato da stimoli nuovi, urgenza, una posta in gioco reale o un’incertezza elettrizzante, lo stesso comportamento (comunemente definito “disattenzione” o “impulsività”) può favorire una concentrazione intensa, grande energia e risoluzione creativa dei problemi.
Pro e contro
Io ho difficoltà a mantenere la concentrazione nei lavori che non lasciano spazio alla scoperta, per esempio lunghe riunioni o mansioni necessarie ma ripetitive. Però quando preparo un nuovo esperimento posso restare concentrata per ore, a volte al punto da dimenticarmi di mangiare.
I ricercatori non sono d’accordo sulle basi dell’Adhd, molto probabilmente perché le sue caratteristiche non sono riconducibili a un solo meccanismo
La diagnosi può attestare una predisposizione, ma il fatto che queste tendenze diventano limitanti o vantaggiose sembra dipendere in gran parte dal contesto. Questa tensione tra i criteri diagnostici e l’esperienza vissuta solleva un’interrogativo cruciale per la mia ricerca: com’è possibile che gli stessi modelli di attenzione siano associati, a seconda del contesto, alla compromissione funzionale o a elevate prestazioni?
Uno dei motivi per cui è così difficile rispondere a questa domanda è che i ricercatori nel campo delle neuroscienze e della psicologia non sono d’accordo sulle basi dell’Adhd, molto probabilmente perché le caratteristiche del disturbo non sono riconducibili a un unico meccanismo. Alcune teorie si concentrano sull’avversione per l’attesa, ovvero l’idea che le persone con Adhd siano particolarmente motivate a evitare di aspettare, e quindi per loro il differimento della ricompensa risulti molto gravoso. Altre, invece, mettono l’accento sulla disfunzione esecutiva, interpretando l’Adhd come una mancanza di controllo, inibizione o memoria di lavoro. Altre ancora sottolineano le differenze nell’elaborazione della ricompensa e in particolare un’alterazione del circuito della dopamina che potrebbe rendere le attività ordinarie meno motivanti e aumentare l’attrattività delle ricompense immediate o incerte.
Ognuna di queste interpretazioni coglie alcuni aspetti reali, ma nessuna riesce a spiegare in modo soddisfacente l’importanza del contesto, ovvero il motivo per cui la stessa persona può apparire distratta in una situazione ed eccezionalmente concentrata in un’altra. Molte delle teorie citate si concentrano sui fattori che limitano il controllo dell’attenzione piuttosto che sulle forze che la indirizzano attivamente. In altre parole, sui sintomi e non sulla causa. Non cercano di spiegare perché in alcune persone l’attenzione è rivolta alla novità e all’incertezza e perché queste tendenze sono rimaste inalterate lungo la storia umana.
E se stessimo adottando la prospettiva sbagliata? Forse la domanda da porsi non è cosa limita l’attenzione, ma cosa la cattura. In molte persone con Adhd i segnali legati alla curiosità – come la novità, l’incertezza, la ricompensa informativa – hanno un peso motivazionale maggiore, cioè alcuni stimoli sembrano molto più degni di essere seguiti. Quella che dall’esterno può sembrare una tendenza alla distrazione dovrebbe essere considerata come un rapido riorientamento dell’attenzione in base agli stimoli, verso qualsiasi cosa prometta una ricompensa maggiore. L’avversione per l’attesa, i deficit esecutivi e l’alterazione dell’elaborazione della ricompensa possono essere visti come espressioni di un cervello che ha priorità diverse su ciò che merita attenzione, che potrebbero essere risultate utili nelle società umane del passato molto prima che la medicina moderna le definisse come un disturbo.
Diverse prove sostengono l’ipotesi secondo cui la ricompensa informativa esercita un richiamo sproporzionato sull’attenzione di molte persone con Adhd. Gli studi di neuroimaging suggeriscono che queste persone hanno una risposta cerebrale diversa alla novità e ai feedback durante l’apprendimento. Nelle attività in cui la novità è messa a confronto con gli stimoli familiari, mostrano un’attivazione alterata e un’abituazione ridotta nei circuiti legati all’attenzione e alla ricompensa, suggerendo una maggiore sensibilità alle nuove informazioni.
La stessa ipersensibilità al valore informativo appare dai test per misurare l’esplorazione. Negli esperimenti in cui i partecipanti devono scegliere tra diverse opzioni che comportano ricompense incerte, gli adulti con Adhd fanno scelte più esplorative. Negli esperimenti di raccolta virtuale gli individui con alti punteggi in tratti associati all’Adhd tendono ad abbandonare prima le aree dove le risorse si stanno esaurendo e a valutare prima le alternative, un comportamento che in ambienti controllati può sembrare prematuro, ma può rivelarsi vantaggioso quando le condizioni sono variabili. Tutto questo suggerisce che per alcune persone l’informazione in sé abbia il richiamo di una ricompensa. La domanda “cos’altro potrei scoprire?” non è solo interessante, ma imprescindibile quanto il cibo per una persona affamata.
Sete di novità
Questo è ciò che chiamo “ipercuriosità”, una spinta motivazionale impulsiva verso le informazioni nuove, incerte e irrisolte che può risultare particolarmente rilevante in alcuni individui con Adhd (anche se probabilmente esiste in tutta la popolazione) e può prevalere su altre priorità anche quando ciò si scontra con obiettivi a lungo termine o richieste esterne.
L’ipercuriosità, per esempio, può spiegare come mai l’attenzione fluttui così rapidamente in contesti ripetitivi e di scarsa rilevanza, ma resti costante quando bisogna affrontare un problema urgente o ricco di incognite. Inoltre permette di dare un senso a molti aspetti familiari dell’Adhd. Gli sbalzi di attenzione riflettono una sensibilità nei confronti di ciò che sembra promettente sul momento. La tendenza a distrarsi nasce dalla presenza di diversi stimoli concorrenti, con l’attenzione che viene attirata da quelli che promettono la ricompensa informativa più grande.
Invece di concentrarci solo su come regolare l’ipercuriosità, potremmo chiederci come creare ambienti che possano renderla utile
L’ipercuriosità potrebbe anche spiegare aspetti meno ovvi. Spesso le persone perdono la cognizione del tempo quando la loro attenzione si concentra su qualcosa che appare molto gratificante o stimolante. Il problema delle conversazioni noiose non riguarda tanto l’attenzione ma la penosa assenza di qualcosa di nuovo da imparare. Perfino i pensieri incalzanti prima di dormire possono indicare una mente che continua a generare nuove possibilità da esplorare. Messe insieme, queste esperienze indicano che l’ipercuriosità può essere un fattore chiave che determina la direzione dell’attenzione e la durata della concentrazione.
Molte di queste esperienze sono state già documentate, ma finora sono state trattate separatamente invece che come parti di un unico profilo attentivo. I ricercatori hanno studiato a lungo l’impulso verso la novità, la ricerca di sensazioni forti e la propensione all’esplorazione come elementi dell’Adhd. Per esempio, le persone con Adhd tendono a ottenere punteggi più alti negli indicatori della ricerca delle novità, mostrano maggiore propensione all’esplorazione e insistono più a lungo nel provare le opzioni inconsuete, anche quando comportano una ricompensa inferiore.
L’ipercuriosità ha a che fare con tutte queste tendenze, ma non è solo un’etichetta diversa per gli stessi fenomeni. Mentre la fascinazione per la novità si concentra sulla preferenza per le nuove esperienze e la ricerca di sensazioni è segno di una stimolazione intensa, l’ipercuriosità evidenzia in particolare l’aspetto informativo: la spinta verso l’acquisizione di conoscenza. Questo lega la tendenza all’esplorazione con la motivazione all’apprendimento e spiega come mai entrambi i tratti possano presentarsi negli stessi individui. Non spiega solo cosa cercano le persone, ma anche come è attirata la loro attenzione e perché è così difficile distoglierla.
Per esempio un individuo con alti livelli di ricerca della novità potrebbe decidere di provare un nuovo ristorante, ma un ipercurioso potrebbe avere grandi difficoltà a smettere di indagare sul curriculum dello chef, sulla storia della cucina e su tutte le tecniche culinarie che non conosceva, al punto da dimenticare di prenotare il tavolo. La distinzione sta nell’intensità e nella compulsività: l’ipercuriosità comporta un richiamo irresistibile verso nuove informazioni che può far saltare piani, priorità e altre considerazioni pratiche.
L’ipercuriosità contribuisce a spiegare come mai la stessa persona che cerca problemi interessanti da risolvere possa sentirsi intrappolata nella sua stessa curiosità, condannata a seguire piste che la allontanano dall’obiettivo iniziale. Tuttavia, in contesti ricchi di novità, incertezze e feedback immediati, la tendenza a spostare l’attenzione può diventare una risorsa. La capacità di passare rapidamente da un indizio all’altro permette alle persone ipercuriose di individuare schemi, seguire intuizioni e adeguare il proprio pensiero quando emergono nuovi elementi. Dunque il problema non riguarda un deficit di attenzione generale, ma una disconnessione tra il modo in cui l’attenzione è regolata e le necessità dei diversi ambienti. Quella che in un contesto appare come distrazione, in un altro può favorire il pensiero non lineare permettendo di notare segnali deboli, tendenze emergenti e percorsi alternativi.
La presenza di questi tratti nella popolazione appare sensata se consideriamo gli ambienti in cui l’attenzione umana si è evoluta. Per gran parte della nostra storia, infatti, le risorse sono state scarse e discontinue, i rischi imprevedibili e le informazioni rare e importanti. In queste condizioni essere sensibili alla novità e all’incertezza non era un punto debole, ma un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza. Probabilmente era utile agli antichi gruppi umani la varietà di strategie attentive: i “custodi” si concentravano sullo sfruttamento efficiente delle risorse note, mentre gli “esploratori” erano più inclini a notare anomalie, ricercare novità e correre rischi.
Quella che oggi consideriamo tendenza alla distrazione o impulsività un tempo potrebbe essere stata un riflesso del ruolo degli esploratori: monitorare i confini del mondo conosciuto alla ricerca di nuove opportunità o minacce.
Gli studi genetici sembrano confermarlo. Alcune varianti legate ai recettori della dopamina che sono state associate alla ricerca della novità e ai tratti legati all’Adhd appaiono più spesso nelle popolazioni storicamente nomadi che in quelle sedentarie. Questo non significa che esista un gene specifico dell’Adhd né implica un determinismo genetico, ma suggerisce che in certi ambienti un atteggiamento più irrequieto e curioso potrebbe essere stato favorito invece che penalizzato dalla selezione naturale. Un’elevata vigilanza potrebbe aver aiutato a individuare le minacce, mentre la ricerca della novità potrebbe aver facilitato la scoperta di nuove risorse e territori. In laboratorio la disponibilità ad abbandonare una zona dove le risorse sono in esaurimento può sembrare impulsiva, ma in natura poteva rivelarsi preziosa.
Al livello neurale, parte della spiegazione potrebbe dipendere dal fatto che la curiosità, l’impulsività e l’attenzione non sono sistemi separati all’interno del cervello, ma si basano su circuiti sovrapposti di ricompensa e motivazione, in particolare quelli che coinvolgono la dopamina. Quando qualcosa promette di offrirci nuove informazioni, questi circuiti si attivano e indirizzano l’attenzione verso l’esplorazione. L’ipercuriosità potrebbe riflettere un maggior valore attribuito a queste ricompense informative.
Fuori contesto
Tutto ciò non fa dell’ipercuriosità un “superpotere”. Gli stessi tratti che possono sostenere la creatività, l’intuizione e l’apprendimento rapido comportano anche costi reali: la curiosità può degenerare nella distrazione; la tendenza a esplorare può diventare controproducente se quello che serve è una semplice ripetizione o solo un po’ di riposo; la ricerca della novità può favorire comportamenti avventati e rendere difficile staccarsi da attività che offrono una ricompensa immediata; la sensibilità al cambiamento può impedire di ignorare distrazioni, interruzioni e richieste contrastanti; lo stesso richiamo che può portare alla scoperta rischia di produrre decisioni impulsive, una tendenza ad avviare progetti senza completarli e un’instabilità finanziaria. Tutti questi problemi possono compromettere le attività quotidiane, il benessere e la salute mentale. Senza un adeguato sistema di supporto, l’ipercuriosità può diventare fonte di sofferenza.
Tuttavia la difficoltà risiede principalmente negli ambienti in cui le persone ipercuriose devono operare. L’attenzione umana non si è evoluta in un contesto saturo di informazioni e distrazioni ottimizzate da algoritmi. Per gran parte della nostra storia le novità sono state relativamente rare e spesso significative, mentre oggi l’esposizione alla novità è costante e difficile da evitare. Gli stessi meccanismi che un tempo guidavano un’esplorazione potenzialmente utile, nel mondo attuale sono monopolizzati dai social network e dalle notifiche.
Le scuole e i luoghi di lavoro spesso amplificano il problema. Molti sistemi educativi premiano la capacità di eseguire istruzioni lineari, mentre gli ambienti di lavoro di solito antepongono i risultati prevedibili al pensiero esplorativo. Questo può essere sfiancante per le persone il cui cervello lavora vagando, connettendo gli stimoli e analizzando le idee da prospettive originali. L’esaurimento, l’ansia e varie forme di automedicazione sono reazioni piuttosto comuni.
La traiettoria evolutiva dell’ipercuriosità aiuta a capire perché gli ambienti istituzionali possano rivelarsi così problematici. Nella prima infanzia un comportamento incline all’esplorazione viene considerato normale. Da un bambino ci si aspetta che tocchi tutto, faccia un’infinità di domande e passi continuamente da un’attività all’altra. La discrepanza, però, risulta evidente quando comincia il percorso scolastico formale e ai bambini viene chiesto di restare seduti e seguire attività predeterminate. Alcuni riescono ad adattarsi, mentre altri trovano maggiori difficoltà e sono sottoposti a una valutazione medica. Altri ancora cercano di nascondere la necessità di scoprire cose nuove, ma si sentono sempre meno in sintonia con l’ambiente. Una volta raggiunta l’età adulta, gli individui che riescono ad affermarsi hanno spesso trovato il modo di costruirsi nicchie adatte a loro, lavorando in ambiti che premiano la curiosità, l’adattabilità e il pensiero non lineare. Ma per ogni adulto che è diventato un ricercatore o un artista di successo, ce ne sono altri che non sono mai riusciti a mettere a frutto la loro ipercuriosità.
Per molto tempo non sono stata capace di capire fino a che punto l’ambiente influisse sulla mia esperienza. Quando un collega mi ha chiesto se avessi l’Adhd sono rimasta sorpresa. Avevo diverse lauree e una solida carriera. In base ai parametri convenzionali ero una persona funzionale. La diagnosi di Adhd mi ha permesso di dare un nome a esperienze che in passato mi erano sembrate scollegate. Tratti che avevo considerato come carenze personali (cicli di esaurimento seguiti da nuovi impegni, difficoltà a staccarmi dai pensieri di notte, periodi di profonda concentrazione intervallati da momenti di disorganizzazione, difficoltà ad affrontare le attività quotidiane, tentativi di gestire i pensieri incalzanti con alcol e nicotina) hanno cominciato ad avere più senso quando ho capito che dipendevano dal contesto e non solo dalla mancanza di disciplina o forza di volontà. Ma io sono stata fortunata. Senza rendermene conto, avevo già strutturato la mia vita in un modo che potesse allinearsi con la mia ipercuriosità.
Questa reinterpretazione suggerisce implicazioni più ampie. Invece di concentrarci solo sul modo di regolare l’ipercuriosità, potremmo chiederci come creare ambienti che possano renderla utile. Cosa succederebbe se le scuole creassero spazi per consentire agli studenti di seguire liberamente la propria curiosità, anche quando questo li allontana dal curriculum prestabilito? E se aiutassimo le persone a trovare un impiego che corrisponda al loro stile attentivo invece di costringere tutti a seguire percorsi convenzionali? E se alcune posizioni lavorative potessero essere progettate per i dipendenti ipercuriosi che sono abili a individuare le tendenze emergenti, a collegare idee separate e a risolvere problemi complessi? E se la tecnologia incanalasse la curiosità verso un’esplorazione utile invece di sfruttarla per generare profitti?
Togliere il disturbo
Naturalmente l’ipercuriosità non spiega tutti gli aspetti dell’Adhd. Alcune persone trovano difficoltà anche in contesti ricchi di novità, o hanno problemi con la memoria di lavoro che interferiscono perfino con attività profondamente coinvolgenti. Ciò non sorprende se consideriamo quanto spesso i disturbi del neurosviluppo si presentino insieme. Molte persone con Adhd rientrano anche nei parametri dello spettro autistico, dell’ansia e della depressione. L’ipercuriosità può essere l’asse centrale, ma spesso opera insieme ad altre condizioni che possono amplificarne o sovrastarne gli effetti.
Ciò che la teoria dell’ipercuriosità offre è un modo per organizzare una serie di scoperte all’interno di una stessa cornice. Invece di affrontare le differenze nei livelli di attenzione, impulsività, esplorazione e coinvolgimento come elementi separati, le considera come conseguenze di una preferenza per la ricompensa informativa immediata. La possibilità che questa tendenza si dimostri limitante o vantaggiosa dipende meno dall’individuo e più dal modo in cui l’ambiente si adatta al suo stile attentivo.
Tutto questo non sminuisce gli effetti concreti del disturbo. L’Adhd può essere profondamente invalidante, e molte persone che ne sono affette soffrono di instabilità emotiva, dipendenze e stress cronico. Ma la parola “disturbo” implica una disfunzione che persiste in diversi contesti. Se invece i sintomi cambiano sostanzialmente con il variare delle condizioni o emergono soprattutto in risposta a pressioni ambientali, è giusto chiedersi quale sia la sua vera natura.
La curiosità ha sempre determinato il modo in cui gli esseri umani imparano, si adattano e crescono. L’impulso a cercare, che ha spinto gli esploratori ad attraversare terre sconosciute e oggi mi porta ad aprire 27 schede sul mio browser, nel giusto ambiente può favorire la ricerca scientifica e i progressi tecnologici. Quando ho finalmente chiuso il portatile dopo aver finito di lavorare alle slide (con due ore di ritardo, ma con molte nuove intuizioni), ho ripensato al fatto che le stesse tendenze che frammentano la mia attenzione generano anche connessioni impreviste, e che gran parte della differenza tra distrazione ed esplorazione produttiva dipende dal contesto.
Non voglio spacciare l’Adhd come una dote o sminuirne gli effetti negativi. Ma mi chiedo se siamo finalmente pronti a scoprire cosa può ottenere una mente ipercuriosa quando non è costretta a sprecare tutta la sua energia per cercare di stare ferma e pensare con lucidità. Che succederebbe se smettessimo di provare ad aggiustare queste persone e cominciassimo a costruire ambienti che possano sostenerle davvero? ◆ as
Anne-Laure Le Cunff è una ricercatrice all’istituto di psicologia, psichiatria e neuroscienze del King’s college London, nel Regno Unito.
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati