Ricordo che nel 2010, dopo essere stato eletto presidente del Cile, Sebastián Piñera usò le parole desaparecidos e nunca más (mai più) per parlare delle vittime del terremoto che aveva colpito il paese. Cominciava così un esercizio di riappropriazione linguistica di parole cariche di un significato politico troppo scomodo per la destra, che arrivava al potere per la prima volta dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet, nel 1990.

Ricordo che nel maggio 2019 Piñera ha scelto come slogan del suo secondo mandato presidenziale “Cile in marcia”.

Ricordo le marce degli anni ottanta contro Pinochet, piene di paura ma con la certezza che gridare “¡Y va a caer!” (E cadrà!), fosse necessario e urgente. Ricordo gli anni novanta come un periodo sonnolento, calmo, rassegnato a una transizione politica incompleta. Ricordo la continuità istituzionale con la dittatura, gli accordi che favorivano l’impunità, la spinta per una economia neoliberista. Ricordo il presidente dell’epoca, Patricio Aylwin, quando annunciò che in Cile ci sarebbe stata giustizia “nella misura del possibile”.

Ricordo le manifestazioni del 2006, quando i protagonisti erano gli studenti delle superiori: uno dei primi segnali del risveglio civile dopo la dittatura. Ricordo le proteste e il malcontento di massa nel 2011, che spezzarono la sovrapposizione tra democrazia e neoliberismo.

Ricordo che all’inizio di ottobre 2019 Juan Andrés Fontaine, ministro dell’economia, ha annunciato l’aumento di 30 pesos (30 centesimi di euro) del biglietto della metropolitana, invitando la popolazione ad alzarsi prima per pagare la tariffa ridotta. In un paese in cui l’1 per cento più ricco della popolazione concentra nelle sue mani il 40 per cento del pil, in cui le famiglie con i redditi più bassi spendono circa il 30 per cento del loro stipendio per i mezzi di trasporto e il salario minimo non supera i 300mila pesos (325 euro), l’annuncio è stato come uno schiaffo in faccia. Ricordo l’indignazione degli studenti, che hanno cominciato a scavalcare i tornelli, ad abbattere le transenne e a spaccare gli accessi alla metropolitana al ritmo del nuovo slogan: “Scappare, non pagare, un altro modo per lottare”.

Coprifuoco

Ricordo che il 18 ottobre 2019 le autorità hanno minacciato di ricorrere alla legge di sicurezza dello stato contro gli studenti e hanno chiuso le stazioni della metro­politana, facendole sorvegliare dal­la polizia. I cittadini non avevano altro mezzo per tornare a casa. Ore e ore a piedi, una città, Santiago, abbandonata alla sua sorte. Ricordo il cacerolazo (la protesta rumorosa, fatta con mestoli e pentole) quella sera, le strade piene di manifestanti che non parlavano più dei 30 pesos ma dei trent’anni di abusi, delle politiche discriminatorie del governo, delle differenze salariali, del sistema sanitario precario, delle pensioni indegne, della mercificazione dell’istruzione, delle collusioni delle grandi aziende, delle frodi commesse dai vertici politici e dai grandi imprenditori.

Ricordo che negli anni ottanta Pinochet disse in un’intervista che i diritti umani erano “un’invenzione molto saggia dei marxisti”

Ricordo le rivolte nelle zone periferiche e, come se vivesse in un altro paese o in una dimensione parallela, il presidente della repubblica che mangia la pizza con la famiglia in un ristorante di un quartiere elegante di Santiago. Ricordo la foto che qualcuno ha scattato e poi ha fatto circolare sui social network, e i mestoli che battevano più forte sulle pentole. E ricordo la reazione di Piñera: decretare lo stato di emergenza. Come se fosse una catastrofe naturale, un terremoto. Il giorno dopo è arrivato il coprifuoco.

Ricordo quando negli anni ottanta vivevamo sotto il coprifuoco e i militari pattugliavano le strade con i volti dipinti di nero e le mitragliatrici in pugno.

Ricordo che il 20 ottobre Piñera ha detto: “Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile, che non rispetta niente e nessuno ed è disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite, anche quando questo comporta la perdita di vite umane, con il solo proposito di produrre più danni possibili”.

Ricordo l’audio diffuso il giorno dopo. Si sente la moglie di Piñera, Cecilia Morel, dire a un’amica in tono spaventato: “È come un’invasione straniera, aliena”. E poi lamentarsi: “Dovremo diminuire i nostri privilegi e condividere con gli altri”.

Ricordo che, nel mezzo della guerra immaginaria di Piñera e dell’invasione aliena di Morel, siamo venuti a sapere di persone torturate nelle questure, stuprate, ferite o uccise dalla polizia con le armi da fuoco o a colpi di manganello. Ricordo quando i casi di lesioni agli occhi causate dai proiettili di gomma e dai gas lacrimogeni lanciati dalla polizia sono aumentati in modo vertiginoso. Poi la Società cilena di oftalmologia ha dichiarato che era in corso “un’epidemia da trauma oculare severo”.

Ricordo che nell’ottobre del 1980, con il paese stordito dalla repressione, Pinochet considerava approvata la costituzione della repubblica invocando “il nome di Dio onnipotente”. Il testo non riconosceva i popoli indigeni, mercificava i diritti sociali e stabiliva l’idea di uno stato sussidiario che privilegiava l’iniziativa dei privati. A loro concedeva, per esempio, il diritto di proprietà sull’acqua. Questa costituzione è in vigore ancora oggi.

Ricordo che le manifestazioni si sono moltiplicate nella primavera del 2019, come le proteste a colpi di pentola, le occupazioni delle piazze e i cortei in strada. Ci sono stati anche incendi nelle stazioni della metropolitana e saccheggi nei negozi più grandi, ma la presenza della polizia non serviva a fermare queste azioni: il suo compito era reprimere le contestazioni. Ricordo alcuni striscioni, manifesti e cartelli: “Piñera: questa non è la tua guerra, è la nostra lotta”, “Siamo gli alieni e siamo venuti a prendere i vostri privilegi”, “Piñera assassino”, “Basta abusi”, “Basta collusione”, “Sanità dignitosa”, “Pensioni giuste”, “Istruzione pubblica di qualità”, “Senza dignità non ci sarà pace”, “Non vivrete mai più nella comodità del nostro silenzio”, “Non sto accettando le cose che non posso cambiare, sto cambiando le cose che non posso accettare”, “Siamo quelli in basso e veniamo per quelli in alto”, “Le idee sono a prova di pallottola”, “Il Cile si è risvegliato”, “Cile, non ti addormentare mai più”, “Non basta un cartello per tutta la mia rabbia”, “No alla costituzione di Pinochet”, “Contro ogni stato patriarcale”, “Game over, Pinochet”, “Nonno, ora tocca a me”, “Mamma, protesto per te, per me e per gli altri”, “Abbiamo tutti sangue mapuche: i poveri nel cuore e i ricchi sulle mani”, “2019 = 1973”, “Fino a quando la dignità non sarà un’abitudine”.

Lesioni gravi

Ricordo che insieme alle mobilitazioni sono nate assemblee spontanee in quartieri, università, sindacati, centri culturali, piazze e stadi. La gente parlava del paese che immaginava, dell’origine di questa situazione, di come poter cambiare le cose, il modello. Si discuteva di quante rivendicazioni sociali fossero frenate proprio dalla costituzione del 1980.

Ricordo che venerdì 25 ottobre un milione e mezzo di persone si è dato appuntamento in plaza Italia e nei suoi dintorni, e altre migliaia di persone lo hanno fatto in altre regioni, nella manifestazione più partecipata della storia del Cile. La richiesta di una nuova costituzione è risuonata con forza per le strade. Plaza Italia è stata ribattezzata dai manifestanti plaza de la Dignidad, e si è trasformata nel simbolo della protesta. Il giorno dopo il presidente Piñera ha parlato in tv. Ha chiesto un minuto di silenzio per le persone che avevano perso la vita in quei giorni. Ha detto proprio così, “che hanno perso la vita”, come se all’improvviso le persone fossero morte così, senza ragione. Come se lui non avesse nessuna responsabilità. Ha continuato dicendo che la manifestazione lo aveva riempito di gioia e che “tutti siamo cambiati e abbiamo un atteggiamento nuovo”. Ricordo che ha dichiarato concluso il coprifuoco.

Ricordo che l’8 novembre, in una manifestazione a Santiago a cui ha partecipato quasi un milione di persone, Gustavo Gatica, uno studente di psicologia di 21 anni, è stato colpito a entrambi gli occhi da pallettoni sparati dalla polizia. Il 9 novembre un gruppo di persone si è raccolto fuori dall’ospedale in cui era ricoverato Gatica per esprimergli sostegno, ma è stato respinto con la forza dai carabineros, la gendarmeria cilena.

Santiago del Cile, 13 marzo 2020. Manifestanti in plaza de la Dignidad (Karl Mancini)

Ricordo che l’Onu ha chiesto alla polizia di smettere di sparare proiettili di gomma contro i manifestanti e che il 10 novembre il ministro dell’interno, Gonzalo Blumel, ha scartato questa possibilità perché avrebbe potuto causare un aumento della violenza. Lo stesso giorno il comandante generale dei carabineros, Mario Rozas, ha detto che a partire da quel momento i fucili antisommossa sarebbero stati usati solo in caso di “reale pericolo”.

Ricordo che l’11 novembre 2019 una delegazione cilena ha parlato davanti alla Commissione interamericana dei diritti umani riunita a Quito, in Ecuador, della violenza dello stato di quei giorni. Ricordo le parole del coordinatore della cattedra dei diritti umani dell’università del Cile, Claudio Nash: “La dittatura militare cilena è rimasta nella storia per aver usato la sparizione forzata delle persone come strumento di terrore. Questo governo passerà alla storia per le centinaia di giovani che vivranno con mutilazioni oculari causate dalla violenza dell’oppressione […]. È dall’antichità che l’umanità non vedeva un uso simile dell’accecamento come strumento per zittire i cittadini”.

Ricordo che un martedì di novembre, mentre camminava nella cittadina di San Bernardo, Fabiola Campillai, 36 anni, è stata colpita in viso da un lacrimogeno. Il giorno dopo i medici hanno detto che il candelotto l’aveva resa completamente cieca, come Gustavo Gatica.

Un epilogo sfuggente

Ricordo che la battaglia per una nuova costituzione, a cui il presidente e la destra si erano sempre opposti, aveva guadagnato abbastanza forza, e che il 15 novembre, dopo trattative e discussioni, la maggior parte dei partiti ha firmato l’accordo che dava il via al processo costituente. Ricordo che c’erano ancora alcuni argomenti importanti da chiarire. Per esempio, il modo in cui le forze indipendenti sarebbero entrate a far parte dell’organo responsabile della redazione del testo. O la garanzia di parità di genere e i seggi riservati ai popoli indigeni.

Ricordo che quella mattina plaza de la Dignidad era coperta da lenzuola bianche e da un manifesto che diceva: pace. Ricordo che Cecilia Morel, senza più timore degli alieni, ha twittato: “Quest’immagine è il simbolo di quello di cui abbiamo bisogno come paese: PACE. Oggi il Cile mostra la sua capacità di dialogo, di accordo, e il rispetto profondo della nostra democrazia”.

Ricordo che il pomeriggio del 15 novembre plaza de la Dignidad si è riempita di manifestanti e che uno di loro, Abel Acuña, 29 anni, è morto di arresto cardiorespiratorio. Mentre alcuni paramedici volontari cercavano di rianimarlo, i carabineros hanno lanciato lacrimogeni e sparato a chi lo stava aiutando. L’ambulanza, arrivata in sei minuti, è stata ostacolata dalla polizia e quando ha raggiunto Acuña era tardi.

Da sapere
Referendum rimandato

◆ A causa dell’emergenza sanitaria per il coronavirus, il governo del presidente cileno Sebastián Piñera (centrodestra) e i principali partiti d’opposizione hanno deciso di posticipare al 25 ottobre 2020 il referendum costituzionale inizialmente programmato per il 26 aprile. Nel referendum si chiede ai cileni se vogliono una nuova costituzione, per sostituire quella che risale alla dittatura di Augusto Pinochet e che da allora è stata solo in parte modificata. Bbc


Ricordo che il 21 novembre 2019, dopo un’inchiesta durata settimane, Amnesty international ha diffuso il suo rapporto sul Cile. L’intenzione delle forze di governo è chiara: “Colpire chi manifesta per disincentivare la protesta, perfino arrivando all’estremo di ricorrere alla tortura e alla violenza sessuale contro i manifestanti”. Il rapporto è stato respinto dal governo e dalla polizia, che lo hanno definito falso. Ricordo che dopo sono arrivati i rapporti di Human rights watch, della Commissione interamericana per i diritti umani e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Tutti parlavano delle brutali violazioni dei diritti umani avvenute in Cile dal 18 ottobre e hanno raccomandato cambiamenti urgenti nelle forze dell’ordine e di sicurezza.

Ricordo che il 13 dicembre il ministro degli esteri, Teodoro Ribera, ha detto che “non possiamo preoccuparci di questo o di quel rapporto […]. Quello che interessa al paese è tornare alla normalità”.

Ricordo che in quei giorni Piñera riprendeva il suo discorso iniziale: “Stiamo affrontando un nemico potente e implacabile che non rispetta niente e nessuno […] e che agisce con una pianificazione professionale e senza limiti”.

Ricordo che all’inizio di gennaio un gruppo di studenti delle scuole secondarie ha boicottato l’esame di ammissione all’università, a cui dovevano partecipare quasi 300mila studenti. Ricordo che il portavoce del movimento studentesco è nipote di un desaparecido durante la dittatura militare e che la ministra dell’istruzione è figlia di un ministro di Pinochet. Ricordo che la ministra ha minacciato il ragazzo e ha detto che avrebbe usato la legge di sicurezza dello stato contro di lui.

Ricordo che il 31 gennaio la repressione continuava e il governo stava affinando il suo programma per criminalizzare la protesta. La destra diceva che non c’erano le condizioni per avviare un processo costituente e l’Istituto nazionale per i diritti umani, che nel suo rapporto annuale aveva denunciato le violazioni più gravi dalla dittatura, forniva un nuovo bilancio: 1.215 azioni giudiziarie presentate, di cui 879 per torture e 183 per violenza sessuale, oltre a denunce per omicidi, lesioni e altri abusi. Fino a quel momento c’erano stati 31 morti e 427 casi di persone con lesioni agli occhi.

Ricordo che negli anni ottanta Pinochet disse in un’intervista che i diritti umani erano “un’invenzione molto saggia dei marxisti”. E che “l’unica soluzione per il problema dei diritti umani è dimenticarsene”. In un’intervista di dicembre del 2019, Piñera ha detto che molte delle notizie e dei video sui diritti umani diffusi in quei giorni “non corrispondono alla realtà. Sono falsi, filmati fuori dal Cile o falsificati”.

Ricordo che negli anni novanta Pedro Lemebel scrisse un articolo sul rapporto della Commissione nazionale sulla verità e la riconciliazione, che rendeva conto delle violazioni dei diritti umani avvenute durante la dittatura. Nell’ultimo paragrafo Lemebel scriveva: “I nostri morti sono sempre più vivi, sempre più giovani, sempre più freschi, come se ringiovanissero sempre grazie a un’eco sotterranea che li canta, a una canzone d’amore che li fa rinascere, a un tremore di abbracci e sudore di mani, dove non si asciuga l’umidità ostinata del loro ricordo”.

Ricordo che questa storia sembra non avere un epilogo. O l’epilogo è sfuggente, perché la storia tende a ripetersi. Ricordo che il passato sarà sempre lì, a lanciare scintille verso il presente come una scossa. Alla fine la memoria è questo, frammenti di storia che vanno e vengono, vestigia, schegge, parole senza redini: l’eco di una canzone che canticchiamo giorno e notte, come una forma primitiva di respiro. ◆fr

**Alejandra Costamagna **è una scrittrice e giornalista cilena nata a Santiago nel 1970. In Italia ha pubblicato C’era una volta un passero (Edicola Ediciones 2016).

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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati