I Leenalchi sono da qualche anno uno dei punti fermi della musica sudcoreana. Di recente il loro album d’esordio, Sugungga, è stato ripubblicato dall’etichetta discografica di David Byrne, la Luaka Bop. Per gran parte del pubblico occidentale sarà l’occasione per scoprire non solo i Leenalchi, ma anche il pansori, un’antica forma di narrazione musicale praticata nella penisola coreana da secoli che mescola canto e recitazione. Tra linee di basso ballabili e sintetizzatori dalle mille sfumature, il pansori acquista nuova vita, trascinando l’architettura del pop occidentale verso territori inediti. Brian Eno ha osservato: “Non ho mai sentito nulla di simile”. Non sorprende che siano approdati proprio all’etichetta di Byrne: il funk stravagante che i Talking Heads esplorarono appare, in un certo senso, come uno dei precursori spirituali più diretti della band. “Gli strumenti seguono un ritmo in 4/4, mentre la voce si muove su un ritmo in 3/4”, spiega il cantante Park Soo-beom. L’album è un adattamento di uno dei cinque racconti classici della tradizione popolare coreana, una storia nota appunto come Sugangga, traducibile approssimativamente come “canto del palazzo sottomarino”. Per chi non parla coreano, le immagini possono risultare incomprensibili, ma questo non significa che agli ascoltatori occidentali sfugga il senso profondo dell’opera. I Leenalchi sanno ricorrere al linguaggio universale del pop.
Collin Smith, Bandcamp

Leenalchi (Dr)

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati