Come ogni film del maestro russo (ora in esilio in Francia), Minotaur, liberamente ispirato a Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol, è un gioco freddo e cristallino di composizione e durata, di spazio e tempo cinematografico. In tutto questo spazio un semplice dramma familiare si espande in una potente allegoria dei meccanismi dell’autoritarismo russo. Al centro della storia la coppia formata da Gleb e Galina (Mazurov e Lebedeva, entrambi eccezionali), attraenti e ricchi, vivono con un figlio adolescente scontroso in una casa che rappresenta perfettamente il privilegio senz’anima. Gleb amministra un’azienda di logistica ed è un uomo importante nella loro piccola città. Gli viene chiesto di stilare una lista di 14 dipendenti (14 come i giovani da sacrificare al Minotauro nel mito greco) che saranno arruolati e spediti a combattere in Ucraina. Oltre a questo Gleb sospetta anche che Galina abbia una relazione extraconiugale. Non prendiamo le parti di nessuno perché nella Russia di Zvjagincev nessuno suscita simpatia.

Jessica Kiang, Sight & Sound

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati