A luglio l’Unesco ha inserito nella lista del patrimonio mondiale sei roças, ex piantagioni coloniali portoghesi, a São Tomé e Príncipe. La piccola repubblica lusofona di duecentomila abitanti nel golfo di Guinea ora deve affrontare “il difficile lavoro di preservare la sua eredità coloniale”, scrive il settimanale The Continent. Queste isole furono infatti uno dei primi posti dove i coloni europei crearono la cosiddetta economia di piantagione, basata sullo sfruttamento intensivo della manodopera africana schiavizzata, un modello che fu poi replicato su vasta scala nelle Americhe. Oggi preservare le roças è un esercizio di equilibrio, nota il giornale sudafricano. Il governo dell’arcipelago spera che il riconoscimento dell’Unesco porti nuove entrate e posti di lavoro grazie al turismo, per rimediare a problemi come disoccupazione, emigrazione dei giovani e povertà. Resta da capire se São Tomé e Príncipe riuscirà a conservare le strutture e preservare le testimonianze dello sfruttamento senza riprodurre le disuguaglianze che l’hanno alimentato e senza idealizzare o edulcorare la sua storia violenta. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati