Sei fotografi burundesi, un’italiana e una francese hanno partecipato alla prima edizione di PhotoLab, un laboratorio immersivo creato per sperimentare nuovi linguaggi e interrogarsi su modi alternativi di raccontare la realtà
Dalla serie Ingumi. “In questo lavoro uso il mio corpo per dare voce alla mia generazione, che tra le guerre passate e la crisi attuale vive di ingumi (colpi), frustrazione e fatica, di resilienza e sogni”, ha spiegato Junior Safary. Nato nel 2000, è fotografo e videomapper, e mescola fotografia e arte digitale.
(Junior Safary)
Sei fotografi burundesi, un’italiana e una francese hanno partecipato alla prima edizione di PhotoLab, un laboratorio immersivo creato per sperimentare nuovi linguaggi e interrogarsi su modi alternativi di raccontare la realtà
Per molto tempo il continente africano è stato raccontato attraverso lo sguardo di fotografi stranieri. La ricchezza dei paesaggi e la varietà delle culture ha affascinato e continua ad attirare ancora oggi professionisti da tutto il mondo. Questa situazione però ha contribuito alla costruzione di un immaginario a volte stereotipato e superficiale, che ha inciso profondamente sul modo in cui l’Africa è percepita al livello globale. Tuttavia qualcosa sta cambiando: grazie a un maggiore accesso alle tecnologie, ai social media e alle nuove generazioni di artisti, il cosiddetto african gaze, il punto di vista dei fotografi locali, trova finalmente più spazio.
È in questo scenario che s’inserisce PhotoLab, un progetto che vuole “costruire ecosistemi culturali sostenibili, radicati a livello locale e in grado di dialogare con la scena internazionale”, spiega la photo editor e fotografa Martina Bacigalupo. Tra il 2025 e il 2026 sei fotografi e fotografe burundesi insieme a Bacigalupo e alla fotografa Bénédicte Kurzen, che hanno vissuto e lavorato in vari paesi africani per molti anni, hanno partecipato alla prima edizione del progetto, che si è conclusa con una mostra a Bujumbura.Ne è emerso un racconto intimo e variegato della società burundese, tra antiche credenze e modernità.
PhotoLab prosegue la sua attività con altre mostre e laboratori per coinvolgere nuovi fotografi e favorire la circolazione delle idee e dei diversi approcci visivi. ◆
Dalla serie Ballot lsp 45. “Il ballot lsp 45 era destinato alla discarica. L’ho recuperato nel magazzino di un mercato a Bujumbura. Questo lavoro è una riflessione sulla nostra capacità come africani di ribaltare i rapporti di potere”, ha detto Jean-Baptista Ndezako. Nato nel 1997 a Bujumbura, Ndezako è autodidatta. Nei suoi progetti intreccia ricerche sociali a esperienze personali.
(Jean-Baptista Ndezako)
Dalla serie: Les guardiens.In Burundi il tamburo è un simbolo spirituale e politico. Si racconta che il primo re del paese abbia ricevuto i suoi poteri dal karyenda, il tamburo più sacro nella tradizione locale. Oggi la danza rituale dei tamburi reali è riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. “Questa serie è al tempo stesso un omaggio allo strumento, attraverso i ritratti dei tamburinari, e una riappropriazione, in quanto donna burundese, di un oggetto che fino a oggi è stato riservato esclusivamente agli uomini”, ha detto la fotografa Anaïs Hashazinka. Nata nel nord del Burundi nel 1995, Hashazinka è fotografa documentarista e grafica. È cofondatrice di Rweze, un collettivo dedicato alla valorizzazione e alla visibilità delle fotografe in Burundi.
(anais hashazinka)
Due foto dalla serie Abäcu (i nostri cari). In Burundi i cimiteri furono introdotti dai colonizzatori tedeschi nel 1907. Fino ad allora, i defunti erano sepolti nelle terre di famiglia. Ancora oggi sono poche le persone che vanno al cimitero e sostituiscono le foto sulle tombe quando si rovinano. “Per mesi ho raccolto queste immagini trascurate che testimoniano un’eredità coloniale che ha snaturato il nostro rapporto con i morti”, ha detto il fotografo Landry Nshimiye. Nato a Bujumbura nel 1984, ha lavorato come cameraman, montatore e regista. Nel 2010 è entrato a far parte di Piga Picha, un collettivo di fotografi e giornalisti indipendenti che ha coperto le elezioni presidenziali di quell’anno. Dal 2014 lavora come freelance.
(Landry Nshimiye)
Due foto della serie Gir’Inka. In Burundi la mucca è un simbolo di pace e unità familiare. “Nelle mie immagini ravvicinate, la mucca diventa qualcos’altro: un cosmo a sé stante, un mistero”, ha spiegato Daniella Charissa Iradukunda. Nata nel 1998 a Bujumbura, Iradukunda ha cominciato a fotografare nel 2019. Fa parte del collettivo Rweze. Nel suo lavoro esplora i legami tra cultura e identità.
(Daniella Charissa Iradukunda)
Dalla serie Bwiza. “Dall’epoca coloniale a oggi, Bwiza rappresenta un rifugio di pace e convivenza. Si parla una sola lingua, lo swahili. Questo quartiere di Bujumbura rompe ogni norma e convenzione”, ha detto Bruno Nsengiyumva. Nato nel 1993 a Bwiza, Nsengiyumva gestisce uno studio fotografico in città. Racconta le vite dei ragazzi di strada e degli sportivi burundesi.
(Bruno Nsengiyumva)
I fotografi e il progetto
◆PhotoLab è un programma dedicato allo scambio e alla formazione di fotografi e fotografe burundesi e alla promozione del loro lavoro. Il progetto è stato avviato nel maggio 2025 dall’Institut français du Burundi e dalla fotografa e photo editor Martina Bacigalupo nell’ambito del progetto Burundi en création. Anaïs Hashazinka, Charissa Daniella Iradukunda, Jean-Baptista Ndezako, Bruno Nsengiyumva, Landry Nshimiye e Junior Safary, insieme a Bacigalupo e alla fotografa e docente francese Bénédicte Kurzen, hanno partecipato a un laboratorio di nove mesi a Bujumbura, in Burundi, e a una residenza a Lagos, in Nigeria, durante il Lagos photo festival. Nel febbraio 2026 i loro lavori sono stati esposti a Bujumbura e dal 18 al 24 giugno 2026 saranno in mostra al Bakashimika international photography festival di Lusaka, in Zambia. I fotografi di PhotoLab stanno ora lavorando alla seconda edizione del progetto. circolazione delle idee e dei diversi approcci visivi .
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