Nei primi anni duemila davanti al centro commerciale Afra Mall di Khartoum era facile imbattersi in gruppi di ragazzi intenti a sfidarsi in battaglie di freestyle come nelle strade del Bronx. Erano giovani della capitale sudanese affascinati dalla cultura hip-hop. Da quel contesto è nata una scena che nel tempo ha trasformato il rap sudanese da fenomeno di nicchia a musica generazionale. Secondo l’artista Mohamed Babiker Ali il primo vero successo è arrivato con il gruppo comico Hila Hoop, seguito poi da una seconda ondata più politicizzata e complessa sul piano dei testi, guidata dai Nas Jota, pionieri del conscious rap costretti all’esilio dal regime di Omar al Bashir nel 2004.

Per anni l’hip-hop è rimasto confinato a produzioni casalinghe e free­style di strada. Poi nel 2017 artisti come TooDope e Soulja hanno inaugurato una nuova fase fatta di videoclip curati, concerti e crescente popolarità. La rivoluzione sudanese del 2019 ha dato ulteriore impulso alla scena: gli artisti hanno cominciato a raccontare proteste e trasformazioni sociali. Tuttavia secondo alcuni con l’arrivo del successo commerciale e dei social media è cominciata una deriva verso formule pensate per TikTok, testi più superficiali e influenze del rap occidentale. Nonostante le contraddizioni, il rap sudanese continua a crescere: fragile, ma capace di raccontare le aspirazioni di una generazione dispersa tra rivoluzione, esilio e sopravvivenza. Amuna Wagner, OkayAfrica

TooDope (Dr)

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati