La docufiction di Laxe comincia con una delle scene iniziali più belle dell’anno: in una notte buia come la pece, un albero maestoso si erge contro dei bulldozer, quasi a sfidare la distruzione in un ultimo atto di resistenza. In una singola sequenza il regista di Sirāt ipnotizza lo spettatore e definisce il tono estetico del film. Non servono molte parole per capire a cosa stiamo assistendo: la lotta tra gli eterni cicli della natura e il desiderio dell’umanità di domarla e sfuggire alla sua volontà. Amador – un antieroe muto che è tornato a vivere con la madre tra i monti della Galizia dopo aver scontato una condanna per un incendio doloso – è come l’albero. Sempre in piedi, ma incapace di esprimere le sue emozioni. Laxe filma il trascorrere del tempo, esaltando ogni gesto dei suoi personaggi e avvicinandoci all’eterna bellezza della Galizia. Finché un nuovo incendio distrugge ogni cosa in un’altra sequenza mozzafiato. Yannick Vely, ParisMatch

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati