“La porta della sua camera era chiusa a chiave dall’esterno”, scrive Brian Evenson nel racconto che dà il titolo a Canzone per il disfarsi del mondo. Conosciamo Drago, un padre che ha perso la sua bambina in un mondo di terrore. Oltre alla casa sbarrata in un quartiere pericoloso, c’è anche la situazione: sei mesi prima Drago aveva rapito la figlia dalla sua ex moglie. L’ha tenuta chiusa in casa non per imprigionarla, dice, ma per proteggerla. “La porta davanti e quella sul retro erano ancora sprangate e tutte le finestre inchiodate, come sempre. Il che significava che doveva essere in casa”, scrive Evenson. “Solo che non era in casa”. Evenson è come Kafka che incontra Stephen King: Kafka per il modo viscerale e vulnerabile in cui la mente fatica a dare senso alla crisi, per la realtà che scivola via e per il lirismo del terrore; King perché, nonostante l’attenzione per la mente che vacilla, è anche uno scrittore narrativamente incalzante. Una figlia scomparsa, una famiglia aliena assassina che si finge umana, una comunità postapocalittica alle prese con creature mutanti: sono questi i materiali che sceglie. Ma Evenson spoglia questi cliché dell’horror, mostrando la mente tremante che c’è sotto. In Canzone per il disfacimento del mondo, l’autore rappresenta la realtà come un luogo di illusioni: una casa non è inespugnabile per la presenza di porte e finestre, lo è perché è costruita da una mente suggestionabile.
Nathan Scott McNamara, Los Angeles Review of Books
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati