In un suo saggio online del 2018 la scrittrice Samantha Harvey paragona la mancanza di sonno alla fine di una relazione: “Che cosa ho fatto per farlo andare via? Che cosa posso fare per riaverlo?”. L’esame di Harvey sulla propria insonnia durata un anno è uno scavo nelle emozioni che potrebbero esserne la causa. È una sorta di racconto poliziesco filosofico disseminato di indizi sommersi. Distesa sveglia alle tre del mattino, gira attorno al perimetro sempre più ristretto della sua mente in cerca di risposte, come “un orso polare nella sua sudicia gabbia di plastica blu-biancastra con finte calotte di ghiaccio e acqua che si rivela priva di profondità”. Come si passa da quarant’anni di sonno beato a una condizione comune ma fraintesa che non le concede nemmeno la “triste dignità di essere malata”? Gli indizi compaiono fin dalle prime pagine, quando piange la morte improvvisa di un cugino che soffriva di crisi epilettiche: la morte è venuta a prendere lui e il sonno ha abbandonato lei. L’incapacità di dormire getta Harvey in una vertigine. Lasciata sola con se stessa, s’interroga su una serie di cose e la scrittura scivola dentro e fuori in prima e in terza persona; talvolta a parlare è l’insonnia stessa, una protagonista malevola, decisa a ridurla a uno stato di impotenza.
Colin Grant, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati