Una cappa di piombo è scesa sul popolo iraniano. La rivolta esplosa il 28 dicembre a causa del crollo della valuta nazionale è stata soffocata nel sangue con una violenza inedita. Senza accesso a internet, il bilancio della repressione non si può quantificare, ma con ogni probabilità è spaventoso.
Spezzando una contestazione che lo stesso presidente iraniano Masoud Pezeshkian all’inizio aveva giudicato legittima, il governo di Teheran ha mostrato soprattutto la sua debolezza. La protesta, legata a condizioni di vita sempre più drammatiche, ha indicato subito i colpevoli: un regime pronto a sacrificare il futuro del suo popolo e la guida suprema Ali Khamenei, che sta trascinando l’Iran verso l’abisso.
L’ostinazione a volersi dotare dell’arma atomica, considerata un’assicurazione sulla vita contro qualsiasi attacco, ha prodotto una raffica di sanzioni internazionali che hanno messo in ginocchio l’economia, nonostante le ricchezze del paese. Allo stesso tempo, queste ricchezze restano nelle mani della casta vicina al regime, a cominciare dal pilastro della sicurezza, i corpi d’élite dei Guardiani della rivoluzione, in prima linea nella repressione.
Il bilancio è catastrofico anche oltre confine. L’asse delle milizie affiliate a Teheran è stato ridotto in macerie nel 2024 e poi nel 2025 dai bombardamenti israeliani. In Siria il regime di Bashar al Assad, sostenuto dall’Iran, è crollato alla fine del 2024. Il governo iraniano non è mai stato così debole. La Repubblica islamica gira a vuoto, affidandosi a una minoranza che la sostiene per interesse. Davanti a questo stato di decomposizione avanzato, troppe voci irresponsabili (tra cui quella di Trump) che non avevano niente da perdere hanno esortato gli iraniani a sfidare le mitragliatrici, facendogli vuote promesse. Questo cinismo fa il gioco del regime, quando invece oggi è più che mai necessaria la solidarietà con chi osa contestarlo. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati