Anziché seguire la moda e registrare le tre ultime sonate per pianoforte di Beethoven come un blocco unico, Víkingur Ólafsson ha scelto di orbitare attorno a una sola, la n. 30 in mi maggiore, op. 109, collocandola in una linea temporale che riflette sia il passato del compositore sia l’ambiente viennese dell’inizio dell’ottocento. Per il pianista islandese guardare indietro significa rivolgersi a Bach, di cui trova le impronte musicali nel tardo Beethoven. L’invenzione senza freni di quest’ultimo, sostiene, affonda le sue radici nel barocco. L’album si apre con il preludio in mi maggiore dal primo libro del Clavicembalo ben temperato di Bach (tutte le opere presenti sono in mi maggiore o mi minore, tonalità che il pianista, sinestetico, associa a diverse sfumature di verde). Le note eseguite con un delicato distacco barocco si riversano in una lettura trasparente della sonata n. 27, op. 90, di Beethoven, che Ólafsson considera una diretta anticipatrice dell’op. 109. Una limpida interpretazione dell’ultima partita di Bach offre un sostanzioso sorbetto musicale prima della sonata D 566 di Schubert. E la sua transizione verso l’op. 109 è mozzafiato. Ólafs-son non solo offre un’articolazione di varietà eccezionale, ma ha anche un suono di straordinaria bellezza.
Clive Paget,The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1642 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati