Avvertenza. Il linguaggio di questa rubrica è diretto ed esplicito.
Sono un uomo gay cinquantenne in pace con me stesso, ma durante la scuola ho subìto gravi maltrattamenti, spesso con la complicità degli insegnanti. Una recente rimpatriata con i compagni di classe mi ha spinto a scrivere una lettera in cui raccontavo tutti i miei traumi al dirigente scolastico attuale. La sua risposta cortese ha avuto su di me un effetto curativo straordinario. Da quando, ventenne, ho fatto coming out, i miei familiari mi hanno accettato, ma non hanno idea di cosa ho sofferto veramente. Ho mostrato la lettera a mio fratello, che è stato comprensivo, ma non ho ancora trovato il coraggio di mostrarla ai miei genitori settantenni. Loro si professano ignari (“Non sapevamo che soffrivi!”, “Non ci hai mai detto di essere gay!”), eppure già da un pezzo riconoscono che ero “diverso” fin dalla prima infanzia, e spesso da bambino mi criticavano per i miei comportamenti poco “da maschio”. Per farti un esempio concreto: quando avevo sette anni alcuni ragazzini più grandi mi offesero con degli insulti omofobici. Chiesi a mia madre cosa volessero dire. Ricordo ancora nitidamente quanto rimase sconvolta e inorridita. Quindi sapevano che ero gay, ma non parlarono mai di questo, e io all’epoca mi vergognavo troppo per farlo spontaneamente. Da quando ho inviato la lettera alla scuola sento il bisogno di fare finalmente ai miei genitori un discorso brutalmente sincero per capire la loro prospettiva. Devo scoperchiare subito questo vaso di Pandora o lasciare le cose come stanno per amore del quieto vivere? Qual è il metodo migliore per intavolare questa conversazione? Grazie in anticipo per il tuo parere.
– Pandora’s Box Opener
Io ho due fratelli più grandi e una sorella più piccola. Quando diventammo adolescenti, ai compleanni i nostri genitori cominciarono a regalarci esperienze invece di giocattoli. Quando mio fratello fece tredici anni, chiese dei biglietti per una partita dei Chicago Bears allo stadio Soldiers Field. Quando fu il turno dell’altro, chiese dei biglietti per una partita dei Chicago Cubs allo stadio Wrigley Field. Per i miei tredici anni io chiesi dei biglietti per la tournée nazionale di A chorus line allo Schubert theater.
I miei genitori non sono tanto più vecchi dei tuoi, Pbo, e proprio come te io avevo circa sette anni quando gli altri bambini cominciarono a darmi del finocchio. A dieci anni un insegnante mi diede del finocchio davanti a tutta la classe perché, quando venne il mio turno di rispondere alla domanda sui miei hobby, avevo risposto “infornare dolci”. Uno zio mi dava della femminuccia ai ritrovi in famiglia.
Eppure i miei genitori rimasero stupiti dal mio coming out – nonostante quei biglietti per A chorus line, nonostante tutte le volte che mi ero preso del finocchio e della femminuccia, e nonostante fossi chiaramente diverso dagli altri maschi della mia età.
I miei genitori erano persone perbene e gentili. A quanto pare lo sono anche i tuoi. I miei non mi hanno maltrattato, però non mi hanno aiutato. Non credo che ne fossero in grado. Perché i miei, come altre persone perbene e gentili dell’epoca, ritenevano che l’omosessualità fosse la cosa peggiore che si potesse pensare sul conto di qualcuno. I miei non pensavano che fosse gay neppure Liberace, per loro era inconcepibile. Di certo non potevano concepire che fosse gay uno dei loro figli.
Proprio come i tuoi, i miei mi criticavano perché non mi comportavo abbastanza da maschio. Pensavano di aiutarmi. A parte l’idea del peccato, dell’omosessualità sapevano solo che era una tendenza che un bambino poteva avere, e a un ragazzino che sembrava sbandare da quella parte serviva solo una spintarella nella direzione giusta.
Mi spinsero a praticare sport, cosa che odiavo, e mi fecero capire chiaramente le loro opinioni sull’omosessualità. Credevano di compiere un atto d’amore. Ma ognuna di quelle spintarelle, per quanto delicata, apriva una ferita che lasciava una cicatrice.
Quando ho fatto coming out ero molto arrabbiato. Ero infelice da tanto e credevo che il motivo fosse evidente.
Anni dopo i miei mi dissero che in fondo lo avevano sempre saputo. Ma se all’epoca si fossero concessi di dare un nome a questa cosa – se anche avessero saputo parlarne ad alta voce quando avevo sette anni – che avrebbero potuto fare? Ogni volta che un altro bambino, un insegnante o un parente mi dava del finocchio, io negavo e mi reprimevo ancora di più.
Se i miei fossero venuti da me quando avevo tredici anni e soffrivo come un cane, a chiedermi se fossi gay – se avessero provato ad avviare una conversazione sul tema – io l’avrei interpretata solo come “Ma quindi sei un finocchio, Danny, non è così?”. E a quel punto avrei negato e mi sarei represso ancora di più. Probabilmente ci avrei messo di più a fare coming out con me stesso, figuriamoci con loro, se me l’avessero chiesto prima che fossi pronto a dirglielo io.
Dopo aver fondato il progetto It gets better insieme a mio marito, siamo tornati nella scuola dove lui era stato maltrattato. Lo avevano picchiato, buttato contro le vetrate, spinto di faccia nel ghiaccio cosparso di sale del parcheggio. Quando i suoi genitori si erano lamentati con la scuola, il preside aveva dato la colpa a Terry. Era stato lui a comportarsi male. Per Terry è stato un momento importante quando il preside si è scusato da parte della scuola, a decenni di distanza. Perciò capisco quanto siano state importanti per te quelle scuse e perché tu voglia anche quelle dei tuoi genitori.
Quando ho fatto coming out con i miei ero arrabbiato, Pbo, e abbiamo fatto alcuni discorsi brutalmente sinceri su come mi ero sentito da bambino. Ho potuto percepire la vergogna che provavano prima del mio coming out. C’entrava anche quella. Il timore di essere giudicati per aver cresciuto un figlio gay gli impediva di aiutarmi. Però non sapevano quello che non potevano sapere. Stavano facendo del loro meglio in un mondo prima di Will & Grace, prima di Ellen, delle associazioni di genitori arcobaleno e del progetto It gets better.
Diversamente dai genitori di oggi, i nostri non hanno potuto andare su internet per informarsi sull’omosessualità e capire come aiutarci. I miei si sentivano tremendamente in colpa per non avermi sostenuto da ragazzino, come sicuramente anche i tuoi. Con il tempo, però, ho capito che quel mancato sostegno non era colpa loro. Non volevano trattarmi male apposta o per cattiveria, semplicemente non erano in condizione di aiutarmi.
In ogni caso, se c’è qualcosa che hai bisogno di comunicare ai tuoi genitori, dovresti dirgliela. Se da loro vuoi delle scuse, dovresti chiedergliele. Io però ti consiglierei di arrivare a quella conversazione pronto a fare quello che io ho impiegato anni a fare: perdonarli.
Quando ho fatto coming out con i miei genitori ero un adolescente pieno di rabbia, Pbo, mentre tu sei un uomo fatto. Non devi essere l’unico adulto in questa situazione, ma uno degli adulti.
Mamma e papà mi comprarono quei biglietti per A chorus line. Ne presero tre, addirittura, anche se costavano parecchio, e i miei non avevano tanti soldi. Vennero entrambi con me allo spettacolo. Ci ho messo troppo tempo a capire di non essere solo come pensavo, quando ero un ragazzino gay represso e infelice. Avevo con me i miei. Spero che tu possa dire lo stesso dei tuoi.
Ciao, ti scrive una lesbica cisgender di 24 anni. Ho cominciato da poco a parlare con una ragazza che frequenta la mia università. Parliamo da circa tre mesi e ci vediamo quasi ogni giorno. Lei è un tipo riluttante e non riesco a capire se voglia venire a letto con me o no. Credo che abbiamo entrambe qualche problema con l’intimità e che abbiamo paura di mettere l’altra a disagio. Non so bene come prendere l’iniziativa con lei senza sbagliare. Dovendo tirare a indovinare, direi che siamo entrambi switch. La mancata comunicazione d’interesse sessuale mi sta mettendo in imbarazzo. Come faccio a tirare in ballo l’argomento o semplicemente a scoprire quanto è interessata a me?
– She Wonders If This Could Happen
Baciala.
P.s. Una precisazione importante: con “baciala”, intendo “chiedile se puoi baciarla”. Non saltarle addosso – non saltare mai addosso a nessuna – però sbrigati a chiederglielo. È l’unico modo per scoprire se lei è interessata sessualmente (e, da brava esponente della generazione Z, talmente paralizzata dal terrore di un momento di disagio da non voler fare il primo passo) oppure no (e per questo non ha fatto il primo passo).
Per poter finire a letto, qualcuno deve pur fare il primo passo, qualcuno deve pur agire in base a un azzardo sull’interesse dell’altra persona. Imparare a fare il primo passo è particolarmente importante per le lesbiche, Switch, per motivi talmente ovvi che dovresti saperli intuire da te.
P.p.s. Provare un po’ di imbarazzo è cosa buona, Switch, perché ci spinge a indagare i nostri sentimenti e a considerare per un attimo – con tutta l’obiettività di cui siamo capaci mentre ragioniamo con l’uccello o con la passera – quali possano essere quelli dell’altra persona.
Non è cosa buona, però, provare tanto imbarazzo da non trovare il coraggio di chiederlo a questa ragazza. Se non indovini e lei non è interessata, Switch, non hai mica “sbagliato”. Se invece lei ti fa capire (direttamente o indirettamente) che non è interessata e tu continui a chiederglielo, quello sì che è uno sbaglio.
***
Questa è una domanda che ti viene fatta spesso, ma stavolta a uno stadio diverso del rapporto: l’asessualità della mia partner è uscita fuori dopo che ci siamo fidanzate (è una lunga storia), ma prima del nostro futuro matrimonio. Mi sono ritrovata al famoso punto “tradisci, lascia o chiedi” prima di quanto mi sarei mai aspettata. Perciò ho chiesto e la risposta è stata “Certo, se è quello che ti serve”. Da un anno stiamo aprendo la coppia. Sta andando bene per quanto poteva, mi pare, ma ora devo decidere se scegliere attivamente un matrimonio platonico o avviarmici gradualmente. Sento che abbiamo accelerato vertiginosamente quel processo che tu definisci di “fraternizzazione” e mi pare di capire che lei volesse proprio arrivarci il prima possibile. Le mie domande per te sono: conosci qualcuno che ha fatto una scelta analoga? Può funzionare? La raccomanderesti?
– Completely Overhauled Marriage Proposal
Le mie risposte alle tue domande sono: no, sì, forse.
La mia domanda a te è: ma sta funzionando?
Dici che è un anno che state aprendo la coppia? Nel senso che hai effettivamente frequentato altre donne e ci hai scopato oppure no? Stiamo parlando di una coppia aperta in pratica o solo in teoria? Perché se non hai già frequentato e scopato con altre donne – se state ancora trattando le condizioni della tua resa – non sai come reagirà la tua fidanzata al fatto che frequenti e scopi con altre donne, Comp, e questa è una cosa che devi sapere prima di sposarti.
Ci sono due motivi importanti per cui devi sottoporre la tua relazione a una prova da sforzo rispetto alla non monogamia: rompere un fidanzamento è molto più facile che mettere fine a un matrimonio e devi constatare con i tuoi stessi occhi che la tua fidanzata è tranquilla se tu appaghi le tue esigenze sessuali altrove.
Magari proverà una tempesta emotiva dopo che ti sarai scopata un’altra per la prima volta, Comp, e dovrai parlarne insieme a lei, piantare e riposizionare paletti, e assicurarti che lei senta ancora di avere la priorità per te. Se però lei ha un crollo o ti fa una scenata assurda su qualcosa che apparentemente non c’entra nulla ogni volta che frequenti o scopi con un’altra, Comp, allora non sarai in grado di far funzionare questa situazione.
P.s. Se continuo a battere sul chiodo del frequentare altre donne e scoparci è perché al mondo ci sono pochissime donne disposte a rischiare il sesso anonimo con uomini etero. Se la tua fidanzata ti sta chiedendo di non farti coinvolgere a livello sentimentale dalle donne con cui scopi a margine della coppia, allora ti sta chiedendo di mantenerti sostanzialmente casta, e non credo proprio che per te possa funzionare.
(Traduzione di Francesco Graziosi)
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