“I risultati negli stati che hanno votato per la primarie democratiche il 3 marzo rivelano che l’elettorato di sinistra statunitense è spaccato, soprattutto in base all’età ma non solo”, scrive il New York Times. Secondo gli exit poll, il senatore Bernie Sanders, considerato il candidato più di sinistra tra quelli ancora in corsa, è di gran lunga il preferito degli elettori giovani. In California, lo stato che assegnava più delegati, ha ottenuto il 72 per cento dei voti delle persone tra i 18 e i 29 anni, e la tendenza è simile anche negli stati dove Sanders ha perso nettamente: in Tennessee, per esempio, ha ottenuto il 64 per cento dei voti dei giovani. Al contrario, Biden ha il sostegno solido delle persone con più di 65 anni, che sono sempre decisive perché vanno a votare più di altri segmenti elettorali. In Virginia, uno degli stati che il 3 marzo assegnava più delegati, l’ex vicepresidente ha raccolto il 72 per cento dei loro voti.
Un altro dato che rivela le differenze tra le basi di Sanders e Biden riguarda le minoranze: gli elettori neri, che rappresentano circa il 12 per cento della popolazione totale e sono generalmente decisivi nella scelta del candidato democratico alla presidenza, sostengono Biden. In Virginia l’ex presidente ha stravinto soprattutto grazie al sostegno del 63 per cento degli afroamericani, un dato che sale al 72 per cento in Alabama; in Texas, dove Biden ha ottenuto una vittoria fondamentale, il 60 per cento dei neri si è schierato con lui. Sanders, invece, domina tra gli elettori di origine latinoamericana, che formano il 16 per cento della popolazione ma sono generalmente meno politicizzati rispetto ad altre minoranze: in California Sanders ha ottenuto il 55 per cento del voto degli ispanici. Questa tendenza spiega perché Sanders va molto forte nella regione occidentale del paese, mentre Biden ha molti consensi nel sud.
Infine, Biden sembra andare meglio nelle zone rurali e nei sobborghi ai margini delle grandi città, luoghi generalmente abitati da persone con idee moderate, compresi elettori repubblicani che non vedono di buon occhio l’estremismo di Trump e i cui voti potrebbero essere decisivi a novembre. Al contrario, Sanders ha la sua base di sostegno nelle grandi città, generalmente più progressiste. Al momento il problema di entrambi i candidati è che nessuno dei due sembra avere la capacità di conquistare gli elettori dell’altro, una condizione fondamentale per unire l’elettorato democratico ed essere competitivi alle elezioni presidenziali.
I soldi di Bloomberg
Secondo Vox la disfatta di Michael
Bloomberg, che il 3 marzo è rimasto al di sotto delle aspettative in tutti gli stati dove si è votato, “è la dimostrazione che nessuno può comprarsi la presidenza”. L’ex sindaco di New York, nono uomo più ricco del mondo, ha speso in pochi mesi circa 500 milioni di dollari di tasca sua per annunci pubblicitari e per mettere in piedi uno staff di quasi duemila persone. “Tutto questo non è servito a far dimenticare agli elettori la sua pessima performance nel primo dibattito tra i candidati a cui ha partecipato e le accuse per le politiche discriminatorie contro i neri che Bloomberg ha portato avanti quando governava New York”.
Ma anche se Bloomberg si è ritirato dalle primarie, i suoi soldi continueranno a condizionare la corsa verso la presidenza. “Dopo il voto del 3 marzo ha detto che è disposto a tutto pur di sconfiggere Donald Trump il 4 novembre”. A maggior ragione ora che Sanders, considerato troppo radicale da Bloomberg e dai dirigenti del Partito democratico, non è più il favorito. Politico scrive che dopo il supermartedì sono aumentate le presssioni su Elizabeth Warren per ritirare la sua candidatura in modo da lasciare campo libero a Sanders a sinistra”. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati