“Stiamo per assistere a qualcosa di mai visto: una recessione globale partita dalla Cina, e non dagli Stati Uniti”, scrive Rana Forhoohar sul Financial Times. “Dall’ultima crisi il peso dell’economia cinese è cresciuto in modo sostanziale: all’epoca dell’epidemia di Sars, nel 2002-2003, la Cina contribuiva solo al 4 per cento del pil globale, mentre oggi arriva al 16 per cento”. “L’emergenza sanitaria in Cina sta mettendo alla prova il sistema economico mondiale”, ribadisce il Wall Street Journal.

“L’epidemia ha coinciso con un rallentamento della crescita della Cina, che deve fare i conti con un debito sempre più alto, una domanda interna in calo e le politiche aggressive sui dazi degli Stati Uniti. Il 6,1 per cento di crescita del pil registrato nel 2019 era già tra le previsioni più basse di Pechino e molto inferiore al 6,6 per cento dell’anno precedente”, scrive The Diplomat. Il danno economico causato dall’epidemia e dalle misure messe in atto dalle autorità cinesi per contrastarla – come la sospensione dei viaggi, la quarantena per più di cinquanta milioni di persone o il prolungamento delle vacanze di capodanno per molte attività industriali e commerciali – appare ancora più grave se si considera che Wuhan e la provincia dello Hubei sono il cuore dell’industria cinese, continua il settimanale giapponese. Oltre a essere un importante centro di smistamento di petrolio e gas, la città ha il porto fluviale e l’aeroporto più grandi della Cina centrale. “Nel 2019 questa regione ha registrato una crescita del 7,8 per cento, in controtendenza rispetto al resto del paese, anche grazie alla spinta dei settori del digitale e delle nuove tecnologie”. Un chiaro esempio delle ricadute economiche e della perdita di fiducia dovute al coronavirus è il caso di Alibaba: l’azienda simbolo della nuova Cina deve fare i conti con un grave danno d’immagine causato dalle notizie secondo cui le persone hanno ormai paura di ricevere le consegne dei corrieri dell’azienda. A gennaio il prezzo delle azioni di Alibaba è notevolmente calato.

Oltre a produrre, la Cina è anche un grande consumatore di materie prime, come il petrolio. Il paese è il primo importatore di greggio a livello mondiale e ne consuma 14 milioni di barili al giorno. L’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, ha indetto una riunione per valutare un taglio della produzione di fronte al brusco calo del prezzo del greggio, sceso del 16 per cento dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus come conseguenza del calo della domanda cinese.

Sono immaginabili forti perdite anche per il turismo mondiale. “I turisti cinesi all’estero, il gruppo più numeroso in assoluto, diminuiranno a causa della decisione di Pechino di sospendere i viaggi organizzati fuori della Cina”, scrive Le Monde. “Questo causerà una contrazione delle spese in prodotti di lusso in Francia e in Giappone, e un calo dell’attività turistica in tutta l’Asia. La banca Goldman Sachs prevede che la crescita statunitense rallenterà di almeno 0,4 punti percentuali nel primo trimestre, mentre la società Oxford Economics ha abbassato di 0,2 punti le previsioni di crescita della zona euro”.

“Prevedere quanto ci costerà la crisi è impossibile”, scrive il Wall Street Journal. Ma è possibile fare dei confronti. “Nel 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha pubblicato un rapporto sui costi di 1.438 epidemie scoppiate in anni recenti in 172 paesi. Tra le più costose, c’è stata quella di Sars nel 2003, che ha causato un danno economico da 40 miliardi di dollari. Nel 2009 sempre la Cina ha perso 55 miliardi di dollari per la pandemia da virus
A/H1N1. L’ebola in Africa occidentale (2014-2016) ha causato danni sociali ed economici per 53 miliardi di dollari”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati