Il nucleare è la soluzione alla crisi climatica?
◆ L’articolo sull’energia nucleare (Internazionale 1341) illustra in maniera approfondita e comprensibile le novità dal punto di vista tecnologico, ma trascura diversi aspetti importanti. Innanzitutto l’onnipresente problema delle scorie (che possono essere ridotte ma non eliminate); poi le implicazioni militari, che vengono solo citate. Inoltre, mettere a confronto le vittime degli incidenti nucleari di Černobyl e Fukushima con quelli legati all’inquinamento da fonti fossili vuol dire non riuscire a immaginare un futuro in cui l’energia rinnovabile sia in grado di assorbire una parte significativa del fabbisogno energetico. Un altro punto molto importante che è assente nell’articolo ha a che fare con la democratizzazione della produzione energetica. Gli impianti che sfruttano fonti di energia naturale come sole e vento possono essere realizzati anche all’interno di comunità relativamente piccole, come i comuni o le province. Invece i grandi impianti a carbone, gas, idroelettrici o nucleari richiedono investimenti molto maggiori, sostenuti da grandi aziende che puntano a una posizione di dominio assoluto dei mercati energetici. Basta citare la presenza di Enel in Sudamerica, soprattutto in Cile, dove la fame di energia dell’industria mineraria ha portato alla devastazione di ambienti naturali incontaminati e delle popolazioni indigene. E se fosse la democratizzazione delle fonti di energia la soluzione alla crisi climatica?
Alfredo Luminari
_◆ In fisica poco conta se l’energia si crea dall’atomo o dal carbone. Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Le scorie possono avere effetti sul clima o sulla salute, e tutte, in generale, sull’ambiente. Il contributo delle scorie per unità di energia cambia poco tra nucleo o carbone, alla fine il conto ambientale si paga lo stesso. In questi termini il problema è mal posto. Quindi ben venga la soluzione nucleare, in particolare dei piccoli reattori da integrare nelle reti di distribuzione locali. Questo è il vero punto: essere locali e avere il minore impatto possibile, cosa che non può avvenire con le grandi distribuzioni, le multinazionali e i monopoli dell’energia su cui si basano oggi il fossile e il nucleare.Giovanni Mazzitelli_
Errata corrige
◆ Nel numero 1340 c’è un’incongruenza: a pagina 4 si parla di 500mila animali morti negli incendi in Australia, a pagina 96 di più di un miliardo. I dati disponibili sono molto approssimativi. Finora la stima di più di un miliardo, fatta da Chris Dickman dell’Università di Sydney, è quella più ripresa dai mezzi d’informazione.
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 10. Compra questo numero | Abbonati