Nel 2009 Facebook ha introdotto un frammento di codice informatico che ha cambiato il mondo: il tasto “mi piace”. Era frutto del lavoro di diversi programmatori e designer, tra cui Leah Pearlman e Justin Rosenstein. Spesso gli utenti di Facebook erano troppo occupati per commentare i post dei loro amici, quindi un semplice pulsante da cliccare sarebbe stato perfetto: avrebbe scatenato una valanga di gratificazioni. “Gli amici potevano tenersi in contatto con molta più frequenza e facilità”, ha raccontato in seguito Pearlman.
Il tasto ha funzionato, forse anche troppo bene. Dato che cliccare su “mi piace” è un gesto semplice, nel 2012 era stato già usato mille miliardi di volte. Ma ha avuto anche qualche effetto collaterale inquietante. Le persone postano una foto e continuano ad aprire ansiosamente la pagina in attesa che i “mi piace” aumentino. Si chiedono perché qualcun altro ne ottenga di più. Perciò hanno aumentato l’attività quotidiana online, cercando di essere più spiritose, più caustiche, più brillanti, più esagerate.
Il software condiziona la nostra vita. Come ha scritto Marc Andreessen, il creatore di Mosaic, il primo browser, “il software sta mangiando il mondo”, anche se a questo punto sarebbe forse più giusto dire che lo sta digerendo.
Dal punto di vista culturale il codice di programmazione dei software si trova in una sorta di zona oscura: possiamo percepirne gli effetti sulla nostra realtà quotidiana, ma raramente lo vediamo, ed è praticamente imperscrutabile per i non iniziati (a quelli della Silicon valley piace che sia così, perché contribuisce a creare il loro mito e a farne una sorta di maghi). Stiliamo classifiche dei dieci migliori film, giochi, programmi televisivi, tutte cose che plasmano la nostra mente. Ma non compiliamo mai elenchi delle righe di codice più influenti, anche se probabilmente plasmano altrettanto lo spirito del tempo.
Per questo abbiamo deciso di stilare un elenco dei software che hanno cambiato il mondo, contattando informatici, programmatori, storici, politici e giornalisti, a cui abbiamo chiesto di scegliere quali sono quelli che hanno esercitato una maggiore influenza e hanno cambiato la nostra vita. Non è un elenco esaustivo, non poteva esserlo, considerato l’enorme numero di software esistenti. Come tutte le liste, serve a farci riflettere, a ragionare sul fatto che il codice informatico oggi è alla base della nostra vita e le decisioni prese dai programmatori ci proiettano verso il futuro.
Ci sono tipi di codice di cui probabilmente avete sentito parlare, come l’html. Altri sono potentissimi (come le simulazioni Monte Carlo, usate per costruire modelli probabilistici), ma totalmente ignoti ai non addetti ai lavori. Alcuni contengono errori fatali, come quello del Boeing 737 Max. E altri sono decisamente insidiosi, come il pixel di tracciamento che rivela agli inserzionisti se un utente ha aperto un’email.
La tendenza più chiara emersa da quest’indagine è che i codici più influenti spesso creano nuovi comportamenti, rendendo più facile fare qualcosa. Quando un software ci riesce, facciamo quel qualcosa più spesso. Il codice del 1988 che creò per la prima volta l’internet relay chat (Irc) permise ai primi frequentatori della rete di comunicare in tempo reale scrivendo. Ora le chat, le comunicazioni scritte in tempo reale sono onnipresenti, dalle infinite conversazioni aziendali su app come Slack alle schermaglie con i troll su piattaforme di live streaming come Twitch.
All’inizio non è sempre chiaro se un codice potrà definire un’epoca. Spesso comincia come un esperimento, un banco di prova. Nel lontano 1961 Spacewar!, il primo videogioco a diventare virale, poteva sembrare un modo abbastanza frivolo di usare un computer grande come un armadio, che all’epoca costava 120mila dollari (l’equivalente di più di un milione di oggi). Ma aprì la strada a molte idee che avrebbero contribuito alla diffusione dei computer, rappresentando i dati sotto forma di icone e consentendo agli utenti di manipolarle usando comandi manuali. Gli effetti di un software possono sorprendere tutti, compresi gli stessi programmatori.
Clive Thompson autore di Coders. the making of a new tribe and the remaking of the world (Penguin Press 2019)
LE SCHEDE PERFORATE BINARIE 1725
La programmazione binaria è molto precedente a quelli che oggi chiamiamo computer. Si ritiene che la prima persona a perforare schede di carta e a usarle per controllare una macchina sia stata Basile Bouchon (un operaio tessile francese). Nel 1725 inventò un telaio che realizzava disegni in base alle istruzioni fornite da una scheda perforata. La presenza di un foro significava “uno” e la sua assenza “zero”. Per quanto da allora le cose siano cambiate, gli elementi essenziali del codice binario (usato anche oggi dai computer) sono ancora gli stessi.
Elena Botella Slate
IL PRIMO CODICE MODERNO 1948
L’Eniac (Electrical numerical integrator and computer) è stato il primo computer elettronico programmabile. Completato nel 1945, per risolvere ogni nuovo problema doveva essere configurato stabilendo delle connessioni tra i suoi vari componenti. Finito un compito, per esempio un’addizione, un impulso ne faceva partire un altro. Ma qualche anno dopo Klára Dán von Neumann e lo scienziato di Los Alamos Nicholas Metropolis programmarono l’Eniac per eseguire il primo codice moderno con centinaia di istruzioni numeriche. Simularono l’esplosione dei diversi tipi di bombe atomiche che il laboratorio di Los Alamos stava valutando. Per farlo usarono la tecnica Monte Carlo, che simula un sistema complesso, passo per passo, calcolando continuamente le probabilità di distribuzione dei possibili risultati. Von Neumann e Metropolis inviarono agli scienziati nucleari di Los Alamos più di ventimila schede, che descrivevano la dinamica dei neutroni nelle esplosioni atomiche simulate. I lontani discendenti di questo programma sono ancora in uso a Los Alamos.
Thomas Haigh, coautore di Eniac in action: making and remaking the modern computer (The Mit Press 2018)
IL COMPILATORE DI GRACE HOPPER 1952
Grace Hopper stava programmando uno dei primi computer quando decise di semplificare le cose usando il linguaggio umano. Hopper, che durante la seconda guerra mondiale era stata arruolata nella riserva della marina statunitense, sapeva che i suoi superiori dell’esercito faticavano a capire il codice binario.
Se i linguaggi di programmazione fossero stati basati sulla lingua inglese, sarebbero stati più accessibili a chi non aveva un master in matematica e sarebbe stato più difficile commettere errori.
Qualcuno rise di quest’idea, ma all’inizio degli anni cinquanta Hopper aveva già ideato un compilatore: una serie di istruzioni che traducono il codice sorgente scritto in un linguaggio di programmazione di alto livello in uno scritto in un linguaggio di livello più basso.
Grazie a quello strumento, lei e i suoi collaboratori svilupparono Flow-Matic, il primo linguaggio di programmazione che conteneva parole inglesi.
Molly Olmstead Slate
SPACEWAR! 1961
Alla fine del 1961 un gruppo di giovani impiegati, studenti e collaboratori del Massachusetts Institute of Technology (Mit), molti dei quali iscritti al club di modellismo ferroviario, ottenne il permesso di accedere di sera a un computer Dec-Pdp 1, che era stato donato di recente all’università.Il Dec-Pdp 1, all’epoca il computer più all’avanguardia del mondo, a parte quelli dell’esercito, costava 120mila dollari (l’equivalente di più di un milione di oggi), usava un’architettura a 18 bit e un nastro di carta per memorizzare i programmi. In cinque mesi i programmatori crearono un gioco in cui due utenti controllavano navi spaziali di forma diversa impegnate in una battaglia, cercando allo stesso tempo di evitare di essere attirate dalla gravità di un corpo celeste al centro dello schermo. Spacewar! si diffuse rapidamente nella prima comunità di appassionati di computer. In seguito fu distribuito dalla Dec con ogni Pdp-1, già caricato in memoria e pronto a funzionare quando veniva installato. Negli anni sessanta il programma influì molto sulla piccola comunità di programmatori e ha ispirato generazioni di creatori di videogiochi. Sopravvive nelle sue emulazioni e il suo funzionamento viene mostrato regolarmente sull’ultimo Pdp-1 funzionante, che si trova al Computer History Museum di Mountain View, in California. Steve Russel, il programmatore principale di Spacewar!, durante una conferenza del 2018 allo Smithsonian Institute ha dichiarato:
“Ha più di cinquant’anni e nessuno dei suoi utenti si è mai lamentato. Non si è mai piantato. E l’assistenza è ancora disponibile”.
Arthur Daemmrich direttore del Lemelson center for the study of invention and innovation
L’ORIGINE DELL’EMAIL 1965
Nel 1961 i programmatori dell’Mit inventarono un sistema che permetteva a più utenti di accedere allo stesso computer e cominciarono a scambiarsi brevi messaggi.
Quattro anni dopo alcuni di loro decisero di creare un sistema di comandi che avrebbe permesso di mandare, ricevere e mostrare questi messaggi digitali. All’inizio i loro superiori fecero resistenza al comando “mail”, pensando che il nome fosse un po’ frivolo, ma il suo uso si diffuse presto, tanto che nel 1971 l’Mit ricevette perfino il primo esempio di spam, un messaggio contro la guerra in Vietnam. Clive Thompson
IL CODICE D’EMERGENZA DEL MODULO LUNARE APOLLO 11 — 1969
Il computer che guidava l’Apollo era una meraviglia. Secondo Poppy Northcutt, che calcolò le traiettorie del ritorno dell’Apollo sulla Terra, era meno potente dei biglietti di auguri elettronici di oggi su cui si può registrare un messaggio personalizzato. Eppure funzionava. Quella potenza e capacità di memoria limitate significavano che le operazioni dovevano essere gestite con molta cautela per permettere al computer di essere sempre concentrato sui suoi compiti più importanti. E se lo spazio di memoria si fosse riempito, questo non sarebbe stato possibile. I suoi programmatori sapevano di non poter prevedere tutte le eventualità. Perciò crearono il bailout. Quando rischiava di restare senza spazio (o “in overflow”), il computer usava il comando bailout per riorganizzare i dati e le operazioni meno importanti in modo da mantenere in esecuzione quelli fondamentali. Mentre il modulo di atterraggio Eagle scendeva verso la superficie lunare, a diecimila metri di altezza il computer lanciò l’allarme “1202”, che né Neil Armstrong né il controllore di volo a Houston riconobbero immediatamente. Ma in meno di trenta secondi, gli esperti informatici del controllo missione si resero conto che il computer stava facendo esattamente quello che avrebbe dovuto fare: interrompere le operazioni a bassa priorità e far ripartire quelle importanti (così rapidamente che l’equipaggio non se n’era neanche accorto). Armstrong e Buzz Aldrin avrebbero continuato a ricevere le informazioni necessarie per restare sulla traiettoria e toccare il suolo lunare.
L’allarme di overflow sarebbe scattato altre tre volte prima che Armstrong dicesse “L’Eagle è atterrato”, ma sempre perché le cose funzionavano come previsto. La parola bailout (salvataggio) di solito indica il fallimento di una missione, ma in questo caso contribuì a trasformare in realtà la più grande conquista degli esseri umani.
Ellen Stofan, direttrice della fondazione John e Adrienne Mars, Smithsonian’s national air space museum.
HELLO, WORLD! 1972
Quando s’impara un nuovo linguaggio di programmazione, la prima cosa che insegna il manuale è chiedere al computer di scrivere la frase “Hello, world!” (ciao, mondo!). Forse uno dei primi esempi più famosi si trova in un documento dei laboratori Bell intitolato “Come programmare in C”, scritto nel 1974. Ma si può risalire anche a un manuale del 1972 per il linguaggio B e perfino a tempi precedenti. “Hello, world!” è uno strumento pedagogico. È un compito piccolo e facile che dà subito la sensazione di aver ottenuto un risultato. È una frase standard, quindi aiuta a capire le differenze tra i vari linguaggi di programmazione. È anche un modo semplice e veloce per permettere ai programmatori più esperti di assicurarsi che tutto funziona correttamente dopo aver installato un nuovo ambiente di sviluppo. Ma soprattutto “Hello, world!” ha un’aria innocente, amichevole e aiuta il programmatore a capire gli effetti che può avere il nuovo codice. Cioè, il suo mondo.
Chris Noessel, capo progettista del settore intelligenza artificiale dell’Ibm.
TELENET, 1975
Prima di internet esisteva Arpanet, una rete di computer grazie alla quale i ricercatori dell’Advanced research projects agency (ora Darpa) potevano scambiarsi dati. Quando Arpanet si diffuse all’interno dell’amministrazione statale statunitense, i suoi creatori si resero conto che quella tecnologia poteva essere d’interesse pubblico e ci si poteva anche guadagnare molto. Nell’agosto del 1975 la versione commerciale di Arpanet, Telenet, andò online in sette città, permettendo ai suoi primi utenti – in gran parte aziende informatiche o banche dati – di collegarsi alla rete con il loro telefono per caricare e scaricare dati, come proto-messaggi di posta elettronica, o di accedere a distanza a programmi archiviati in computer centrali. Anche se di solito Arpanet è considerata la prima versione dell’internet moderna, forse sarebbe più corretto dire che fu Telenet, cioè il servizio rivolto al pubblico, ad anticipare davvero il web. Infatti uno dei maggiori utenti di Telenet negli anni ottanta era Quantum Link, che più tardi sarebbe diventato America on line (Aol)
Jane C. Hu, collaboratrice di Future Tense.
INTERNET RELAY CHAT, 1988
L’internet relay chat, meglio nota come Irc, nacque prima ancora che la maggior parte delle persone sapesse cos’era internet. Fu il primo sistema per chiacchierare in tempo reale con altre persone su un canale di gruppo ad avere una certa diffusione. I primi utenti lo sfruttavano per scambiarsi notizie. Per esempio, durante il tentativo di colpo di stato in Unione Sovietica del 1991, quando ci fu un blackout dei mezzi d’informazione. Per parlare bisognava seguire delle regole: iscriversi a un canale e digitare “/join #[nome del canale]” (questo suonerà familiare a chi oggi usa app come Slack). Se volevate segnalare qualcosa che riguardava voi, digitavate “/me is so tired”, e il programma condivideva il vostro nome insieme alle parole “so tired” con un asterisco. Sembra elementare, ma fu la prima esperienza d’uso di un comando su un computer. E il primo strumento per conversare.
April Glaser, Slate.
IL CODICE MALIGNO DI MORRIS, 1988
Nel 1988 Robert Morris, un neolaureato della Cornell university di 23 anni, creò il suo worm (verme), lanciando quello che è stato definito il “primo grande attacco informatico”. Circa il 10 per cento dei 60mila computer collegati all’epoca a internet furono colpiti da quel malware, che provocò milioni di dollari di danni, spingendo il New York Times a usare per la prima volta la parola internet. Perfino gli informatici più esperti rimasero sorpresi di vedere quant’era stata ampia la sua azione. Morris, che sostiene di non aver mai avuto l’intenzione di fare tanti danni, fu la prima persona a essere incriminata in base alle leggi statunitensi sui reati informatici. Dopo essere stato condannato a tre anni di libertà vigilata, sarebbe diventato assistente di informatica all’Mit e uno dei fondatori del famoso incubatore di startup Y Combinator.
Elena Botella, Slate.
IL LINK HTML, 1990
Tim Berners-Lee ha cambiato il mondo introducendo l’hyperlink, un frammento di codice che permette a chiunque di saltare di qua e di là nel world wide web. L’idea di collegare tra loro le informazioni non era del tutto nuova. La novità era mettere insieme l’uso convenzionale della punteggiatura da parte dei vari sistemi informatici per arrivare al formato due punti-barra-barra dell’url, che poteva dare un nome a tutto quello che esisteva. Ma mentre Berners-Lee era preoccupato della compatibilità con i sistemi precedenti, l’idea del collegamento ipertestuale rendeva il concetto a prova di futuro. Il suo hyperlink era pronto a diventare il pulsante “Acquista ora”, un “mi piace”, un ritwitta e molte altre cose. Questo uso inaspettato ci ricorda che all’inizio di una rivoluzione tecnologica, la cosa più difficile da prevedere è quello che succederà dopo.
Charles Duan, responsabile del settore tecnologia e innovazione di R Street.
IL FORMATO JPEG, 1992
Ormai diamo per scontato di poter riempire i nostri apparecchi fotografici di innumerevoli fotografie. Ma un tempo le immagini usavano una grande quantità di dati. Nel 1992 il Joint photographic experts group pubblicò le specifiche di uno standard – il jpeg – che riduceva le dimensioni dei file immagine. Anche se all’epoca esistevano altri sistemi di compressione, il jpeg diventò lo standard mondiale, anche perché lo si poteva usare senza pagare i diritti d’autore. Il jpeg usa un sistema di compressione che provoca la perdita di informazioni rimuovendo certi dettagli dell’immagine invisibili all’occhio umano, come una leggera variazione di colore. La compressione con perdita di informazioni fu essenziale anche per un’altra novità introdotta nel 1992: l’mp3, un formato di file audio reso possibile eliminando dati indistinguibili dall’orecchio umano.
Aaron Mak, Slate
IL PIXEL DI TRACCIAMENTO, 993
Un frammento di html che non sembra una gran cosa è la base della pubblicità digitale ed è al centro di molti problemi di oggi: la sorveglianza, la concentrazione dei mezzi d’informazione e perfino la disinformazione. Negli anni novanta i programmatori del web usavano immagini trasparenti delle dimensioni di un pixel per sistemare la struttura di una pagina, dato che un computer deve scaricare su una pagina web ogni immagine, anche se impercettibile come quella da un pixel. Nel 1993 le aziende cominciarono a sfruttare questa circostanza: seguendo i download dei pixel, scoprivano chi eravamo e dove eravamo, e facevano partire un cookie (un piccolo file identificativo) che sarebbe stato scaricato sul nostro computer. Quel cookie permetteva agli inserzionisti di seguirci attraverso i siti che visitavamo. Il successo di questo metodo ha portato direttamente al pulsante “mi piace” di Facebook, che ci segue in tutti i siti in cui è inserito. Quest’enorme raccolta di dati ha permesso la personalizzazione, che ha reso così apprezzati gli annunci sul social network, portando via miliardi di incassi pubblicitari ai mezzi d’informazione. Così i giornali annaspano, la disinformazione mirata prospera, e i modelli commerciali basati sulla sorveglianza proliferano.
Sara Wachter-Boettcher, autrice di Technically wrong. Sexist apps, biased algorithms and other toxic tech (W. W. Norton & Company, 2018)
LA PRIMA PUBBLICITÀ POPUP, metà degli anni novanta
Ho già scelto la mia lapide. C’è scritto: “Clicca qui per vincere milioni!”. Più di vent’anni fa scrissi una stringa di JavaScript che apriva una seconda piccola finestra del browser insieme a quella richiesta. Questa seconda finestra conteneva un annuncio, il tanto temuto popup. Negli anni successivi notai con orrore che i popup si erano diffusi in tutto il web ed erano stati adottati dagli inserzionisti peggiori e più aggressivi. All’inizio il popup era stato creato per risolvere un problema reale. La mia azienda, la Tripod, permetteva agli utenti di inserire tutti i contenuti che volevano in una home page gratuita. Per finanziare questo servizio, vendevamo spazi pubblicitari. Ma agli inserzionisti non sempre piacevano i contenuti della pagina in cui apparivano i loro annunci, perciò decidemmo di separare le due cose. Così nacque l’annuncio popup.
Quando lo introdussi, sapevo già che non era una buona soluzione. Vederlo invadere il web è stato come aver riparato il finestrino della macchina con il nastro adesivo e accorgersi che gli altri automobilisti facevano la stessa cosa per partecipare al gioco. Dopo aver scatenato questa terribile belva nel mondo, ho scritto libri, fondato aziende, insegnato in diverse università, ma sarò ricordato solo per il popup. Mi aspetto ancora di ricevere lettere di minacce quando uscirà quest’articolo.
Ethan Zuckerman, direttore dell’Mit center for civic media.
L’ALGORITMO PAGERANK DI GOOGLE, 1996
Prima di PageRank i motori di ricerca tentavano di trovare le informazioni abbinando le parole contenute nella ricerca con quelle dei documenti. Larry Page e Sergey Brin ebbero un’idea brillante: se la conoscenza era sociale, anche la ricerca doveva esserlo. Così crearono un algoritmo che classificava le pagine in base a quante altre contenevano un link che rimandava a quelle pagine. Quest’unica idea è responsabile dell’enorme potere che oggi ha Google.
Clive Thompson
IL FORMATO RSS, 1999
Riducendo le notizie, i blog, i podcast e altri tipi di pubblicazioni online a un unico formato standard, l’rss (che sta per rich site summary o really simple syndication) permette di riunire le informazioni pubblicate da una varietà di fonti in un modo semplice ed efficiente. Al suo apice, più o meno dal lancio di Google Reader nel 2005 fino al 2013, anno della tragica morte di Aaron Schwartz, l’attivista per la libertà di internet che lavorò allo sviluppo di Rss 1.0, il formato è stato il simbolo della pubblicazione decentrata. Anche se Google Reader non esiste più, l’rss è rimasto lo strumento che semplifica internet, consentendo di usare aggregatori di notizie e podcast.
David S. Levine, professore associato della facoltà di giurisprudenza della Elon university.
IL CODICE PER ASSOCIARE UN MISSILE HELLFIRE A UN DRONE, 2000-2001
Quello della trasformazione in arma della prima versione del drone è stato un momento chiave non solo per la storia della tecnologia, ma anche per la storia politica e militare. Oggi sui campi di battaglia proliferano i sistemi automatizzati, che hanno rivoluzionato il modo in cui gli eserciti combattono e da dove lo fanno. Per gli Stati Uniti la trasformazione in arma del Predator ha anche aperto l’era delle “guerre con i droni”. E, considerate tutte le perplessità che ha sollevato la robotica sempre più autonoma e armata, siamo solo all’inizio. Quell’unico, semplice programma sta sollevando una serie di problemi legali, etici e, sì, anche esistenziali.
P.W. Singer, autore di Wired for the war. The robotics revolution and conflict in the 21st century (Penguin Books 2009).
L’ALGORITMO EQUO PER LE RETI WIRELESS, intorno al 2003
In qualsiasi momento, in una certa zona ci sono spesso più cellulari che trasmettitori. Se non fossero mediate, tutte queste trasmissioni interferirebbero tra loro e impedirebbero una ricezione affidabile. I trasmettitori hanno un problema di priorità da risolvere: garantire che tutti gli utenti possano telefonare, tenendo conto del fatto che chi si trova in posti più affollati ha bisogno di maggiori risorse per avere la stessa qualità di servizio. Qual è la soluzione? Un compromesso tra le necessità dei singoli utenti e il funzionamento complessivo della rete. Il proportional fair scheduling assicura che tutti gli utenti abbiano almeno un livello minimo di servizio massimizzando la velocità di trasmissione dei dati. Questo si ottiene attribuendo una bassa priorità agli utenti che si prevede richiedano più risorse. Solo tre righe di codice fanno funzionare le reti di cellulari 3g e 4g in tutto il mondo.
Lav Varshney, docente di ingegneria informatica dell’università dell’Illinois a Urbana-Champaign.
BITCOIN, 2008
Che siate sostenitori della criptomoneta bitcoin, scettici o non del tutto sicuri di cosa sia, probabilmente sapete che è una cosa importante. Bitcoin ha attirato centinaia di miliardi di dollari di investimenti. Ma soprattutto il principio tecnologico su cui si basa, la blockchain, è stato applicato in un infinito numero di modi per cose che vanno dalla garanzia di elezioni democratiche a come mettere fine a un incontro sessuale non consensuale. Tutto è cominciato nel 2008, quando usando lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, qualcuno ha pubblicato un saggio in cui annunciava il lancio di bitcoin, che conteneva anche le righe di codice per calcolare le infinitesime probabilità che un hacker potesse inserirsi nella blockchain. La sua formula ha convinto il mondo che un sistema inventato da persone inaffidabili poteva comunque essere affidabile, aprendo la strada alla nascita di almeno 277 altre criptovalute.
Elena Botella, Slate
IL VIRUS CONFICKER, 2008-2009
Una decina d’anni fa quindici milioni di computer furono infettati dal Conficker, un virus che sfruttava i punti deboli dei sistemi operativi Windows. Il virus era temuto ma anche ammirato per la sua raffinatezza: arruolava i computer in un gigantesco esercito di bot in attesa di ordini, e impediva a quelli infetti di aprire i programmi di sicurezza e di scaricare una patch (toppa) per eliminarlo. La sua prima versione aveva anche una particolarità interessante e potenzialmente rivelatrice: si autodistruggeva nei sistemi che usavano una tastiera ucraina o un indirizzo internet ucraino.
Qualche anno dopo le autorità e i ricercatori che avevano ricostruito a ritroso il suo funzionamento conclusero che alcuni dei suoi creatori erano effettivamente ucraini e avevano fatto in modo di non violare le leggi del loro paese. Fortunatamente quegli hacker non hanno mai sfruttato il loro esercito di computer infetti a scopi criminali, anche se nel 2018 circa 350mila computer erano ancora contagiati. Questo deve ricordarci con quanta facilità degli abili programmatori potrebbero scatenare attacchi a livello internazionale, scegliendo gli utenti da colpire.
Jane C. Hu, Slate
IL TASTO “MI PIACE”, 2009
Facebook ha sempre spacciato il tasto “mi piace” come un modo per dire al mondo che ci piacciono i Simpson o le patatine fritte. Ma in realtà ha sfruttato i nostri pregiudizi cognitivi e la potenza del suo design per spingerci a condividere ancora più informazioni. Ci ha seguito in giro per internet – grazie al pixel di tracciamento di cui ha parlato Sara Wachter-Boettcher – e ha raccolto dati sulle nostre abitudini di ricerca. Poi ha preso queste informazioni e ha venduto il suo algoritmo di targeting comportamentale agli inserzionisti. Se una ditta di articoli per le attività all’aria aperta vuole farsi pubblicità, Facebook sa chi ha messo “mi piace” ai post che parlano di escursionismo, visitato siti web di campeggi o ha amici che praticano qualche sport. E quando questi utenti mettono “mi piace” a un annuncio, quell’informazione viene ritrasmessa all’algoritmo. Così il ciclo di sorveglianza e manipolazione commerciale continua. Tutto per quel piccolo pollice alzato azzurro.
Ari Ezra Waldman, docente della New York law school
IL BOEING 737 MAX, 2017
Nell’ottobre del 2018 il volo 610 della Lion Air indonesiana precipitò in mare poco dopo il decollo a causa di un incidente anomalo. La Boeing garantì a tutti che i suoi aerei erano sicuri, dicendo che sarebbe bastato un maggiore addestramento dei piloti e un “aggiornamento del software”. Ma nel marzo del 2019 i piloti di un volo dell’Ethiopian airlines tentarono per venti volte di far alzare il muso dell’aereo mentre il suo sistema automatico cercava di abbassarlo. Pochi minuti dopo il decollo, tutte le persone a bordo erano morte.
A quel punto le autorità aeronautiche di tutti i paesi vietarono ai Boeing 737 Max di decollare. Dall’inchiesta emerse che gli incidenti erano stati provocati dal sistema informatico dell’aereo, un software poco noto e mal compreso che poteva costringere il velivolo a fare ripetute picchiate.
Mar Hicks, storica della tecnologia e autrice di Programmed inequality (The Mit Press 2018).
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati