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ra il fumo che sale da Dahiyeh, alla periferia meridionale di Beirut, gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano riecheggiano nei quartieri che si svuotano rapidamente.

Gli avvertimenti, accompagnati dai bombardamenti sulla capitale e su altre parti del Libano meridionale, sono in netto contrasto con la proposta diplomatica avanzata dalla Francia per fermare l’ultima guerra di Israele contro il vicino settentrionale. Tuttavia, secondo alcuni analisti, l’apparente dissonanza tra le azioni israeliane ed eventuali negoziati in realtà riflette la nuova situazione sul campo creata da Israele: occupare territori in Libano per assicurarsi un vantaggio negoziale.

Il costo umano della guerra è sconcertante. Dal 2 marzo, secondo i dati del ministero della salute pubblica libanese, l’offensiva israeliana ha causato 886 morti. Più di un milione di persone sono sfollate e sono costrette a vivere in rifugi stracolmi. L’escalation ha avuto origine dagli attacchi lanciati dalla milizia sciita Hezbollah su obiettivi in Israele, in risposta all’attacco israelo-statunitense del 28 febbraio contro l’Iran. Così è andata in frantumi anche l’ultima parvenza del cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele del novembre 2024, che di fatto era già fallito.

Il presidente francese Emmanuel Macron aveva proposto di ospitare a Parigi dei colloqui diretti tra Beirut e Tel Aviv, avvertendo che va fatto “tutto il possibile per impedire che il Libano scivoli nel caos”. Parigi ha annunciato inoltre la consegna di sessanta tonnellate di aiuti umanitari e l’invio di mezzi corazzati per le forze libanesi. Tuttavia, stando agli analisti, è l’esercito israeliano a dettare l’agenda dei colloqui.

Molti osservatori sostengono che Israele cercherà di sfruttare la sua presenza militare per imporre un’architettura di sicurezza diversa, sfruttando l’occupazione dei villaggi del sud. Secondo Ziad Majed, docente di scienze politiche all’Università americana di Parigi, nell’attuale iniziativa diplomatica è sottinteso che l’esercito libanese dovrà disarmare Hezbollah, con la supervisione di Stati Uniti e Francia. Mantenendo il controllo su parte del territorio libanese, Israele costringe il Libano a negoziare sulla propria sovranità, lasciando l’incertezza su se alla fine le truppe israeliane si ritireranno o se le aree occupate saranno trasformate in modo permanente in una zona cuscinetto disabitata.

Israele ha già schierato lungo il confine settentrionale sei divisioni militari, con circa centomila soldati. Gli esperti militari indicano la cittadina di Khiam, nel sud del Libano, come punto focale di una possibile avanzata terrestre. Bahaa Hallah, generale libanese in pensione, ha dichiarato che Khiam è la “chiave geografica” per controllare la piana di Marjayoun e la valle di Hasbani che porta al fiume Litani. Hallal ha avvertito che controllare Khiam permetterebbe a Israele di interrompere le comunicazioni tra i villaggi del sud e di stabilire una zona cuscinetto de facto.

Per Imad Salamey, docente di relazioni internazionali all’Università americana in Libano, il dispiegamento delle truppe israeliane indica che Tel Aviv, dominante sul piano militare, non ha fretta di negoziare.

Disarmo e fratture interne

La crisi in Libano sta mettendo a nudo le profonde fratture comunitarie all’interno del paese. Secondo fonti ufficiali la presidenza, il governo e il parlamento libanese starebbero tenendo delle consultazioni urgenti per formare una delegazione di sei diplomatici da inviare ai negoziati per un cessate il fuoco, forse a Cipro. Tuttavia Nabih Berri, il presidente del parlamento libanese, si è rifiutato di coinvolgere nella delegazione i rappresentanti della comunità sciita. Il dibattito sul disarmo di Hezbollah, una richiesta che proviene non solo da Israele ma anche dai governi occidentali, minaccia di trascinare il Libano in una guerra civile.

Alcuni sostengono che l’esercito libanese deve fare di più. “Lo stato deve costringerli a consegnare le armi, anche usando la forza se necessario”, osserva l’analista Toni Boulos. Altri però, come il politologo Ali Matar, liquidano questa opzione come irresponsabile. Matar pensa che ordinare all’esercito nazionale – composto da una percentuale significativa di soldati sciiti – di attaccare Hezbollah (movimento a guida sciita) creerebbe una spaccatura nell’esercito. Il ricercatore evidenzia anche l’incapacità dimostrata dallo stato di proteggere i suoi cittadini nei sedici mesi passati dal cessate il fuoco con Israele, ripetutamente violato.

Negoziati nel mirino

Nessuna delle parti in conflitto sembra pronta a concessioni immediate. Il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar ha scartato l’ipotesi di colloqui diretti, chiedendo che il governo libanese prima adotti iniziative concrete per mettere un freno alle attività militari di Hezbollah. Dall’altra parte, il segretario generale dell’organizzazione sciita, Naim Qassem, ha dichiarato che le soluzioni diplomatiche non sono servite a fermare le uccisioni e ha consigliato al governo libanese di non offrire “concessioni gratuite”, insistendo che l’esito finale si vedrà sul campo di battaglia.

Alcuni analisti tracciano un paragone tra l’attuale clima politico e l’invasione israeliana di Beirut nel 1982. All’epoca uno storico negoziato, portato avanti sotto l’occupazione militare israeliana, culminò nell’accordo del 17 maggio 1983, un trattato di pace che alla fine fallì, come conseguenza delle divisioni tra le comunità religiose in Libano.

Più di quarant’anni dopo, una nuova generazione di famiglie libanesi si accalca nei rifugi sparsi per Beirut. La gente parla di diplomazia, ma al momento le loro case nel sud sono diventate moneta di scambio per l’esercito occupante israeliano. ◆ fdl

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