Questo articolo è stato pubblicato il 13 novembre 2009 nel numero 821 di Internazionale.

Un giornalista arabo che ho conosciuto un giorno nella Striscia di Gaza mi ha detto che il mondo ruota intorno a tre cose: i soldi, le donne e il giornalismo. Per quanto riguarda la prima e la terza, probabilmente aveva in mente il Qatar: una piccola protuberanza dell’Arabia Saudita che s’affaccia sul golfo Persico dalla sponda opposta a quella iraniana. L’emirato incastonato nel deserto ha un milione e mezzo di abitanti, è costellato di costruzioni sfavillanti e, con grande buon senso, di cartelli che invitano alla prudenza chi guida contromano nelle strade a senso unico.

Negli ultimi dieci anni il Qatar si è affermato sulla scena mondiale soprattutto grazie agli investimenti nel giornalismo: dal 1996 l’emiro del Qatar finanzia Al Jazeera (che in arabo significa “l’isola”), la tv che ha rivoluzionato l’informazione nel mondo arabo e sta per fare altrettanto in quello anglofono. All’ingresso del quartier generale di Al Jazeera English, il canale d’informazione internazionale lanciato nel novembre del 2006, c’è una guardia yemenita che dà un rapido sguardo ai miei documenti.

All’interno gli studi di produzione sono supertecnologici. Le telecamere inquadrano un giovane presentatore australiano che annuncia un servizio sulle elezioni in Sudafrica e poi passa il testimone ai suoi colleghi nelle altre sedi: Washington, Londra e Kuala Lumpur. Il direttore esecutivo di quest’ambizioso progetto ha l’ufficio al primo piano. Tony Burman, ex direttore dei notiziari della Canadian broadcasting corporation (Cbc), è il classico tipo che ha l’aria accigliata ma in realtà è solo pensieroso. E i suoi pensieri ruotano quasi sempre intorno alle notizie.

Mentre sono qui Melissa Chan, la corrispondente da Pechino, è riuscita a entrare in una delle prigioni segrete dove il governo cinese rinchiude i dissidenti. È il classico servizio di Al Jazeera English: un giornalista del posto che conosce bene la lingua e la cultura locale in cui si trova e indaga su una realtà che pochi corrispondenti stranieri riescono a documentare fino in fondo, raccontando le difficoltà della gente comune e contestualizzando le notizie per renderle comprensibili a un pubblico internazionale.

Tra gli anni ottanta e gli anni novanta Burman si è guadagnato una certa credibilità sulla tv pubblica canadese, raccontando la seconda guerra civile in Sudan, la carestia in Etiopia del 1984 e la liberazione di Nelson Mandela in Sudafrica. I giornalisti che lavoravano con lui hanno fatto conoscere la tragedia etiope al pubblico nordamericano e hanno reso famosa la storia di Birhan Woldu, la bambina di tre anni che poi è diventata il simbolo della campagna umanitaria internazionale Live Aid.

Dal suo ufficio Burman tiene d’occhio quattro schermi televisivi: Al Jazeera, Al Jazeera English e i suoi principali concorrenti nel sistema dell’informazione mondiale Bbc World e Cnn International, che non hanno una grande diffusione in Nordamerica. Poi si sbaglia con il telecomando e finisce su quello che potrebbe essere considerato il suo peggior nemico. “Sono venuto fino in Qatar per sorbirmi Fox News?”, chiede perplesso. Burman ha cominciato a scrivere alla fine degli anni sessanta per il Montreal Star ed è sempre stato attratto dal mestiere del corrispondente. Nel 2007 ha lasciato la Cbc dopo trentacinque anni di servizio, otto dei quali come responsabile di Cbc News. Ne aveva abbastanza dei manager che stavano trasformando la rete in una tv commerciale di serie. Ed era sempre meno soddisfatto dell’americanizzazione della Cbc.

Sapeva che era arrivato il momento di andarsene, ma non immaginava che un anno dopo si sarebbe trasferito dall’altra parte del mondo per condurre uno degli esperimenti più affascinanti e improbabili del giornalismo mondiale. In meno di tre anni Al Jazeera English è diventata la principale fonte d’informazione sul mondo in via di sviluppo. È il primo canale internazionale che ha la sua sede centrale nel “sud del mondo” e si è dato una missione ambiziosa: invertire il flusso delle informazioni, che tradizionalmente va dai paesi ricchi del nord a quelli più poveri a sud dell’equatore, e farsi “portavoce di chi non ha voce” nelle regioni dimenticate del pianeta.

In un film di mafia

Al Jazeera English ha più di settanta uffici di corrispondenza in una cinquantina di paesi. In una giornata tipo la rete può trasmettere un reportage su una tribù nomade di cammellieri guidata dai leader ribelli del Darfur, un servizio sulle azioni legali condotte contro la multinazionale Chiquita per il finanziamento degli squadroni della morte in Colombia, un’inchiesta sugli effetti della crisi finanziaria globale tra i tessitori di tappeti in Pakistan o sul recente boom della vendita di armamenti negli Emirati Arabi. Arriva in 150 milioni di case ed è presente in più di cento paesi, con l’eccezione, finora, del Nordamerica.

È qui che entra in gioco Burman. Assunto dalla Cbc come produttore radiofonico e televisivo all’inizio degli anni settanta, per un anno Burman ha lavorato come freelance in Sudamerica e poi è tornato alla tv canadese, dove è diventato responsabile dell’ufficio europeo, passando infine a incarichi dirigenziali. Quando era responsabile dei notiziari, i giornalisti erano contenti di avere un capo che stava dalla loro parte. Ha un aspetto che mette soggezione: “Con un sigaro in bocca”, mi dice un giovane redattore di Al Jazeera, “Tony sembra il protagonista perfetto di un film di mafia”. Ma alla Cbc Burman aveva la fama di difendere i giornalisti quando i loro servizi infastidivano qualcuno: non esitava a prendere posizioni scomode quando era convinto che i fatti stessero dalla sua parte.

Pechino, Cina. (Olivier Culmann, Tendance Floue/Grazia Neri)

Queste qualità gli tornano utili ora che deve farsi strada nel mercato canadese e statunitense, dove gli operatori via cavo e via satellite esitano a fare affari con una rete che molti considerano ancora la “tv dei terroristi”. Il trasferimento di Burman da Toronto a Doha non poteva arrivare in un momento migliore: i mezzi d’informazione occidentali attraversano una crisi senza precedenti che, per la prima volta dalla nascita della televisione, rischia di scalzare il loro primato.

Da anni i giganti dell’informazione sacrificano squadre di professionisti qualificati in nome degli interessi di bilancio e sostituiscono il costoso giornalismo d’inchiesta con i comunicati e le conferenze stampa. E visto che gli introiti pubblicitari e i lettori migrano dalla carta stampata a internet, anche nuovi colossi come il Boston Globe e il New York Times sono in difficoltà, mentre altri chiudono i battenti. Gli uffici di corrispondenza all’estero sono la voce più colpita dai tagli alle spese di giornali e tv. Secondo il rapporto annuale sullo stato dei mezzi d’informazione del Pew research center, nel 2008 la copertura degli eventi internazionali in America si è ridotta di circa il 40 per cento.

La situazione è paradossale: nell’era dell’interconnessione globale, l’informazione completa e accurata su quello che succede nel mondo sta sparendo insieme all’opinione pubblica informata.“I grandi network americani hanno ridotto all’osso i loro uffici di corrispondenza”, dice Burman. “Sono rimasti solo a Londra. Anche la Cnn batte in ritirata. Negli anni ottanta per coprire i grandi eventi venivano inviati eserciti di giornalisti americani. Oggi lo staff di Al Jazeera batte tutti”. Il canale prevede l’apertura di altri dieci uffici nel 2010, di cui uno in Canada. “Le sembrerò presuntuoso”, dice Burman, “ma in mancanza di alternative, Al Jazeera English può colmare un vuoto. Semplicemente perché noi stiamo andando nella direzione opposta”.

Oggi Burman festeggia una vittoria: Al Jazeera English ha finalmente fatto breccia negli Stati Uniti. Mhz Networks, una rete educativa non profit, ha accettato di trasmettere il canale a Washington e in altre venti città del paese. È una svolta epocale per la tv del Qatar, che per anni è stata vista solo dai dipendenti del Pentagono e del dipartimento di stato, e dagli utenti di YouTube e Livestation.com, dove è disponibile gratuitamente in streaming. L’obiettivo di Burman è arrivare in Canada perché se Toronto autorizzerà le trasmissioni di Al Jazeera English i rapporti con gli operatori via cavo statunitensi, che finora si sono sempre tirati indietro, diventeranno molto più semplici.

“Quando tutti si renderanno conto che, nonostante Al Jazeera English, il sole continua a sorgere, i bambini continuano ad andare a scuola e la repubblica rimane in piedi, la gente deciderà di dargli un’occhiata”, spiega Burman. Al Jazeera è diventata famosa andando controcorrente. Il primo canale di notizie nel mondo arabo è stato lanciato dall’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al Thani nel 1996. Un anno prima Al Thani aveva spodestato il padre, che stava trascorrendo le sue vacanze in Svizzera. Il golpe, che ha inaugurato una stagione di maggiore libertà nell’emirato, non è paragonabile alla rivoluzione innescata dal nuovo canale tv.

L’effetto di Al Jazeera sul mondo arabo è stato simile a quello prodotto dalle 95 tesi di Martin Lutero nell’Europa cristiana del cinquecento. Quell’episodio, che diede inizio alla riforma protestante, ebbe successo grazie a una nuova tecnologia: la stampa. Nel caso di Al Jazeera il merito è dell’antenna satellitare.Con la tv del Qatar, per la prima volta nella storia moderna il dibattito nel mondo arabo ha dato spazio a una pluralità di opinioni, scatenando reazioni in oriente e in occidente. Raccontando le opinioni di tutti, attraverso notiziari e talk show con la partecipazione del pubblico, il canale ha dato voce a commentatori israeliani e statunitensi, atei e fondamentalisti islamici, attivisti per i diritti delle donne e dissidenti politici.

Sono piovute accuse da tutte le parti: secondo alcuni Al Jazeera era manipolata dal Mossad, secondo altri dalla Cia e secondo altri ancora, naturalmente, da Al Qaeda. Secondo Marc Lynch, autore di Voices of the new arab public: Iraq, Al Jazeera and Middle East politics today, il canale ha prodotto “una critica instancabile della situazione politica, della repressione e della stagnazione economica” in Medio Oriente. Ha sottratto il mondo dell’informazione alla morsa opprimente dei governi e ha lasciato che idee un tempo considerate eretiche si diffondessero nei salotti e nei bar del mondo arabo, costringendo i politici, per dirla con Lynch, “almeno a riflettere su come fare bella figura su Al Jazeera”.

La sede centrale dell’emittente, a differenza dei moderni studi di Al Jazeera English, è molto spartana. È composta da una serie di prefabbricati di lusso con la moquette consumata e l’aroma di caffè al cardamomo nei corridoi. Subito dopo l’ingresso principale c’è il vecchio studio di produzione che è stato filmato anche in Control room, il documentario su Al Jazeera girato da Jehane Noujaim nel 2003 a pochi giorni dall’inizio della guerra in Iraq. Oggi il gruppo di Al Jazeera comprende un canale in arabo, uno in inglese, uno dedicato ai documentari e alcuni canali sportivi a pagamento, che sono la principale fonte di guadagno visto che gli inserzionisti arabi continuano a boicottare la rete.

La verità al potere

Ho appuntamento con il direttore generale di Al Jazeera Wadah Khanfar. Seduto nel suo ufficio al piano terra accanto alla redazione, Khanfar si lamenta dell’autoritarismo degli stati arabi. “Sa cosa significa ‘interesse nazionale’ per i leader del mondo arabo? Restare al potere”, afferma dando un pugno sul bracciolo della poltrona in pelle. “Non a caso quasi tutti i nostri leader, quando muoiono, vengono sostituiti dai figli”. Come in Qatar? “Dovunque. Non credo che il Qatar sia un’oasi di libertà e democrazia. Però almeno ha fatto una cosa: ha permesso la nascita di Al Jazeera, mentre tutti gli altri governi arabi hanno chiuso i nostri uffici di corrispondenza, hanno arrestato i giornalisti o li hanno sbattuti in prigione. E nonostante questo, il mondo arabo sta vivendo qualcosa di diverso”.

Khanfar deve rispondere a due accuse. Una arriva dal Cairo: l’Egitto sostiene che lo “stato di Al Jazeera” sta cercando di rovesciare il suo governo. L’altra accusa, invece, viene dal Sudan, dove un consigliere di Omar al Bashir, il presidente ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, ha dichiarato che Al Jazeera è troppo “stupida” per capire il concetto di interesse nazionale. Per Khanfar, un omone in completo gessato blu scuro e cravatta rossa, che ama interpretare il ruolo del giornalista scomodo e snocciola frasi fatte come “vogliamo dire la verità ai potenti”, è un giorno come un altro.

Monterrey, Messico. (Olivier Culmann, Tendance Floue/Grazia Neri)

Khanfar ha cominciato la sua carriera ad Al Jazeera come corrispondente in Africa e poco prima dell’invasione statunitense era stato inviato nel Kurdistan iracheno. Dice di essersi limitato a raccontare i fatti: i curdi odiavano Saddam Hussein e volevano che se ne andasse. Quando ha visto i servizi di Khanfar il ministro dell’informazione iracheno si è talmente infuriato (come tutti i simpatizzanti di Saddam) che si è presentato nell’ufficio di Baghdad con un kalashnikov e un seguito di guardie del corpo per giurare al giornalista che l’avrebbe fatto impiccare nella piazza principale di Baghdad. Pochi giorni dopo, però, il regime è caduto. Khanfar è stato nominato capo dell’ufficio di corrispondenza di Baghdad e, nell’ottobre 2003, direttore generale.

Al Jazeera si è fatta molti nemici tra gli stati arabi: è vietata in Iraq, Tunisia e Algeria e, fino all’estate scorsa, era bandita anche in Arabia Saudita. Gli Stati Uniti, che all’inizio l’apprezzavano, oggi sono i suoi nemici più duri. Prima dell’11 settembre, infatti, Al Jazeera era stata accolta da Washington come una buona notizia per la democrazia araba. Tutto è cambiato nell’ottobre 2001, quando la tv ha mandato in onda il primo videomessaggio di Osama bin Laden dopo gli attentati di New York e ha cominciato a parlare delle vittime civili durante l’invasione statunitense in Afghanistan. Quell’anno gli americani hanno bombardato l’ufficio di Al Jaze-era a Kabul, un episodio che si è ripetuto nel 2003 con il raid nell’ufficio di Baghdad, durante il quale è stato ucciso un corrispondente.

Al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, intanto, il giovane cameraman Sami al Hajj veniva catturato per sbaglio: un altro operatore con lo stesso nome aveva filmato un’intervista con Bin Laden. Al Haji, un cittadino sudanese che ha quarant’anni ma sembra molto più vecchio, per colpa di questo equivoco ha trascorso sei anni nella prigione di Guantanamo prima di essere rilasciato nel 2008. Mi racconta che ha subìto più di trecento interrogatori, quasi tutti su Al Jazeera, e che gli è stato perfino chiesto di spiare il canale e i suoi colleghi.

Una benedizione

L’ossessione dell’America per Al Jazeera ha involontariamente regalato una grande popolarità alla rete araba. Una settimana prima della mia visita, il numero uno della Virgin Richard Branson e il presidente venezuelano Hugo Chávez sono stati ospiti nei suoi studi. In passato Tzipi Livni, Shimon Peres, Madeleine Albright, Ban Ki- moon e il generale statunitense David Petraeus hanno fatto lo stesso pellegrinaggio. Anche Tony Blair è stato ricevuto da Al Jazeera. Si dice che l’ex premier britannico avesse discusso con George W. Bush la possibilità di bombardare la sede centrale di Doha dopo la messa in onda dei servizi sulle vittime civili causate dalla battaglia di Falluja nel 2004. Khanfar non ha perso l’occasione di chiedere conferma a Blair di queste voci, ma l’ex premier britannico ha fatto finta di niente, aggiungendo con un sorrisetto che ormai era acqua passata.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attesa internazionale per una versione inglese di Al Jazeera. La rete ha risposto creando una tv completamente nuova che, pur condividendo alcuni contenuti con il canale in lingua araba, ha una redazione, una direzione e una linea editoriale del tutto autonome. “Volevamo che fosse un canale inglese a tutti gli effetti, in linea con gli standard internazionali e con le caratteristiche di Al Jazeera”, spiega Khanfar. Le caratteristiche a cui fa riferimento sono l’indipendenza editoriale, il giornalismo sul campo e uno staff variegato che vive nelle regioni di cui si occupa, “in modo che possa capire, interpretare e prevedere molto meglio di chi arriva da un giorno all’altro dopo aver letto solo Wikipedia”. E aggiunge: “Viviamo in un’epoca di grandi conflitti: Iraq, Afghanistan, Somalia, Palestina, Sudan. Da essere umano mi sembrano una maledizione, ma da giornalista sono una benedizione.

Nei paesi in via di sviluppo c’è un’enorme quantità di storie da raccontare. Una tv che ha la sede centrale in una delle regioni più complicate e ricche di notizie in assoluto offre ai telespettatori di tutto il mondo l’opportunità di vedere le cose da una prospettiva diversa”. Al Jazeera English è il canale internazionale più seguito nell’Africa subsahariana. Secondo Khanfar i paesi occidentali possono solo trarre vantaggio dallo sguardo offerto dalla rete su temi come il terrorismo, l’immigrazione, il petrolio e l’energia. “Se il sud del mondo non elabora un’analisi di questi temi”, spiega, “anche il nord ne pagherà le conseguenze”.

Al Jazeera English ha investito risorse in Africa, Asia e America Latina, proprio nel momento in cui le altre reti tagliano un po’ ovunque. Secondo Khanfar si tratta di una strategia disastrosa per i giornalisti, che “prima avevano un mese di tempo per fare un’inchiesta, mentre adesso, se tutto va bene, hanno a disposizione solo qualche giorno”. Visto che la sua rete non ha problemi economici, Khanfar sa di affrontare la crisi da una posizione privilegiata. “In futuro vorremmo diventare il canale d’informazione in inglese più importante del mondo”.

Ho appuntamento con Tony Burman nella hall del Four Seasons Doha. Quando ci sediamo nel bar dell’albergo, in una terrazza lambita dalle acque del golfo Persico, Burman ammette che la sua reputazione nel mondo del giornalismo canadese è una delle ragioni per cui gli è stata affidata la direzione esecutiva di Al Jazeera English. “Credo che in ogni caso quell’incarico andasse affidato a un nordamericano”. Poi fa una pausa per ordinare un gin tonic e aggiunge: “Come ogni canadese penso di conoscere molto bene gli Stati Uniti. E ovviamente conosco il mio paese”.

Licenze creative

La guerra nella Striscia di Gaza del 2008-2009 ha rappresentato per Al Jazeera English quello che la prima guerra del Golfo è stata per la Cnn, che fino a quel momento era una rete satellitare poco conosciuta. Al Jazeera English è stata l’unica tv internazionale ad avere una redazione nella Striscia durante le tre settimane dell’assedio israeliano. Ha filmato i servizi che tutti volevano ma non potevano realizzare, dopo che Israele aveva vietato ai giornalisti l’accesso alla zona di guerra. A differenza delle altre tv internazionali, Al Jazeera English aveva una presenza permanente su entrambi i fronti: Gaza e Gerusalemme, che è la sede del principale ufficio di corrispondenza. Insomma, quando la guerra è cominciata era già sul campo.

Inoltre ha fatto una scelta lungimirante e innovativa: mettere le immagini a disposizione delle altre tv usando le licenze Creative Commons. Così i servizi di Al Jazeera hanno fatto il giro del mondo e hanno ricevuto i complimenti delle altre testate, tra cui il Los Angeles Times, Le Monde e perfino il quotidiano israeliano Haaretz. Gideon Levy ha definito Ayman Mohyeldin, il corrispondente da Gaza di Al Jazeera English, “il mio eroe di guerra”. Mohyeldin, 30 anni, è un cittadino americano di madre palestinese e padre egiziano. Prima di essere ingaggiato da Al Jazeera English aveva lavorato per la Cnn in Iraq. “Fino a una settimana prima della guerra, i giornalisti avevano la possibilità di andare a Gaza”, mi spiega. “Ma evidentemente pensavano che il posto non era abbastanza fico né pittoresco e che non interessava il pubblico”.

Colchester, Regno Unito. (Olivier Culmann, Tendance Floue/Grazia Neri)

Seymour Hersh, durante l’Arab media forum che si è svolto a Dubai a maggio del 2009, ha lodato Al Jazeera English per aver “spezzato il monopolio dell’occidente nella copertura dei conflitti in Medio Oriente e in altre regioni del mondo. I servizi da Gaza sono stati eccezionali. Alla maggior parte dei cittadini americani è ancora negato il diritto di seguire Al Jazeera, ma molte reti sono state costrette a riprendere le sue immagini perché erano le migliori. Gaza ha dimostrato, ammesso che ce ne fosse bisogno, l’obiettività e la professionalità della tv del Qatar”.

In questo modo Gaza ha fornito ai vertici di Al Jazeera English anche un nuovo argomento da usare nella battaglia per poter trasmettere in Nordamerica, l’ultimo irriducibile bastione del mondo anglofono. Le visualizzazioni dei video sul suo sito inglese sono aumentate del 600 per cento e il 60 per cento dei visitatori proviene dagli Stati Uniti. Il sito è stato lanciato nel 2003 e lo stesso anno ha subìto un pesantissimo attacco informatico dopo aver pubblicato le foto di alcuni civili iracheni e soldati americani morti. Oggi le visite al sito toccano i 22 milioni al mese. I servizi sul conflitto israelo-palestinese hanno reso il canale famoso in tutto il mondo, ma hanno anche suscitato molta ostilità nei suoi confronti.

“Portare una versione di Al Jazeera in lingua inglese nelle case dei cittadini canadesi servirà a dare sfogo a una feroce propaganda antisraeliana”, ha dichiarato alla Jewish Tribune Frank Dimant, vicepresidente esecutivo dell’associazione ebraica B’nai Brith Canada. “Al Jazeera può anche travestirsi da mezzo d’informazione obiettivo e neutrale, ma non inganna nessuno”. Mentre il cameriere ci serve un altro giro, Burman mi dice che “la tesi secondo cui Al Jazeera English non dovrebbe trasmettere in America perché è ‘antisemita’ non sta in piedi. Si rendono conto anche loro di essere a corto di argomenti”.

All’inizio di quest’anno Burman ha incontrato i responsabili della comunità ebraica canadese per rispondere alle loro perplessità e preoccupazioni. Bernie Farber, direttore del Canadian jewish congress (Cjc), l’ha definito un “franco scambio d’opinioni”. La strategia ha funzionato e alla fine il Cjc, che aveva promosso una dura azione di lobby contro la concessione della licenza ad Al Jazeera in lingua araba, ha scelto di non opporsi alla richiesta di diffusione del canale inglese in Canada. Farber, che ha seguito su internet e durante i suoi viaggi in Europa Al Jazeera English, pensa che il canale non sia più allarmante della Bbc e anzi apprezza la sua attenzione per regioni trascurate come l’Africa e il Sudamerica. “La loro vera palla al piede”, dice, “è il nome”.

Il parziale ingresso di Al Jazeera English nel sistema dell’informazione statunitense coincide con una svolta culturale. La scelta di Barack Obama, nel gennaio scorso, di rilasciare la sua prima intervista da presidente alla rete araba Al Arabiya, seguita dal discorso al mondo musulmano di giugno al Cairo, sono il simbolo di un nuovo corso. L’atteggiamento di Washington è cambiato in modo radicale: le autorità che un tempo consideravano una proposta di partecipazione a un programma di Al Jazeera English come un invito a un corso di addestramento di Al Qaeda, hanno improvvisamente cominciato a corteggiare la rete.

Il progetto nordamericano di Al Jazeera English prevede più servizi sugli Stati Uniti, con un nuovo programma di attualità condotto da Avi Lewis. Forse i cittadini nordamericani, che ricevono un servizio scadente anche dai giornali nazionali, cominceranno a rivolgersi ad Al Jazeera non solo per avere notizie sul mondo esterno, ma anche per capire cosa succede a casa loro.Durante il mio soggiorno in Qatar assisto anche alla giornata mondiale per la libertà di stampa, la celebrazione annuale organizzata dall’Unesco che quest’anno si tiene a Doha. Nell’affollato corridoio fuori dalla sala conferenze dell’hotel Intercontinental si aggirano un centinaio di giornalisti e di attivisti per la libertà di stampa, che scambiano biglietti da visita godendosi uno degli ultimi posti al chiuso dove è ancora permesso fumare.

La medicina dal basso

La tolleranza è il tema scelto per l’edizione di quest’anno. Le donne in burqa e in bikini che si vedono vicino alla piscina dell’albergo ne sono un’efficace rappresentazione. Neppure l’arrivo a sorpresa di Flemming Rose, il giornalista che pubblicò le contestate vignette danesi sul profeta Maometto, suscita particolare indignazione. Gli organizzatori della conferenza si dilungano molto sul “boom dell’informazione”, sui nuovi media, ma quasi nessuno solleva il problema della drastica riduzione del lavoro giornalistico vero e proprio.

La questione sta molto a cuore a uno dei partecipanti, Andrew Stroehlein, responsabile della comunicazione dell’International crisis group, un’organizzazione non profit che fa consulenze ai governi e ad agenzie governative tra cui le Nazioni Unite e l’Unione europea. “Tutti pensano che stiamo vivendo un boom dell’informazione”, mi dice mentre gli altri partecipanti approfittano del buffet durante una pausa. “Ma non c’è niente che possa sostituire la caccia alle notizie dei giornalisti professionisti”. E che ne pensa dell’idea che basti collegarsi a internet o avere un videofonino per colmare questa lacuna? “Il ‘giornalismo dal basso’”, risponde, “è come la ‘medicina dal basso’”.

Secondo Stroehlein, senza giornalisti preparati che dedicano tempo e risorse a scoprire quello che succede, in paesi come gli Stati Uniti dove i notiziari sembrano un carnevale senza senso, il rischio non è solo quello di restare tagliati fuori dalla realtà e sviluppare percezioni distorte. “Questo è già successo”, mi dice. Bisognerebbe preoccuparsi soprattutto delle conseguenze che questo vuoto d’informazione può provocare. “I politici possono farla franca su una vicenda come la guerra in Iraq perché la gente non sa quello che succede”.

In un editoriale intitolato “Benvenuti in un mondo senza corrispondenti stranieri,” Stroehlein lamentava la scarsa attenzione alla situazione in Somalia e nello Sri Lanka: “Peccato che Al Jazeera English non arrivi nelle case degli americani e che la gente sia costretta a sciropparsi all’infinito una tv spazzatura fatta di gossip e talk show dove gli ospiti gridano uno contro l’altro”. Stroehlein si definisce un grande fan di Al Jazeera English, che in Europa è molto seguita. “Penso che sia il miglior canale d’informazione internazionale, a pari merito con Bbc world news”.

In un’epoca in cui i mezzi d’informazione sono considerati attori nei conflitti internazionali più che osservatori imparziali – le cronache dei giornalisti embedded durante la guerra in Iraq sono un caso emblematico – Al Jazeera English è diventato un ottimo “strumento di conciliazione”. Lo dice uno studio finanziato dalla Knight foundation e condotto dal Center on public diplomacy dell’Annenberg school presso la University of Southern California. Al Jazeera English funziona da scontro di civiltà al contrario, facilita la riconciliazione tra le culture invece di mettere “noi” contro “loro”. Più i telespettatori guardano Al Jazeera English, conclude lo studio, meno ragionano in modo dogmatico.

Paragonare Al Jazeera English alle reti americane “è come paragonare l’Econo-mist e Newsweek”, mi dice Philip Seib, autore di The Al Jazeera effect: how the new global media are reshaping world politics. “La tv del Qatar è infinitamente più raffinata e completa in termini di copertura giornalistica”. Seib, che insegna alla Annenberg school e studia il rapporto tra mezzi d’informazione, guerra e terrorismo, sostiene che Al Jazeera English ha “allargato lo spazio di discussione” e potrebbe essere infinitamente preziosa per superare l’isolamento autoreferenziale in cui sono impantanati gli Stati Uniti. “Quelli che la criticano non l’hanno mai guardata”, aggiunge.

Stroehlein pensa che Al Jazeera English abbia spronato Bbc World a fare di più. “Una delle ragioni per cui sono entusiasta dell’ingresso di Al Jazeera English nel mercato dell’informazione americana è che il canale lancerà una sfida ai suoi concorrenti”. Ma non è detto. Una solida copertura giornalistica internazionale è importante, ma non è redditizia. E il giornalismo serio, ammette Stroehlein, si gioca tutto sul saper essere nel posto giusto. Questo significa un impegno a lungo termine e uffici di corrispondenza. In altre parole si tratta di investire i soldi che le emittenti commerciali non sono disposte a tirare fuori.

Il giornalismo ha una responsabilità nei confronti della società, dice Stroehlein, perché raccontare quello che succede non è un lavoro come un altro: “In quanti altri mestieri basta fare un po’ di confusione per scatenare violenze di massa?”. E altrettanti rischi si corrono quando non c’è nessuno a testimoniare quello che succede: non solo violenze di massa, ma anche corruzione e un’opinione pubblica disinformata e incapace di ragionare sulle sue responsabilità. È per questo che l’attuale crisi del giornalismo è così grave, e ogni tentativo di invertire la tendenza andrebbe accolto a braccia aperte, anche se viene dal nome più odiato nel mondo dell’informazione.

Tony Burman spesso viene preso in giro. Lo chiamano il “compare di Al Qaeda”. Lui si diverte a raccontare di avere incontrato Osama bin Laden solo una decina di volte. Sa che le critiche sono il prezzo da pagare per il tipo di giornalismo che ha in mente. Al Jazeera “non smetterà mai di essere una rete scomoda”, dice Burman. “È la sua natura. E forse è anche il suo scopo: lanciare una provocazione dopo l’altra, finché non cambieranno le cose”.

(Traduzione di Enrico Del Sero)

Questo articolo è stato pubblicato il 13 novembre 2009 nel numero 821 di Internazionale.

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