Il cielo sopra il muro che riduce il mondo di Halima e Asifa a tre stanze e a un piccolo cortile interno è quasi sempre azzurro. Solo raramente le tempeste di sabbia lo tingono di beige. Ancora più raramente è coperto dalle nuvole. “A volte non lo sopportiamo più”, dice Halima. Osservano il cielo sopra Herat, la seconda città più grande dell’Afghanistan, e non vedono altro che quell’azzurro. Un azzurro senza vita. Un azzurro pesante come piombo.
Yasna, sette anni e lo sguardo curioso, apre una piccola porta di legno, l’unica apertura in un muro d’argilla alto quattro metri. Le donne, in attesa dall’altra parte del piccolo cortile per non essere viste dalla strada, hanno mandato in avanscoperta lei. Per entrare in casa bisogna salire cinque scalini. In cima, sulla soglia, ci aspettano Halima, la madre di Yasna, e Asifa, sua cognata.
“Quanto tempo”, mi dice Halima. Io questa casa la conosco bene, ci sono venuto spesso: dall’ultima volta sono passati due anni e dalla prima quasi quindici. Quando ci siamo conosciuti, Halima e suo marito Rafi avevano 17 anni. Nel 2011 scontavano entrambi un anno di reclusione nel carcere minorile di Herat, lui nella sezione maschile e lei in quella femminile. La loro colpa, secondo il giudice, era quella di essersi innamorati.
“Eravamo giovani e ingenui”, commenta Halima mentre ci studiamo curiosi, cercando di cogliere i cambiamenti provocati dal tempo.
La fuga
In Afghanistan la storia dei due diciassettenni era finita sulle prime pagine. Entrambi di umili origini, Rafi e Halima lavoravano in una fabbrica di gelati. Dopo i primi timidi approcci si erano scambiati i numeri di telefono e si incontravano al parco, sempre in presenza di familiari e senza darsi neanche un bacio. Volevano sposarsi, ma appartenevano a etnie diverse e nemiche da secoli: Rafi è tagico, Halima è hazara; lui è sunnita, lei sciita. E il padre di Halima non voleva che si frequentassero. I due, però, avevano fatto di testa loro, si erano opposti ai divieti delle famiglie e avevano provato a fuggire a Kabul; speravano che nella capitale sarebbero stati al riparo dalle maledizioni di chi disapprovava la loro unione.
Ma la loro fuga si era conclusa in una cella. Nel quartiere hazara dove viveva Halima la voce di quel piano si era sparsa tra gli uomini più giovani e una folla inferocita aveva bloccato la loro macchina tirandoli fuori a forza; quando stavano per linciare Rafi era arrivata la polizia che, nel disperdere la folla, aveva ucciso un diciannovenne. Per reazione, la gente aveva dato fuoco al commissariato di polizia dove nel frattempo era stata portata la coppia. Due diciassettenni innamorati hanno rischiato di far precipitare Herat in una guerra civile.
“Come stai, Halima?”, le chiedo seduto sul tappeto in una delle due stanze in cui passa le giornate. Qualche tempo fa ha rischiato di morire per una tonsillite, è salva grazie a un intervento d’urgenza in ospedale. Dal tentativo di fuga fallito sono passati ormai quindici anni. Allora Rafi e Halima si erano fatti un anno di prigione e il giorno della loro scarcerazione, dopo lunghe trattative per convincere il padre di Halima, si erano sposati alla presenza di pochissimi invitati: io, la fotografa e l’interprete che erano con me. Poi erano andati a vivere a casa dei genitori di lui, in un quartiere periferico che già a quei tempi, quando era presidente Hamid Karzai, sostenuto fortemente dalle truppe statunitensi, era pieno zeppo di taliban. La coppia di reietti cercava di passare inosservata, di essere una famiglia come le altre. Per qualche anno non c’eravamo più sentiti, perché il telefono su cui Rafi aveva salvato il mio numero gli era stato rubato.
La casa è la stessa di sempre. Mi siedo sul tappeto della camera da letto, arredata rispettando la tradizione. Tutto è rimasto com’era, come se il tempo si fosse fermato: la stessa tappezzeria color crema, gli stessi cuscini, lo stesso antro stretto, buio e senza finestre a fare da cucina. Nella dispensa non c’è granché, solo un po’ di riso e qualche cipolla.
Rafi arriva di corsa in sella a un motorino che gli ha prestato un collega della fabbrica di succhi di frutta dove lavora. In quel viso dallo sguardo spiritato, incorniciato da una barba incolta e sormontato da una chioma ribelle, cerco invano il ragazzo di un tempo. L’uomo che vedo indossa il kandahari kwalai, il copricapo tipico dei taliban: da quando sono tornati al governo, anche a Herat lo portano in molti. “Sono tre giorni che non dormo”, mi dice, con gli occhi cerchiati da borse scure.
Halima non è più la ragazza schiva di un tempo: ha acquistato sicurezza e non distoglie più lo sguardo, che si è fatto fermo. A sei mesi dall’operazione che ha subìto, è ancora pallida e malaticcia: non prende spesso il sole. “Dipendiamo completamente da Rafi”, mi spiega. “Che ne sarà di noi se dovesse succedergli qualcosa? Chi ci manterrà?”. La famiglia è interamente a carico dell’uomo di casa. In sette dipendono da lui: sua madre e sua sorella, Halima e i loro tre figli e suo fratello maggiore, che è un buono a nulla. Il padre è mancato troppo presto. E quindi Rafi non fa altro che lavorare, sei mesi in cantiere come addetto alla betoniera e gli altri sei nella fabbrica di succhi di frutta, per 80 euro al mese.
Halima ha partorito la sua primogenita, Sana, nel 2014. Erano gli ultimi mesi del secondo mandato di Karzai e in Afghanistan si respirava ancora un’aria di speranza. Alla comunità internazionale il paese serviva per dimostrare che gli aiuti allo sviluppo erano in grado di catapultare un posto dal medioevo alla modernità. Da tutto il mondo accorrevano operatori umanitari per costruire strade, scuole e ospedali e per cercare di fondare uno stato di diritto, istituzioni democratiche e una stampa libera. E per emancipare le donne. Ma in sottofondo, la guerra ricominciava a farsi sentire. E con la corruzione imperante, i taliban facevano proseliti.
La seconda figlia, Yasna, la bambina che ci ha aperto la porta, è nata nel 2018: il presidente era Ashraf Ghani, gli Stati Uniti avevano già annunciato il ritiro delle loro truppe e i taliban dominavano zone sempre più estese. Il governo filoccidentale al quel punto controllava solo le città. Si susseguivano gli attentati e la criminalità aveva raggiunto livelli inauditi, con una fiorente industria dei rapimenti. Ma anche se la maggior parte delle ong straniere aveva ormai lasciato il paese, i soldi continuavano a circolare.
Dei tre figli di Rafi e Halima, Yasna è la più timida. Il terzo, Mohammed Tahir, è nato nel 2022, poco dopo il ritiro statunitense. Era il primo anno del nuovo regime taliban. Lui è una vera e propria peste: mi tocca in continuazione, mi prende le mani e gioca spavaldo con tutto quello che gli capita a tiro. È un piccolo principe: attira su di sé gli sguardi delle donne, che lo viziano. Un giorno dipenderanno tutte da lui.
“Tra poco devo tornare in fabbrica”, dice Rafi sentendo squillare il cellulare. “Muoviti!”, gli intima il suo superiore. Ieri in reparto un collega ha avuto un collasso. Con più di 40 gradi a Herat si muore di caldo, spiega Rafi: in fabbrica si fa fatica persino respirare. “Ma sei stanco morto!”, protesta sua madre, e lui replica: “E a loro cosa importa?”.
È giugno, alta stagione, e i proprietari delle fabbriche spingono al massimo la produzione. Rafi è addetto alla pressa a iniezione con cui si stampano a caldo le bottiglie di plastica. Se non sta attento o non è abbastanza veloce, le lame possono procurargli ferite gravi, com’è successo a un suo collega la settimana scorsa: la macchina gli ha troncato di netto le punte delle dita. In ospedale gliele hanno riattaccate male e ora ha le falangi che sembrano artigli e ha perso sensibilità. È stato licenziato.
La fabbrica produce succo di mango marca Shahd Noosh, che più o meno significa “Bevi e goditelo”. È uno stabilimento piccolo, con una quarantina di operai, per metà ragazzi poco più che quattordicenni. “Io non ne tocco neanche una goccia”, dice Rafi storcendo la bocca: quello non è succo, è acqua mescolata a una misteriosa polverina bianca che viene dall’Iran a cui poi viene aggiunto un colorante che la rende arancione fosforescente. “Nessuno sa cosa sia quella polvere”, neanche il titolare della fabbrica: quando Rafi gliel’ha chiesto lui non ha saputo rispondere.
All’improvviso tutti si voltano verso il corridoio, che ha una finestra affacciata sul cortile. “È mio fratello”, sussurra Rafi. “Sta arrivando”, aggiunge Halima. Sembrano tutti molto nervosi. In corridoio risuonano i passi e Asifa, la sorella di Rafi, si precipita fuori dalla stanza. La sentiamo sussurrare. Poi Asifa torna da noi e l’eco dei passi si perde nella stanza a fianco. “Mio fratello maggiore”, sussurra Rafi continuando a tenere d’occhio il corridoio, “non è proprio un tipo alla mano”. È tornato dall’Iran un anno e mezzo fa. Anche se nessuno lo dice, la paura è palpabile: sono tutti spaventati, soprattutto Asifa.
Quando le bambine escono, Halima torna a letto. Poi pulisce le tre stanze, spazza il cortile, rammenda vestiti, ricama fazzoletti
A 26 anni Asifa, che un tempo era una ragazza raggiante, forte e ironica, ha un’aria smunta e scoraggiata. Della famiglia è la più istruita ma, arrivata all’undicesimo anno di scuola, quando ne mancava solo uno al diploma, ha dovuto lasciare gli studi perché Rafi non riusciva più a pagarle il pulmino. “Avrei voluto studiare medicina”. Asifa racconta con aria di sfida che non vuole sposarsi perché è più intelligente di tutti gli uomini che le vengono proposti da Rafi e da sua madre. “Che me ne faccio di un uomo che non sa leggere? Di cosa potremmo mai parlare?”.
Cancellate dallo spazio pubblico
Il mondo delle donne è sempre più angusto: da quando i taliban sono tornati al governo, si restringe. All’inizio Asifa sperava di diventare estetista, uno dei pochi mestieri rimasti alle donne. Per sei mesi è andata a imparare il lavoro da una vicina. La concorrenza era feroce, perché le donne che volevano lavorare erano tantissime e i centri estetici erano l’ultimo residuo d’indipendenza femminile, l’ultimo luogo sicuro per incontrarsi fuori casa.
I taliban avevano già vietato alle donne di frequentare l’università e le scuole superiori nonché di esercitare praticamente qualsiasi professione. Oggi alle donne è consentito uscire solo se accompagnate da un uomo. Sono sparite sotto i burqa. Non possono più frequentare parchi e palestre. Ma ai taliban la sparizione dei corpi non basta: hanno cancellato anche il ricordo. Nelle università i bibliotecari hanno dovuto eliminare tutti i libri scritti da donne, che sono stati gettati nei cassonetti nel corso di cerimonie pubbliche; le strade e le piazze intitolate a donne hanno cambiato nome; alle donne non è più permesso parlare in pubblico perché, dicono i taliban, eccitano gli uomini.
Asifa si era appena comprata i cosmetici e aveva cominciato a ricevere le prime clienti quando il ministero della morale ha vietato anche di fare le estetiste, chiudendo tutti i centri del paese nel giro di un mese. Era il luglio 2023. Secondo l’Onu, circa 60mila donne hanno perso il lavoro.
“Io voglio lavorare”, mi dice Asifa. “Non sono nata per cucinare e starmene chiusa in casa. Sono piena di energie!”. Rafi, suo fratello, guarda a terra. “Sarebbe tutto più semplice se le donne potessero lavorare”, commenta. Rafi non è solo l’unico a poter lavorare, è anche l’unico a occuparsi di tutte le commissioni: solo lui può andare a fare la spesa, a comprare la legna e i medicinali. Per le donne è il collegamento con il mondo esterno. “A volte, su internet, mi capitano video fatti all’estero, in cui si vedono donne. Faccio fatica a sopportare la loro libertà”, dice Halima.
Subito dopo aver conquistato Kabul, i taliban hanno abolito il ministero per gli affari femminili e al suo posto hanno istituito il ministero della morale. Quantomeno nelle città, pattugliano le strade vigilando sul rispetto delle nuove regole. Se ne vedono anche nel quartiere di Rafi e Halima, con le loro lunghe tuniche bianche e i turbanti neri. Recentemente hanno ammonito un vicino, racconta Halima. Stava andando a un matrimonio con la moglie, che indossava un abito tradizionale, un coloratissimo manto a campana. “Ora hanno vietato anche quelli?”, chiede sconcertata Asifa.
Il telefono di Rafi riprende a squillare. È sempre la fabbrica. Deve proprio andare, anche se dorme in piedi. Si alza a fatica e ci mettiamo d’accordo per rivederci due giorni dopo.
Negli ultimi anni questa città è cambiata fino a diventare quasi irriconoscibile: è tutta un cantiere, con palazzoni, alberghi e centri commerciali che spuntano come funghi. Su Herat incombe perennemente una nuvola di polvere prodotta dal nuovo che avanza. Nonostante le sanzioni della comunità internazionale, alcuni settori stanno vivendo un vero e proprio boom: con la fine della guerra e i taliban che dominano incontrastati, sono ricominciati gli investimenti. È una delle tante contraddizioni dell’Afghanistan.
Questa città è cambiata fino a diventare quasi irriconoscibile: è tutta un cantiere, con palazzoni, alberghi e centri commerciali
In espansione
Nessuno sa quanti siano esattamente gli abitanti, perché è da molto che non si fa un censimento. Forse circa un milione. Quel che è certo, però, è che con ogni crisi la popolazione di Herat è cresciuta.
Da nord nell’ottocento arrivarono i tagichi, in fuga dall’impero zarista che colonizzava i popoli dell’Asia centrale. Da est e da sud affluirono gli hazara, a decine di migliaia, quando i re pashtun dell’Afghanistan gli dichiararono guerra. Dalle campagne si aggiungeva chi cercava di sottrarsi alla povertà e dai villaggi chi fuggiva dagli scontri armati tra governo e taliban. Dall’Afghanistan occidentale, dove il livello delle falde freatiche è calato vertiginosamente, sono arrivati i profughi climatici rimasti senz’acqua.
A ogni catastrofe Herat ha visto arrivare una nuova ondata di profughi, che si sono stabiliti ai margini delle zone abitate. E così, crisi dopo crisi, la città si è ampliata per cerchi concentrici, con i quartieri dei nuovi arrivati. Proprio mentre sono lì, nel giugno 2025, il regime iraniano sta respingendo oltre confine mezzo milione di afgani, dicono per la crisi economica. Pare che ogni giorno Herat ne accolga 20mila. Spesso si tratta di persone nate e cresciute in Iran, che in Afghanistan non hanno mai messo piede; non sanno dove stare e non hanno famiglia. Sono vite perdute, soprattutto quelle delle donne, che magari in Iran studiavano e che spesso passano il confine senza indossare il velo d’ordinanza, semplicemente perché non ce l’hanno. E a Herat, la disperazione cresce.
La prima della classe
Ogni giorno, spiega Halima, è tale e quale al precedente. Come stabilito, ci intrufoliamo in casa una seconda volta, senza farci vedere dai vicini. “Tutti i giorni cominciano allo stesso modo”. Sveglia alle 5.30, al sorgere del sole. Le tre donne preparano a turno la colazione: pane, uova, un po’ di formaggio e del tè. Poi vestono Sana e Yasna per la scuola. Quando le bambine escono, Halima torna a letto. Poi pulisce le tre stanze, spazza il cortile, rammenda vestiti, ricama fazzoletti. Prima la suocera li vendeva al mercato, ma ora il fratello maggiore di Rafi gliel’ha proibito. “I taliban del quartiere non hanno nulla da ridire se le donne vanno al mercato”, spiega Halima, ma è lui che non vuole, anche se sono solo cinque minuti a piedi. Questo atteggiamento fa spesso litigare Rafi e il fratello, ma lui è il maggiore e quindi, in base alla tradizione, il proprietario della casa. Ultimamente i due stavano per arrivare alle mani e Asifa si è messa in mezzo gridando: “Cosa pensi di fare se succede qualcosa a Rafi? Toccherà a te mantenerci!”.
“È pazzo”, dice Asifa riferendosi al fratello maggiore, che una volta è stato sul punto di picchiare perfino la madre. Fa paura anche ai bambini: non vuole che sentano la musica e vedano video sul telefono, dice che è vietato. “Non abbiamo neanche la tv”, racconta Rafi. “I piccoli hanno solo la musica. Hanno bisogno di qualche passatempo”. Rafi ha detto spesso al fratello di seguirlo in fabbrica: non è il lavoro che manca, è lui che preferisce bighellonare con gli amici al parco, poltrire e commiserarsi perché la ragazza l’ha lasciato, sfogandosi sulle donne di casa. È così che Halima e Asifa si spiegano il suo odio contro di loro. Soltanto la madre ha il permesso di uscire da sola: una volta alla settimana per cuocere il pane nel forno comune in un vicolo dietro casa. Ognuno deve portarsi la sua legna, un’altra cosa che Rafi deve procurare. La madre poi surgela il pane nel congelatore in corridoio.
“Dovevamo lasciare il paese quando ancora era possibile”, dice Halima a Rafi, che evita il suo sguardo. Da bambina, Halima ha vissuto alcuni anni in Iran. Rafi odia quello che non conosce, gli fa paura.Verso l’ora di pranzo torna da scuola Sana, la figlia maggiore. “È la più brava della classe”, dice Halima. La bambina è raggiante. Rafi indica la parete su cui campeggia la sua pagella incorniciata, con tanto di timbro e firma del preside. La casella che sulle pagelle dei maschi ospita un loro ritratto, su quella delle femmine rimane vuota. Le donne non possono farsi fotografare.
Sulla parete non ci saranno molte altre pagelle perché l’estate prossima il percorso scolastico di Sana finirà. Dopo il sesto anno, tutte le studenti devono lasciare la scuola. “Le insegnerò a ricamare”, dice Halima. “Non si annoierà”, assicura Asifa. “Ci prenderemo noi cura di lei”, dice accarezzandole la schiena. Rafi ci dice che non vuole essere frainteso: non vuole criticare i taliban. L’emirato è migliore della vecchia repubblica corrotta, solo che lui per il momento non ne ha ricavato tanti vantaggi diretti. A pregare in moschea il venerdì ci andava già, ma ora ci sono i guardiani della morale, e chi non si presenta viene segnalato e riceve una loro visita. “Sanno tutto”, mi assicura. “E vedono ogni cosa”. Un anno fa è stato annunciato un nuovo provvedimento: per ragioni di sicurezza, in ogni strada andavano installate delle telecamere, a spese dei residenti. La casa di Rafi si trova su un incrocio e ha quindi puntate contro ben tre telecamere. Per contribuire alle spese, Rafi ha dovuto chiedere in prestito l’equivalente di dieci euro, quasi il 20 per cento del suo salario mensile.
Scacciare il malocchio
“Pssst”, fa Asifa nel pomeriggio, sentendo i passi del fratello che torna. Di nuovo cala il silenzio. Lui però si dà una lavata e sparisce in camera sua. “A volte”, dice Halima, “penso che sarebbe meglio morire”. Ma l’islam lo vieta. La suocera la incoraggia a modo suo. Con l’aiuto di Asifa, fa un rito secolare contro il malocchio: con una matita traccia delle linee su un uovo crudo, disegnandoci dodici occhi; poi prende due monete, una la poggia sull’indice, l’altra sul pollice; con le due dita regge l’uovo. Secondo un’antica credenza, tutto questo serve a scacciare la cattiva sorte, a levare il malocchio che ci fa ammalare, ci rende tristi e depressi e non fa partorire le vacche. Allontana le maledizioni che le persone si lanciano. Asifa sussurra i nomi dei possibili autori, parenti gelosi delle loro fortune, vicini rosi dall’invidia. Quando il responsabile del male è nominato, l’uovo si rompe tra le dita che lo stringono.
La madre di Rafi è richiestissima dai vicini, che sono pronti a pagarla perché faccia il rito. Dopo il ricamo, questo è il secondo lavoro più redditizio per la famiglia. Ieri sono venute due donne, una in preda all’emicrania e l’altra resa insonne da un gallo che canta tutta la notte. In entrambi i casi la magia dell’uovo ha funzionato. “Funziona anche con me”, racconta Rafi. Se torna dal lavoro particolarmente esausto, la madre e la sorella gli levano il malocchio: “Dopo mi sento meglio, più fresco”.
La madre ci dà una dimostrazione del suo metodo intervenendo sulla depressione di Halima. Asifa sussurra a voce bassissima nomi che non riusciamo a sentire. Il guscio dell’uovo si rompe e il contenuto ne scorre fuori. Le donne scoppiano in una risata. La maledizione è stata allontanata. Ora, un nuovo giorno può cominciare. E sarà tale e quale a quello che l’ha preceduto. ◆ sk
Wolfgang Bauer è un reporter tedesco che scrive per Die Zeit. In Italia ha pubblicato Le ragazze rapite (La Nuova Frontiera 2015).
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati