Gli studiosi la chiamano “trappola della disponibilità”: la presenza di un evento può essere così invadente da farci sopravvalutare la sua importanza e ritenerlo la causa di tutti gli avvenimenti, compresi quelli che hanno un’origine completamente diversa. Oggi non c’è evento che nella nostra mente risulti più presente della pandemia di covid-19. E non a caso tendiamo ad attribuire alla pandemia anche l’esaurimento della più grande spinta globalizzatrice della storia. Ma a un’osservazione più attenta salta subito all’occhio che il colpevole non può essere il covid-19. La globalizzazione è ferma già da dieci anni. Credevamo di essere ancora nel pieno di una tempesta che invece si era già placata da tempo. Comunque cercare di capire in che direzione si stia muovendo la globalizzazione non è un’idea strana. Le grandi crisi accelerano il riposizionamento delle potenze globali, in particolare Cina, Stati Uniti e Unione europea. E visto che senza il potere economico si esaurisce anche l’influenza politica, in questo braccio di ferro la situazione economica gioca un ruolo decisivo.

Dalia Marin, che insegna relazioni economiche internazionali al politecnico di Monaco di Baviera, in Germania, sa dire esattamente quando e perché la globalizzazione si è bloccata. “L’apertura dell’economia mondiale è ferma dal 2011”, sostiene la professoressa. Basta guardare l’andamento del commercio e dell’economia mondiali. Quando il commercio tra paesi cresce a un ritmo più alto rispetto alle loro economie, vuol dire che l’economia mondiale è più aperta: le aziende continuano a disseminare nel mondo i loro stabilimenti, mentre gli investimenti sono sempre più transnazionali.

È quello che è successo negli anni novanta e fino al 2010. Marin chiama “iperglobalizzazione” la fase che si è aperta con la caduta del muro di Berlino, quando da un giorno all’altro le aziende dell’Europa occidentale si ritrovarono con una fonte di lavoro qualificato a basso costo: l’Europa dell’est, proprio vicino ai suoi confini. Allora cominciò l’esodo delle fabbriche. Poi anche la Cina si è aperta di più: con il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) nel 2001, Pechino segnalava la sua adesione alle regole dell’economia globale.

Questo è stato il secondo fattore propulsivo della globalizzazione: erano sempre di più le filiere produttive che si estendevano fino all’estremo oriente, mentre le materie prime e i semilavorati attraversavano le frontiere tra paesi. I macchinari tedeschi prendevano la via della Cina e dal paese asiatico sono arrivati prima le scarpe da ginnastica, poi i pannelli solari e infine gli smartphone. La festa della globalizzazione è finita con la crisi finanziaria del 2008 e con il successivo crollo dell’economia mondiale: qualcuno si è impoverito, qualcun altro si è spaventato, e i leader economici hanno compreso la vulnerabilità del loro sistema. Si è cominciato a parlare di un ritorno del protezionismo. Nel giro di quattro anni c’è stato un aumento su scala globale dell’incertezza pari al 200 per cento, spiega Marin. Ma come fa a saperlo? Si affida a un indice globale che prende in esame il modo in cui i giornali economici comunicano l’incertezza. Quanto più se ne parla, tanto più la situazione è percepita come precaria. Secondo Marin, in quel periodo la diffusione dell’incertezza ha fatto accorciare le filiere produttive e rientrare alcuni comparti produttivi, che sono stati automatizzati per contenere il costo del lavoro. Anche dopo la crisi le aziende hanno investito poco, perché era difficile che i consumatori tornassero a spendere come un tempo. Se prima della crisi il commercio mondiale era cresciuto molto più velocemente dell’economia mondiale, in seguito lo sviluppo di entrambi è andato avanti in modo quasi simultaneo. Questo vuol dire che negli ultimi dieci anni c’è stata una stagnazione. Dopo la crisi finanziaria i venti maggiori paesi del pianeta, tra quelli industriali e quelli emergenti, hanno cominciato a isolarsi, tutelando la loro agricoltura e difendendosi con nuovi dazi dal presunto dumping (esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli del mercato interno) dei partner commerciali. Il commercio è diventato sempre meno libero. Nel 2016 l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ha registrato un nuovo record: 1.263 nuove misure di protezione, e Donald Trump ancora non si era ancora insediato alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo il suo arrivo alla Casa Bianca la globalizzazione ha cominciato a fare marcia indietro.

Irrompendo in uno scenario simile, il covid-19 ha inferto un colpo mortale all’economia mondiale. “Siamo arrivati a un livello d’incertezza del tutto nuovo”, ha detto Jerome Powell, il presidente della Federal reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti. Marin lo conferma: “Secondo il nostro modello, con la pandemia l’incertezza è cresciuta del 300 per cento”. L’iniezione di liquidità da parte delle banche centrali, sostiene Marin, dovrebbe provocare un nuovo calo dei tassi d’interesse. Così per le imprese diventerà ancora più facile finanziare la cosiddetta deglobalizzazione: la ristrutturazione delle filiere produttive sparse in tutto il mondo, il rientro dei comparti produttivi grazie all’uso dei robot per contenere i costi del lavoro. Secondo Marin, il covid-19 accelererà di un terzo il processo di “de-delocalizzazione” e addirittura di due terzi quello di automazione.

Fabbriche e macchinari

Anche senza prendere per oro colato ogni cifra, il fenomeno non va sottovalutato. Ai paesi industrializzati non basta puntare tutto su un aumento dell’interdipendenza e del commercio internazionale: per guadagnare benessere e potere economico serve intelligenza. Il ritorno di fabbriche popolate da macchinari non comporta automaticamente migliori condizioni economiche per i lavoratori e una crescita della domanda interna. La Germania è un caso particolare. È uno dei paesi che ha guadagnato di più con la globalizzazione: l’aumento del benessere e l’estendersi delle filiere produttive andavano di pari passo, mentre cresceva anche la produttività. Ma questa fase si è conclusa e ora molto dipende dai robot: si limiteranno a sostituire gli esseri umani o la loro produttività creerà nuovi lavori? Affinché quest’ultima ipotesi sia realizzabile, servono creatività e innovazione.

Oltre al fatto di aver retto bene alla prima ondata della pandemia e di potersi permettere aiuti generosi all’economia, la Germania è favorita anche dalla crescita costante registrata negli ultimi anni. Oggi questa crescita va vista sotto una luce diversa: l’economia ha permesso al paese di restare nella schiera dei vincitori anche quando una globalizzazione ormai da tempo paralizzata aveva smesso di far salire la produttività. Il merito va a migliaia di innovazioni nella piccola e media impresa, non solo nel campo dell’utensileria e dei macchinari, ma anche in quello dei laser, dei robot e delle stampanti 3d. Insomma, la Germania si è dimostrata capace di tener testa al nuovo protezionismo e alle incertezze dell’economia mondiale. Ora, però, deve combattere anche con i propri cittadini: secondo un sondaggio del settimanale Der Spiegel, meno del 40 per cento dei tedeschi considera la globalizzazione un’opportunità, mentre quasi il 60 percento pensa che sia un rischio. Solo tre anni fa le posizioni erano invertite.

Oggi tutti i paesi protagonisti della globalizzazione sono in difficoltà, o ci si mettono da soli. La Cina ha largamente sotto controllo la pandemia e la sua economia sta tornando a crescere. Sul palcoscenico mondiale sembra proprio che sia lei la grande vincitrice. Il presidente Xi Jinping non ha mancato di sottolinearlo a Pechino alle celebrazioni dell’assemblea nazionale del popolo. Ma non è detto che il vantaggio derivato dall’aver sconfitto il covid-19 duri. Molti paesi asiatici sono entrati in questa crisi avendo alle spalle l’esperienza delle ondate pandemiche precedenti, mentre l’occidente, anche se spesso al costo di enormi sacrifici, sta recuperando terreno.

Parigi, Francia, 18 marzo 2020 (Antoine d’Agata, Magnum/Contrasto)

La posizione della Cina è resa ancora più difficile da una vecchia contraddizione di fondo che sta riemergendo proprio ora. La Repubblica popolare cinese è un regime autoritario che a Hong Kong (una città a statuto speciale) interviene con estrema durezza, anche a costo di danneggiare l’economia. Il problema è che normalmente le innovazioni di cui c’è bisogno emergono quando c’è libertà.

In tema d’innovazioni in campo economico, Paul Romer, studioso newyorchese premio Nobel per l’economia, è un’autorità. Romer ha fatto piazza pulita dell’idea che le trasformazioni tecnologiche siano qualcosa che agisce sull’economia dall’esterno. Al contrario: è in migliaia di posti diversi, nel cuore delle aziende, che nascono nuovi modelli e nuove tecnologie. Quanto più l’economia di un paese impiega persone istruite e creative, le mette nelle condizioni di realizzare idee, tanto più si sviluppano nuove tecnologie che garantiscono benessere e – nelle parole di Romer – una crescita “endogena”, cioè proveniente dall’interno.

Con il ridimensionamento della globalizzazione, la fortuna della Cina dipenderà sempre più da idee di questo tipo. Il paese si è avventurato in un esperimento di portata storica: nasceranno nuove idee anche con un sistema politico che non si apre, in uno stato che sorveglia in modo invadente i suoi cittadini e con un presidente a vita che governa con pieni poteri? I progressi cinesi nel digitale sono innegabili e vanno da enormi piattaforme di commercio online come Alibaba a gruppi di telecomunicazioni come Huawei, molto discusso in occidente. Ma in realtà l’esperimento cinese è solo agli inizi, e il grado d’innovazione del paese esportatore più grande del mondo è ancora tutto da vedere.

Anche gli Stati Uniti si stanno mettendo i bastoni tra le ruote da soli, non solo con il protezionismo grossolano di Trump. La voglia e il potere d’acquisto della prima potenza economica mondiale, che importa quasi il doppio di quello che esporta e che dispone dell’unica moneta davvero globale, sono in grado di sopportarne le conseguenze molto meglio della Cina, che è un paese esportatore. Ma tradizionalmente negli Stati Uniti sono gli immigrati a dar vita a buona parte delle nuove idee. Elon Musk, il creatore della Tesla e dell’azienda aerospaziale SpaceX, è sudafricano. Sergej Brin, cofondatore di Google, è originario della Russia. Peter Thiel, cofondatore di PayPal e investitore di Facebook, della Germania. Secondo uno studio della National foundation for american policy, immigrati come loro hanno contribuito a creare una buona metà degli “unicorni”, le startup che valgono più di un miliardo di dollari. Con la sua politica nazionalista Trump sta cercando di interrompere questo flusso di persone, a cui si può far risalire la creazione di almeno un quarto delle nuove aziende statunitensi. Con la scusa di proteggere i lavoratori locali gli Stati Uniti potrebbero mettere a repentaglio la dote più grande della loro economia: la capacità di reinventarsi quando le cose si mettono male.

Da sapere
Percorso simultaneo
Variazione del commercio e del pil globali, % (Fonte: Der Spiegel, Wto, Fmi)

Nelle crisi globali cambiano le regole del gioco, e potrebbe arrivare l’ora dell’Europa. Il vecchio mondo era ben quotato già nel 2018. Secondo un sondaggio del network di consulenza britannico Ey, il 56 per cento dei dirigenti di multinazionali riteneva che l’Europa occidentale fosse “il posto più attraente dove investire”. Si poteva citare più di una regione, eppure gli Stati Uniti e la Cina finivano dietro perfino all’Europa orientale, entrambi sotto il 40 per cento.

Non è così sorprendente: gli europei si sono tenuti fuori il più possibile dalle guerre commerciali e in generale hanno un’economia abbastanza aperta. Ora molto dipende dalla loro capacità di cooperare e di superare la rabbia dei paesi del sud, che si sentono abbandonati nei difficili tempi del covid-19. Se ci riuscissero, ne ricaverebbero enormi vantaggi, come quello di costruire un’economia più solida, in grado di produrre mascherine e vaccini. Se i paesi europei più grandi dovessero produrli in proprio, i costi sarebbero molto più alti. I circa 450 milioni di abitanti dell’Unione europea permettono economie di scala simili a quelle garantite dalla globalizzazione. E in realtà gli europei ne hanno lunga esperienza: in fondo, il loro mercato interno ha anticipato in piccolo la globalizzazione.

Lo scontro sul fondo per la ripresa è anche uno scontro sul futuro dell’Europa. Gli stati membri andranno verso un’Unione che si indebiterà collettivamente, ma che riuscirà anche ad attuare una politica economica e sociale comune ed efficiente? La presidente della commissione europea Ursula von der Leyen e gli altri leader riusciranno a imporre l’idea di investire questi miliardi in un’economia più verde e digitale? In effetti dal punto di vista economico sarebbe un gran colpo. Per essere innovativa l’Europa ha bisogno di più istruzione e più ricerca di base, di una migliore infrastruttura digitale e di un rapido sviluppo in campo ecologico.

Prima della pandemia nessuno avrebbe creduto che, per fronteggiare una crisi, sarebbero stati messi a disposizione tanti soldi, che però non devono essere dirottati in regali elettorali elargiti dai governi nazionali. Un altro piano di rilancio di queste proporzioni non si rivedrà tanto presto. Non è ancora detto che la ripartenza riesca, e anche la questione geostrategica resta aperta: l’Europa riuscirà a tradurre un eventuale successo economico in un’affermazione politica sul piano globale? Difficile rispondere. Come diceva Karl Valentin, benedetto chi non avendo niente da dire tiene la bocca chiusa. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati