In una fredda giornata di fine settembre, nel cuore del quartiere delle Nazioni Unite a Ginevra un gruppo di ingegneri cinesi si presenta in una sala conferenze con un’idea radicale. Hanno un’ora per convincere i delegati di più di quaranta paesi che la loro visione di un’internet alternativa è un valido sostituto dell’architettura tecnologica su cui la rete poggia da mezzo secolo. Mentre il web di oggi è di tutti e di nessuno, quella che gli ingegneri vogliono costruire è una nuova infrastruttura che rimetta il potere nelle mani degli stati, anziché delle persone. La squadra che ha ideato la proposta del nuovo ip (protocollo Internet) lavora per il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei: nessun’altra azienda ha inviato a Ginevra una delegazione così numerosa.
Alla riunione, che si tiene negli uffici dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), un’agenzia dell’Onu che definisce gli standard mondiali per le tecnologie, la squadra mostra una semplice presentazione Power Point.
Il concetto che vogliono far passare è che l’internet di oggi è un relitto e ha raggiunto i limiti delle sue capacità tecniche
Le schede non spiegano nel dettaglio come dovrebbe funzionare la nuova rete o quale specifico problema risolverà. Mostrano tecnologie futuristiche, dagli ologrammi a grandezza naturale alle auto che si guidano da sole. Il concetto che vogliono far passare è che l’internet di oggi è un relitto e ha raggiunto i limiti delle sue capacità tecniche. È arrivato il momento, sostiene la Huawei, di una nuova rete globale progettata e gestita dall’alto, e a costruirla dovrebbero essere i cinesi. I governi di tutto il mondo sembrano concordare sul fatto che il modello attuale di governo di internet (in sostanza, l’autoregolamentazione da parte di aziende private, principalmente statunitensi, senza una normativa di legge) non funziona più. Il nuovo protocollo è l’ultimo di una serie di tentativi di cambiare il modello di governo della rete, e a prendere l’iniziativa sono i paesi che ne sono stati in gran parte esclusi quando internet è nata, mezzo secolo fa. “I conflitti intorno al governo di internet sono i nuovi spazi in cui si sta sviluppando il potere politico ed economico nel ventunesimo secolo”, scrive Laura DeNardis nel suo libro The global war for internet governance.
Pechino, in particolare, considera la progettazione dell’infrastruttura e degli standard di internet un elemento centrale della sua politica estera digitale e i suoi strumenti di censura come la dimostrazione pratica di una rete più efficiente, da esportare altrove. “Naturalmente vuole un’infrastruttura tecnologica che gli assicuri lo stesso controllo assoluto che ha raggiunto a livello politico, un’architettura che assecondi il suo impulso totalitario”, osserva Shoshana Zuboff, autrice di _Il capitalismo della sorveglianza _(Luiss University Press 2019) e docente di scienze sociali all’università di Harvard. “Tutto questo per me è spaventoso e dovrebbe esserlo per chiunque”.
La Huawei sostiene che il nuovo ip è stato sviluppato esclusivamente per soddisfare le esigenze tecniche di un mondo digitale in rapida evoluzione e che il progetto non prevede un particolare modello di governo. Il colosso delle telecomunicazioni è alla testa di un gruppo dell’Itu che si occupa di sviluppare una nuova tecnologia di rete entro il 2030, e il nuovo ip è stato progettato su misura per soddisfare queste esigenze, spiega un portavoce dell’azienda. Ciò che si sa della proposta trapela principalmente da due documenti che il Financial Times ha avuto modo di consultare presentati a porte chiuse ai delegati dell’Itu, uno a settembre del 2019 e l’altro a febbraio di quest’anno. Il primo è una proposta di standard tecnici, l’altro è un PowerPoint intitolato “Nuovo ip: la forma della rete del futuro”.
Nonostante la sua enorme rilevanza, ancora oggi non c’è nessuno che stabilisca le regole di internet: “Il potere è sostanzialmente in mano a quattro aziende statunitensi: Apple, Google, Amazon e Facebook. Questa mancanza di supervisione centrale è ciò che ha permesso agli esperti di tecnologia di trasformare il modo in cui comunichiamo e viviamo, ma anche di creare profonde fratture nel nostro ordine sociale, dalla manipolazione del dibattito pubblico alla disgregazione della democrazia fino all’emergere del fenomeno della sorveglianza online.
Oggi, sulla scia di una serie di scandali che vanno dal caso Cambridge Analytica al ruolo di Facebook nell’incitamento alla violenza in Birmania, molti esperti vedono internet come uno spazio pubblico che ha bisogno di misure di igiene migliori. I governi, siano essi democratici o autoritari, sono stanchi di essere esclusi e premono per avere più influenza online.
I rapporti di forza stanno cominciando a cambiare, ma l’ampiezza dell’intervento varia notevolmente da paese a paese. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Europa, per esempio, preferirebbero adattare il sistema attuale ampliando il potere normativo e dando alle agenzie d’intelligence un accesso maggiore ai dati personali degli utenti. La proposta cinese sul nuovo ip è molto più radicale e prevede un sistema centralizzato d’imposizione delle regole incorporato nell’architettura tecnica di internet. L’Arabia Saudita, l’Iran e la Russia già in passato hanno appoggiato le proposte cinesi di tecnologie di rete alternative, sostengono delle fonti che hanno assistito alle riunioni dell’Itu. I documenti consultati dal Financial Times dimostrano che i progetti per questa nuova rete sono già stati elaborati e che i lavori sono partiti. Ogni paese sarà libero di adottare, se vuole, il nuovo protocollo.
“In questo momento abbiamo due versioni di internet: una versione capitalistica di mercato basata sulla sorveglianza, che applica una logica di sfruttamento; e una versione autoritaria, anch’essa basata sulla sorveglianza”, osserva Zuboff. “La domanda è: l’Europa e il Nordamerica uniranno le forze per costruire il quadro di riferimento giuridico e tecnologico per un’alternativa democratica?”.
Il nuovo mondo digitale
La presentazione del nuovo ip dipinge un quadro del mondo digitale del 2030 in cui la realtà virtuale, la comunicazione olografica e la chirurgia a distanza saranno onnipresenti e per il quale la rete di oggi è inadeguata. Il protocollo ip tradizionale è descritto come “instabile” e “largamente insufficiente”, con “molti problemi di sicurezza, affidabilità e configurazione”. Secondo il documento, la nuova rete dovrebbe avere invece una “architettura calata dall’alto” e favorire progetti di condivisione dei dati tra i governi “per metterli al servizio dell’intelligenza artificiale, della raccolta dati e di ogni altro tipo di applicazione”. Molti esperti temono che con il nuovo ip i fornitori di accesso a internet, generalmente di proprietà statale, avrebbero il controllo di tutti i dispositivi collegati alla rete e sarebbero in grado di sorvegliare e bloccare i singoli accessi.
Il sistema è già in costruzione grazie al lavoro di ingegneri “del mondo industriale e accademico” in “diversi paesi”, ha spiegato a settembre Sheng Jiang, capo del team della Huawei, che però non ha voluto svelarne i nomi. Tra il pubblico c’erano diversi reduci dell’Itu, tra cui rappresentanti dei governi di Regno Unito, Stati Uniti, Paesi Bassi, Russia, Iran, Arabia Saudita e Cina.
Per alcuni partecipanti, l’idea stessa è un anatema. Se il nuovo ip fosse accettato dall’Itu, gli operatori statali sarebbero liberi di scegliere se sviluppare una rete di tipo occidentale o una basata sul modello cinese. Nel secondo caso, all’interno di quei paesi ciascun utente avrebbe bisogno dell’autorizzazione del proprio fornitore d’accesso per fare qualsiasi cosa – da scaricare un’app a navigare in un sito – e gli amministratori avrebbero il potere di negargli l’accesso anche solo per capriccio. Invece che collegarsi a un unico world wide web (una rete che abbracci tutto il mondo), i cittadini sarebbero costretti a collegarsi a un mosaico di internet nazionali, ognuna con le proprie regole, un concetto che in Cina è noto come sovranità informatica. I recenti avvenimenti in Iran e in Arabia Saudita ci offrono un’anteprima di questo possibile nuovo modello. Durante i disordini i governi di entrambi i paesi hanno oscurato il collegamento a internet per periodi prolungati, consentendo solo un accesso limitato a servizi essenziali come banche o assistenza sanitaria. In Russia la nuova legge sull’“internet sovrana” approvata a novembre sancisce il diritto del governo di controllare il traffico web e allo stesso tempo dimostra la capacità del paese di isolarsi dalla rete globale, una capacità maturata anche grazie all’aiuto di aziende cinesi come la Huawei.
Gli esperti a questo punto si chiedono se la strategia cinese sul governo di internet possa passare da un atteggiamento difensivo, in cui Pechino si accontenta d’imporre un controllo autoritario sull’internet cinese, a uno più assertivo, in cui invita apertamente gli altri paesi a seguire il suo esempio.
I creatori del nuovo ip assicurano che parte della tecnologia sarà pronta per essere collaudata entro il 2021. Gli sforzi per convincere le delegazioni culmineranno in un’importante conferenza dell’Itu che si terrà in India a novembre. Per convincere l’agenzia dell’Onu ad approvare il nuovo protocollo entro l’anno in modo che possa essere ufficialmente “standardizzato”, i rappresentanti devono raggiungere un consenso interno basato su una sorta di accordo di maggioranza. Se i delegati non riusciranno ad accordarsi, la proposta sarà votata a porte chiuse dai paesi membri, senza tenere conto dei pareri dell’industria e della società civile.
Questa tabella di marcia serrata sta mettendo particolarmente in ansia le delegazioni occidentali, tanto che qualcuno ha chiesto di rallentare il processo. Tra i critici più feroci del nuovo ip c’è lo svedese Patrik Fältström, un ingegnere anticonformista, noto in patria come uno dei padri di internet. All’inizio degli anni ottanta, mentre frequentava la facoltà di matematica a Stoccolma, Fältström fu incaricato di costruire e testare l’infrastruttura di una nuova tecnologia che il governo degli Stati Uniti all’epoca chiamava internet. Il suo compito era scrivere una serie di protocolli che consentissero ai computer di scambiarsi messaggi. “In Europa ci lavoravano forse cento persone in Svezia, cento nel Regno Unito, cinquanta qui, venti là, ci conoscevamo tutti. Scherzando ci dicevamo che se c’era un problema, sapevi chi chiamare”, racconta. Oggi Fältström è consulente digitale e rappresentante del governo svedese presso la maggior parte degli organismi che si occupano di definire gli standard di internet, tra cui l’Itu. “L’architettura di internet fa sì che per un fornitore di accesso sia quasi impossibile sapere a che scopo è usato un collegamento a internet e regolamentarlo”, osserva. “Questo è un problema per le forze dell’ordine e per altri soggetti che attraverso i fornitori d’accesso vorrebbero impedire che la rete sia usata per attività illecite come la pirateria digitale o gli abusi sui minori. Personalmente sono disposto ad accettare che ci siano criminali autori di reati e che la polizia non riesca a contrastarli tutti. Per me è un sacrificio accettabile”. Per Fältström, la bellezza di internet è la sua natura “senza vincoli”, come si è visto durante la primavera araba. “Dobbiamo ricordare”, dice, “che va trovato un equilibrio tra la capacità di comunicare e quella di controllare, ma tra le due la cosa più importante è sempre che le persone abbiano una voce”.
Un esercito di censori
Un punto di vista opposto si registra dalle parti di Wuzhen, un villaggio fluviale vicino a Shanghai che ogni autunno si svuota per fare spazio a dirigenti d’azienda, studiosi e politici che partecipano all’ambiziosa World internet conference. L’evento è stato istituito dall’Amministrazione del ciberspazio cinese, l’autorità di controllo di internet, nel 2014, un anno dopo che il presidente Xi Jinping è arrivato al potere. Una fila di bandiere di tutti i paesi del mondo saluta i visitatori, in un esplicito rimando alla visione di Xi di creare “una comunità per un futuro condiviso nello spazio digitale”. Alla conferenza sono intervenuti in passato i manager delle più grandi aziende tecnologiche, da Tim Cook della Apple a Steve Mollenkopf della Qualcomm, ricompensando in qualche modo gli sforzi di Xi di riunire in Cina l’élite tecnologica internazionale. Negli ultimi anni, tuttavia, con l’intensificarsi della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina molti dirigenti hanno preferito non farsi vedere troppo allineati alle posizioni di Pechino e le presenze internazionali sono diminuite.
Un precedente giustifica questi timori. Alla prima edizione dell’evento, a notte fonda gli organizzatori hanno infilato sotto le porte delle stanze d’albergo degli invitati una bozza di dichiarazione congiunta a sostegno della tesi di Xi sul diritto di ogni nazione alla “sovranità informatica”, invitando ciascuno degli ospiti a restituire eventuali modifiche prima delle otto. Dopo una serie di proteste, gli organizzatori hanno lasciato cadere la questione. Ma il solo fatto che ci abbiano provato la dice lunga sulle ambizioni digitali di Xi.
All’inizio degli anni novanta il governo cinese cominciò a sviluppare quello che oggi è noto come _great firewall _(grande muraglia digitale), un sistema di controlli che impedisce ai cittadini di connettersi a siti stranieri vietati (da Google al New York Times) e blocca i contenuti interni politicamente sensibili con l’obiettivo di prevenire le mobilitazioni di massa online. Questi controlli tecnici sono possibili grazie all’opera di un esercito di censori reclutati direttamente da Pechino o da aziende tecnologiche private come Baidu e Tencent. Mentre in qualsiasi altra parte del mondo chiunque può tecnicamente ospitare un sito web sul suo computer collegato a internet, in Cina ci vuole una licenza. I fornitori di servizi di telecomunicazione e internet, inoltre, sono chiamati a collaborare con la polizia andando alla ricerca di presunti “reati”, come chiamare Xi Jinping “raviolo al vapore” in una chat privata, un’offesa punibile con due anni di carcere.
Nonostante questo, l’internet cinese non riesce a bloccare tutti i contenuti considerati sensibili o pericolosi. “La permeabilità della rete mondiale è sempre un motivo di frustrazione per i censori cinesi. Il problema è stato affrontato con enorme dispendio di denaro ed energie, ma se riuscissero a eliminarlo alla radice attraverso un processo automatizzato e tecnico, per esempio con un nuovo ip, per loro sarebbe fantastico”, osserva James Griffiths, autore di The great firewall of China. “Costruire una nuova versione di internet potrebbe impedire a più persone di acquisire conoscenze politicamente pericolose, risparmiando alla censura un’enorme quantità di energie, denaro e manodopera. Potrebbero scegliere i controlli che vogliono, svilupparli a livello tecnologico e renderli operativi”.
Imporre un’alternativa sofisticata alla rete occidentale risponde anche alle ambizioni di Pechino di estendere la sua influenza digitale a livello globale. “Agli albori di internet, la Cina era molto indietro e come numerosi altri paesi non si era accorta di quanto sarebbe stata dirompente”, spiega Julia Voo, direttrice della ricerca alla China cyber policy initiative presso il Belfer center dell’università di Harvard. “Quando ne ha capito l’importanza, ha destinato più risorse allo sviluppo delle tecnologie e negli ultimi due o tre anni l’influenza cinese in molte organizzazioni per la definizione degli standard, come l’Itu, è cresciuta. Ma gli Stati Uniti e altri paesi hanno commesso un errore strategico non accorgendosi dell’importanza dello sviluppo delle infrastrutture nei mercati emergenti”, aggiunge. “Negli ultimi dieci anni sono state le aziende cinesi a metterle in piedi, soprattutto in Africa”.
Pechino ha firmato un protocollo d’intesa per la realizzazione di una “via della seta digitale” (un sistema di infrastrutture informatiche avanzate) con 16 paesi. La Huawei sostiene di avere 91 contratti per la fornitura di strumenti di telecomunicazione wireless 5g in tutto il mondo, di cui 47 con l’Europa, a dispetto degli avvertimenti statunitensi secondo cui il coinvolgimento della Huawei equivale a dare ai cinesi accesso ai segreti della sicurezza nazionale. “Grazie alla capacità di controllare e sorvegliare internet in Cina, e grazie al successo economico delle sue aziende, Pechino ha reso questo modello molto attraente per i regimi di tutto il mondo, autoritari e non”, scrive Griffiths.
Il pendolo si è spostato a est
L’Itu è stata istituita 155 anni fa ed è una delle organizzazioni internazionali più antiche al mondo, precedente anche alle Nazioni Unite. Il tunisino Bilel Jamoussi è il capo dei gruppi di studio dell’Itu, le unità che sviluppano e ratificano gli standard tecnici. Jamoussi estrae un volume azzurro da una gigantesca libreria: è la sua tesi di dottorato sul traffico internet, scritta 25 anni fa. All’epoca circolò l’idea di creare un nuovo protocollo di rete per soddisfare la crescente base di utenti. Alla fine, però, gli ingegneri scelsero di lavorare sull’infrastruttura tcp/ip esistente. Questa tecnologia, inventata alla fine degli anni settanta dagli ingegneri informatici del dipartimento della difesa degli Stati Uniti, permetteva di trasmettere messaggi tra computer alla velocità della luce grazie a uno speciale sistema di reindirizzamento. “Oggi secondo me siamo a un altro punto di svolta, dove stiamo cercando di capire se il protocollo tcp/ip è sufficiente o se invece serve qualcosa di nuovo”.
L’Itu fu creata per supervisionare le prime reti internazionali di telegrafia. Da allora i paesi membri sono passati da 40 a 193 ed è diventata l’organismo ufficiale per la definizione degli standard delle reti di telecomunicazione. Gli standard definiti dall’organizzazione legittimano le nuove tecnologie e i nuovi sistemi agli occhi di alcuni governi, in particolare quelli dei paesi in via di sviluppo che non fanno parte di altre istituzioni legate a internet. Di fatto, però, regalano un vantaggio commerciale alle aziende che hanno sviluppato la tecnologia su cui quegli standard si basano.
Come costruire una rete pubblica su infrastrutture di proprietà privata? Questo è il problema che stiamo affrontando
Negli ultimi 21 anni Jamoussi ha assistito a un cambiamento geopolitico. “Il pendolo si è spostato a est, e oggi vediamo una maggiore partecipazione di Cina, Giappone e Corea del Sud”, spiega. “Vent’anni fa erano l’Europa e il Nordamerica a dominare lo sviluppo di prodotti, soluzioni e standard”.
Il nuovo ip è l’ultima granata lanciata nel campo dell’Itu, ma non è certo il primo standard internet proposto in alternativa al sistema originario progettato in occidente. I governi di Russia, Arabia Saudita, Cina e Iran insistono da anni sull’idea di reti alternative, osservano alcuni delegati che hanno chiesto di rimanere anonimi. “All’inizio degli anni duemila, una volta che internet si era diffusa in tutto il mondo, improvvisamente spuntò l’idea della democratizzazione, di dare agli utenti più controllo e più informazioni. Per i governi autoritari non era una cosa di cui rallegrarsi”, spiega un membro della delegazione del Regno Unito. “E così, intorno ai primi anni duemila, all’inizio soprattutto in Cina, poi anche in Iran e in Russia, cominciarono a studiare un’alternativa agli standard e alle tecnologie che erano ancora in gran parte sviluppati dagli statunitensi”. Negli ultimi anni le aziende cinesi sono passate al nuovo ip. “C’è un nuovo paradigma; non è più voce, testo, video e gente che chatta, parliamo di controlli in tempo reale da remoto, telepresenza e ologrammi”, spiega Jamoussi. “Queste nuove applicazioni richiedono nuove soluzioni. E ora si può fare, non è più fantascienza”.
Alla testa del progetto per il nuovo ip c’è Richard Li, capo scienziato della Futurewei, la divisione ricerca e sviluppo della Huawei in California. Con il supporto esplicito del governo cinese, Li ha lavorato con gli ingegneri della Huawei in Cina e con le aziende statali di telecomunicazioni China Mobile e China Unicom per sviluppare le proposte di specifiche e standard tecnologici del nuovo protocollo. Il fatto che la Huawei guidi le operazioni ha fatto suonare un campanello d’allarme sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove i governi temono che i cinesi stiano sviluppando tecnologie per lo spionaggio di stato. L’avvento del 5g – una rete a larghezza di banda molto più ampia che sarà la spina dorsale digitale di un mondo ancora più automatizzato – ha fatto sorgere il sospetto che i prodotti sviluppati dalla Huawei nascondano una specie di “ingresso di servizio” per le spie di Pechino. Nel 2019 gli Stati Uniti hanno inserito la Huawei nella lista nera delle aziende sgradite, proibendole di fatto di vendere i suoi prodotti sul mercato statunitense, mentre nel Regno Unito è in corso una battaglia parlamentare sul coinvolgimento della Huawei nella realizzazione del nuovo sistema di telecomunicazioni del paese.
Secondo gli scettici, i presupposti tecnici della documentazione del nuovo ip sono falsi o poco chiari e rappresentano la “soluzione di un problema che non c’è”. L’attuale sistema ip, sostengono, è perfettamente adatto allo scopo, anche in un mondo in rapida digitalizzazione. “Internet ha una struttura modulare, fatta di blocchi liberi, è la sua natura”, dice Alissa Cooper, presidente della Internet engineering task force (Ietf), un organismo statunitense che si occupa di standard internet e di cui fanno parte soprattutto aziende del settore. A novembre Li ha presentato il progetto del nuovo ip a un gruppo ristretto durante un incontro della Ietf a Singapore, a cui ha partecipato anche Cooper. “L’infrastruttura attuale è l’esatto opposto del nuovo ip, che da quanto si capisce è una specie di architettura monolitica, calata dall’alto, che vorrebbe stabilire un collegamento stretto tra le applicazioni e la rete. Esattamente quello che internet è stata progettata per non essere”, osserva. Le implicazioni per l’utente medio potrebbero essere enormi. “Si sta mettendo il controllo nelle mani di operatori gestiti dallo stato”, dice un membro della delegazione Itu del Regno Unito. “Questo significa che non solo sarebbe possibile controllare l’accesso a determinati tipi di contenuti online o tracciarli, ma si potrebbe effettivamente controllare l’accesso di un dispositivo a una rete”.
La Cina sta già creando un sistema di valutazione del credito sociale dei cittadini basato sui comportamenti online e offline e sulle “infrazioni” commesse, aggiunge il delegato. “Quindi, se il punteggio del credito sociale di una persona scende sotto una determinata soglia perché posta troppo sui social network, si può impedire al suo telefono di collegarsi alla rete”. Gli operatori cinesi di telecomunicazioni dispongono di una grande quantità di dati sui loro abbonati. Per legge, per avere un numero di telefono o una connessione internet i clienti devono registrarsi usando il loro nome e un documento d’identità, che poi diventano accessibili a una serie di aziende e soggetti terzi come le banche.
Jamoussi sostiene che non è compito dell’Itu giudicare se le proposte per una nuova architettura di internet siano “calate dall’alto” o possano essere usate in modo improprio da governi autoritari: “Ovviamente qualsiasi cosa si costruisce è un’arma a doppio taglio. Ogni cosa può essere usata a fin di bene o no, ed è una decisione che spetta a ogni singolo stato. All’Itu non entriamo nel merito dei possibili usi impropri della tecnologia”. Il fatto che Pechino voglia introdurre più controlli nell’infrastruttura di internet per molti non è un problema, ma semplicemente un’evoluzione naturale. “Internet doveva essere un’infrastruttura neutrale, ma è diventata un braccio di controllo politico. Sempre più spesso le infrastrutture internet sono usate per scopi politici, per reprimere le persone economicamente e fisicamente: ne abbiamo avuto una prova nel Kashmir, in Birmania e leggendo le rivelazioni di Edward Snowden”, osserva Niels ten Oever, ex delegato olandese dell’Itu. “Per me, la domanda fondamentale è: come costruire una rete pubblica su infrastrutture di proprietà privata? Questo è il problema che stiamo affrontando. Qual è il ruolo dello stato rispetto a quello delle aziende?”.
A suo avviso le aziende progettano le tecnologie principalmente per trarne profitto. “Internet è dominata dalle aziende statunitensi, tutti i dati passano da loro. Quindi è ovvio che vogliano mantenere questo potere”, dice. “Siamo spaventati dalla repressione cinese. Stiamo facendo della Cina una caricatura a metà strada tra l’imperialista e il razzista. Ma la realtà è che il governo di internet oggi non funziona. C’è spazio per un’alternativa”.
La terza via
Sembra ci sia un consenso generale sul fatto che abbiamo ormai bisogno di una migliore versione dello spazio digitale. “Agli occhi di molti il nostro attuale modello di internet è profondamente imperfetto, se non guasto. Per ora c’è solo un altro modello davvero completo e pienamente realizzato, ed è quello cinese”, scrive Griffiths. “Il rischio è che se non riusciamo a trovare un terzo modello – in grado di dare autonomia agli utenti, di aumentare il tasso di democrazia e trasparenza online e allo stesso tempo di arginare il potere delle grandi aziende tecnologiche e dei servizi di sicurezza dei governi – saranno sempre di più i paesi che si allineeranno al modello cinese, per non dover affrontare le conseguenze del fallimento di quello della Silicon valley”.
Ma c’è ancora una speranza, e forse anche una terza alternativa ai due modelli di internet di oggi. “Ciò che ci differenzia oggi dalla Cina è che in occidente l’opinione pubblica può ancora mobilitarsi e avere voce in capitolo. È compito soprattutto dei legislatori proteggere la democrazia in un’epoca di sorveglianza, qualunque sia la forza che c’è dietro, il mercato o una spinta autoritaria”, osserva Zuboff. “Il gigante addormentato della democrazia si sta finalmente alzando, i legislatori si stanno svegliando, ma hanno bisogno di sentire l’opinione pubblica alle loro spalle. C’è bisogno di una rete occidentale capace di esprimere la visione di un futuro digitale compatibile con la democrazia. È questa la missione del prossimo decennio”. ◆ fas
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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati