La cultura del surf che oggi si sta sviluppando lungo le coste africane non è una novità arrivata da un altro paese: è una rinascita, il recupero e la reinterpretazione di tradizioni antiche. Il surf cominciò ad affermarsi in modo indipendente in molti paesi africani, dal Senegal all’Angola, già quattro secoli fa. L’Africa vanta migliaia di chilometri di coste, acque calde e onde spumeggianti, e i suoi abitanti sono bravi nuotatori, pescatori e navigatori esperti, che per secoli hanno cavalcato con le piroghe anche le onde più alte.
Gli africani usavano tavole corte, di un metro e mezzo al massimo, dove stavano in ginocchio, seduti o in piedi. Il documentarista statunitense Bruce Brown affermò di aver introdotto il surf in Ghana quando andò nel paese per girare il film The endless summer _(“L’estate senza fine”, 1966). Ma basta osservare meglio le scene girate sulla spiaggia di Labadi, vicino ad Accra, per cambiare idea: se si distoglie lo sguardo dai due surfisti statunitensi protagonisti, Robert August e Mike Hynson, si vedono sullo sfondo dei ragazzi di etnia ga in equilibrio su tavole tradizionali, che ancora oggi si usano in alcune spiagge. Inoltre nel documentario si vedono uomini ga che usano con grande abilità le tavole lunghe portate lì dagli statunitensi, un’altra dimostrazione del fatto che in questa zona il surf ha una lunga tradizione. A volte gli africani usavano anche tavole più lunghe, di circa tre metri e mezzo, pagaiando per spostarsi su grandi distanze. Negli anni venti del novecento l’antropologo britannico Robert Rattray diede quella che è ancora oggi la migliore descrizione, corredata di foto, dell’uso di tavole e pagaie sul lago Bosumtwi, nell’entroterra ghaneano a circa duecento chilometri da Cape Coast. Gli abitanti del posto, gli ashanti, credevano che “il dio antropomorfo del lago”, Twi, non tollerasse l’uso delle canoe, quindi per non suscitare l’ira divina impararono a pescare usando delle tavole chiamate _padua o mpadua, al plurale. Queste tavole erano usate anche per attraversare il cratere vulcanico dove si era formato il lago, che ha un diametro di 8,5 chilometri.
Ancora sconosciuto
La prima descrizione del surf in Africa si deve al mercante e avventuriero tedesco Michael Hemmersam, che viaggiò in Africa occidentale nella prima metà del seicento. Ma la sua è una testimonianza problematica, perché osservava qualcosa di completamente sconosciuto. Pensando di trovarsi di fronte a un gruppo di bambini della Costa d’Oro (il nome del Ghana durante il dominio britannico) che imparavano a nuotare, Hemmersam scrisse che i genitori “li legavano alle tavole e li lanciavano in acqua”.
Successivamente altri europei descrissero scene simili. In realtà in quelle popolazioni, probabilmente dell’etnia fanti, s’imparava a nuotare prima, verso i sedici mesi, e in modi più efficaci e gratificanti. Se quelle fossero state lezioni di nuoto, avrebbero causato molti annegamenti.
Alcuni diari di viaggio successivi sono più precisi. Nel 1834, mentre si trovava ad Accra, l’esploratore britannico James Alexander scrisse: “Dalla spiaggia si potevano ammirare alcuni ragazzi che nuotavano in mare, con tavole leggere sotto il ventre. Aspettavano un’onda e poi scivolavano sulla sua cresta”.
L’oceano è sempre stato un luogo spirituale per gli africani
Esistono anche testimonianze di bodysurfing (lo scivolare sull’acqua usando solo il corpo). Nel 1887 un viaggiatore inglese osservò un uomo di nome Sua “nel suo elemento, mentre danzava ed eseguiva acrobazie tra le onde, come se fin dall’infanzia avesse vissuto in mare tanto quanto sulla terraferma”. Quando un’onda si avvicinava “Sua osservava la spiaggia e si sollevava sulla cresta orientandosi verso la terraferma e lasciandosi trascinare a grande velocità, come fanno le canoe che si avvicinano alla riva”.
I pescatori usavano delle tavole lunghe e delle piroghe leggere per navigare. Alcuni resoconti raccontano queste attività a Capo Verde, in Costa d’Avorio, in Congo, in Angola e in Camerun. Anche sulle canoe usate dai kru della Liberia ci sono molte testimonianze.
Nel 1861 il viaggiatore angloirlandese Thomas Hutchinson osservò i pescatori batanga del Camerun meridionale usare delle tavole-canoe, “lunghe al massimo due metri, larghe dai 35 ai 40 centimetri e spesse da dieci a quindici centimetri”, del peso di circa sette chili. Per i batanga il lavoro diventava una specie di gioco, scrisse Hutchinson: “Durante i pochi giorni trascorsi a Batanga ho notato che spesso gli uomini interrompevano le loro attività, tra cui la pesca, per cavalcare le onde che s’infrangevano sulla costa. C’era un punto particolare della costa che sembrava più adatto, perché lì l’onda, probabilmente per via di una barriera, poteva percorrere centinaia di metri. Gruppetti di quattro o cinque uomini avanzavano spediti, evitando alcune onde e montando in cima ad altre con l’agilità e la sicurezza degli uccelli acquatici. Raggiunta l’onda più lontana, giravano la punta della piroga verso riva con un colpo di pagaia, cavalcandola e adattando la traiettoria. Con una precisa mossa, sollevando la poppa della piroga in modo che potesse ricevere in pieno la forza dell’onda, riuscivano a raggiungere una velocità impressionante”.
Quel tipo di surf aprì agli africani nuove opportunità economiche, perché anticipando i movimenti delle onde impararono a spostarsi lungo la costa. In questo modo crearono dei collegamenti tra le comunità di pescatori, le zone di pesca e le rotte delle grandi navi commerciali. Sulla costa atlantica dell’Africa, spesso battuta da forti onde, ci sono pochi porti naturali. L’unico modo per arrivare al largo era usare piroghe che fossero in grado di superare le onde, ma anche abbastanza rapide e manovrabili da poter scivolare fino a riva.
Una risorsa economica
In Africa il surf si è sviluppato come trasmissione di saperi da una generazione all’altra, trasformando le spiagge più adatte a praticarlo in luoghi di aggregazione sociale e culturale, dove i giovani potevano vivere un’esperienza olistica dell’oceano. Sospendendo i loro corpi sulle creste, i ragazzi impararono a riconoscere le onde in base alla forza con cui l’oceano li spingeva e li trascinava. In questo modo studiarono la lunghezza e la fisica dei flutti e la loro tendenza a presentarsi in serie, a intervalli di diversi minuti tra una serie e l’altra. Soprattutto, il surf gli insegnò che per cavalcare un’onda bisogna raggiungere la stessa velocità, una cosa che gli europei capirono solo alla fine dell’ottocento. Un viaggiatore inglese, raccontando il modo in cui gli adulti sfruttavano le lezioni apprese da bambini per manovrare le tavole, notò che “contavano le onde, e sapevano quando e come pagaiare in sicurezza”, e di solito aspettavano l’ultima e la più impetuosa della serie per partire.
In un’epoca di scarse risorse energetiche – in cui le comunità cercavano di sfruttare la forza del vento, degli animali e dei fiumi – gli africani che abitavano sulle coste dell’oceano Atlantico usavano la spinta delle onde per portare a riva le piroghe cariche di pesce e mercanzie. Incanalare l’energia del mare faceva parte del loro lavoro quotidiano. Tra il quattrocento e la metà del novecento, prima della costruzione dei moderni porti, i commercianti-surfisti tenevano in piedi le economie coloniali facendo la spola tra la costa e le navi al largo, trasportando i prodotti che venivano esportati o importati dall’Africa.
Nel quattrocento quegli stessi commercianti-surfisti fecero scoprire agli europei, che raramente sapevano nuotare abbastanza bene per surfare, il piacere di cavalcare le onde. Nel suo libro del 1853 Journal of an african cruiser, l’ufficiale di marina statunitense Horatio Bridge descrisse con toni enfatici i surfisti-canoisti di Cape Coast: “Lo sbarco avviene su grandi canoe che trasportano i passeggeri tra le rocce, in sicurezza e senza farli bagnare nonostante le onde alte quindici metri. Si prova un piacere particolare nel lasciarsi sollevare da una forza irresistibile proveniente dal basso, innalzandosi e poi precipitando, con la sensazione di scendere fino in fondo all’oceano”. Alcuni trasportatori fissavano una sedia sulla prua della loro imbarcazione per offrire uno spettacolo migliore ai passeggeri bianchi più intrepidi.
Gli africani sapevano benissimo che gli europei avevano il terrore di affogare e di essere divorati dagli squali non appena avessero messo piede nelle acque africane, e sfruttavano questa paura, concedendosi varie acrobazie nautiche, per far lievitare le mance. Il 16 ottobre 1783 nel castello di Osu (un ex forte danese conosciuto come Christianburg), ad Accra, il botanico tedesco Paul Isert scrisse: “Gli europei hanno tentato invano di raggiungere la riva con le loro piccole scialuppe appuntite. Si sono quasi sempre capovolte. A quel punto, i neri hanno cominciato a prepararsi per affrontare i flutti. Il capitano della piroga ha rivolto un breve discorso al mare, poi ha versato un paio di gocce di brandy come offerta e ha colpito diverse volte entrambi i lati dalla piroga con il pugno chiuso. Il rituale è stato eseguito con grande solennità. Spesso, dopo l’inizio della traversata, i marinai hanno dovuto pagaiare in senso opposto, perché non avevano calcolato correttamente l’intervallo tra le onde. Si dice che lo facciano di proposito, per tenere i bianchi in mare il più a lungo possibile, nella speranza di ottenere una bottiglia di brandy più grande in segno di riconoscimento”.
Divinità acquatiche
L’oceano è sempre stato un luogo spirituale per gli africani, e le piroghe, intagliate con strumenti di ferro dal legno degli alberi di ceiba, erano considerate oggetti sacri. Alti e maestosi, gli alberi di ceiba collegavano la terra al cielo. Alcune comunità credevano che dentro i loro tronchi ci fossero le anime dei bambini che aspettavano di nascere. Le piroghe erano considerate maschili o femminili a seconda del modo in cui cavalcavano le onde. L’anima del legno passava dagli alberi alle tavole, e comunicava con gli spiriti dell’acqua. Il regno ancestrale si trovava sul fondale dell’oceano, le cui acque erano popolate da spiriti e divinità. I pescatori e i mercanti facevano delle offerte alle piroghe e alle divinità acquatiche, che li ricompensavano con un viaggio sicuro e fruttuoso.
I popoli che abitavano la costa che va dal Senegal al Sudafrica, ma anche dell’entroterra, come i dogon del Mali e del Burkina Faso, credevano in divinità dall’aspetto di sirene. La più venerata era Mami wata (Madre acqua), uno spirito protettivo e benevolo con grandi poteri, tra cui quello di muoversi tra il presente e il futuro. Mami wata proteggeva i suoi seguaci dall’annegamento e a volte trascinava un nuotatore o un canoista (e presumibilmente anche un surfista) fino alle profondità dell’oceano, nel regno degli spiriti, rivelandogli misteri preziosi e riportandolo in superficie più forte, saggio, fortunato e bello di prima.
Come i costruttori di tavole da surf, gli intagliatori progettavano le loro piroghe in base alle onde che avrebbero dovuto affrontare. C’erano centinaia di varianti, e ognuna era abbastanza specifica da avere un nome. Le differenze erano dovute alle condizioni locali, come l’inclinazione del fondale e la forma, le dimensioni e la potenza dei flutti. I pescatori ga di Labadi usavano tre tipi diversi di piroghe su una spiaggia lunga appena quattro chilometri: la Ali lele, la Fa lele e la Tfani lele.
I fanti svilupparono e diffusero la tavola-piroga a tre punte. Quando si pagaia rapidamente, le tre punte ravvicinate aumentano la superficie della tavola perché non lasciano passare molta acqua. I fanti viaggiarono molto, dalla Liberia fino all’Angola, portando con sé la loro abilità di surfisti e le loro piroghe.
I ga adottarono la piroga usata dai fanti nel settecento. La forma di quella tavola è richiamata in una discutibile battuta sul cannibalismo nel documentario The endless summer, in cui la voce fuori campo del regista Bruce Brown dice che “quando i surfisti si avvicinano pensi che stiano arrivando con le forchette puntate per mangiarti a cena”.
Più a nord si trovavano le caratteristiche piroghe del Senegal e del Gambia, con il loro arco accentuato, sviluppate dai marinai niuminka che vivevano sulle isole del fiume Diomboss, a nord del fiume Gambia. I lebu della penisola senegalese del Cap Vert e altri gruppi etnici portarono contributi rilevanti. Le loro piroghe furono progettate per cavalcare le alte onde dalla forma tubolare che si abbattono sulle spiagge del Senegal e del Gambia rivolte a ovest.
Successivamente la tratta degli schiavi portò gli africani e le loro culture nelle Americhe, dove Mami wata e altre divinità trovarono nuove acque. Gli schiavi ripresero le antiche tradizioni. Secondo alcune testimonianze, già nel settecento gli schiavi africani praticavano il surf dal South Carolina fino al Brasile. ◆ as
Kevin Dawson insegna storia all’università della California a Merced. Questo testo è tratto da Afrosurf, il primo libro sulla cultura originale del surf in Africa, pubblicato dall’azienda sudafricana Mami Wata (mamiwatasurf.com) per raccogliere fondi da destinare in beneficenza.
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Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati