M. lavora come opinionista al New York Times. La sua famiglia è emigrata dall’Unione Sovietica negli anni ottanta e il padre ha cercato, grazie al ricongiungimento familiare, di portare più parenti possibili negli Stati Uniti. Tra questi la sorella Lenna e il figlio Allen, che vanno a vivere a casa di M. nel 1990. M. ha sempre visto il suo primo cugino Allen come uno spaccone: rumoroso, volgare, faceva sfoggio di macchine sportive e si vantava di piccoli affari poco trasparenti. Un giorno Allen viene arrestato per aver tentato di assoldare un killer per far uccidere le moglie e oggi sta scontando la sua pena in un carcere del New Jersey. Ira Glass, colui che più di tutti ha contribuito a rendere il podcasting un fenomeno di massa, ha ribadito più volte durante la promozione che “Serial ha inventato il genere true crime”. Qualcosa però si è rotto. La narrazione di M. è difficile da seguire, la storia troppo articolata per essere una metafora del rapporto tra il giornalismo e la sfera personale. Si sente la mancanza delle idee sonore che avevano reso la prima stagione di Serial un fenomeno da milioni di ascolti: le telefonate dal carcere, per esempio, suonano come un’autocitazione. Il podcast sta ricevendo critiche tiepide e questa potrebbe essere l’occasione per reinventare un genere che sembra aver stancato anche chi lo fa.
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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati