Un cane ben addestrato è di servizio in una splendida giornata a Panama City Beach, in Florida. È la primavera del 2022: il sole splende e c’è gioia nell’aria. Poi scoppia il caos. Il collega umano del cane, un poliziotto bianco e robusto, in uniforme, armato e visibilmente irritato, sta urlando contro una giovane donna di colore in bikini. Lei si allontana, ma l’agente la insegue insieme al cane, mentre altre persone accorrono e gridano.
Non è chiaro cosa abbia scatenato il parapiglia, parzialmente ripreso in un video molto mosso. Un giovane ragazzo nero, che sembra un liceale, cerca di calmare la situazione, ma l’agente non si placa. Afferra il ragazzo per il collo e lo scaraventa a terra, immobilizzandolo.
I presenti urlano: “Non ha fatto nulla!”. Il cane ne ha abbastanza, e attacca la persona che si comporta in modo violento, il suo stesso conduttore, mordendo il braccio dell’agente. Quando il video va online, il cane è celebrato come l’eroe del giorno per aver difeso la giustizia e l’equità.
Il benessere della nostra società dipende da queste qualità, che molti considerano esclusivamente umane. Le ricerche, però, mostrano che anche gli animali le possiedono. In un mondo in cui si abusa spesso del potere, la morale si fa scivolosa e la disonestà si insinua nel discorso pubblico, gli animali possono offrire lezioni preziose sull’etica, la saggezza politica e la salute della società. Alcuni animali sembrano avere il senso di cosa è giusto e cosa è sbagliato, come ha dimostrato il cane poliziotto a Panama City Beach, e anche un senso di equità. Un cane può dare la zampa a un umano più volte, senza ricevere ricompense, semplicemente perché gli piace farlo. Ma se un secondo cane è invitato a unirisi a loro e riceve un premio, quello non ricompensato può mostrare segni di stress e rifiutarsi di continuare a giocare: percepisce che non è giusto.
Allo stesso modo, in un celebre esperimento dei ricercatori Frans de Waal e Sarah Brosnan, alcune femmine di cebo cappuccino addestrate al baratto mostrarono chiaramente il loro senso di equità. I ricercatori ne premiavano una con dell’uva (che i primati adorano) e un’altra con dei cetrioli (che apprezzano meno).
Quando la seconda scimmia vide l’altra ricevere l’uva, si rifiutò di continuare a partecipare. Anni dopo, i ricercatori ripresero l’esperimento con altre scimmie, per verificare la reazione: la seconda scimmia reagì furiosamente, scuotendo la gabbia e lanciando fette di cetriolo contro gli studiosi.
Anche per le manguste nane l’equità conta. Di giorno, mentre cercano cibo in gruppo, una fa da sentinella per sorvegliare i predatori. Si alternano in questo ruolo. Di sera, quando tutte si puliscono a vicenda, chi ha passato più tempo di guardia riceve più cure, com’è giusto che sia. Le manguste nane si preoccupano anche di far valere la giustizia. Se una è stata aggressiva durante il giorno, magari spingendo un’altra lontano dal cibo, le altre lo tengono a mente e la puliscono meno.
Molti animali infliggono punizioni per torti percepiti, inclusi alcuni grandi felini, i canidi e i primati. Nel 2000 un gruppo di babbuini si trovava vicino a una strada di montagna in Arabia Saudita quando uno di loro fu investito e ucciso da un’auto. L’intero gruppo si raccolse nel lutto e nella rabbia, rimanendo a osservare ogni veicolo in transito per tre giorni, finché videro di nuovo l’auto che aveva ucciso il loro compagno. La fecero fermare lanciando delle pietre, poi distrussero il parabrezza e costrinsero il conducente a fuggire. Anche le tigri possono essere vendicative, e prendono di mira specificamente chi le ha provocate.
I babbuini fecero fermare l’auto che aveva ucciso il loro compagno lanciando delle pietre, poi distrussero il parabrezza
I canidi sanno che l’onestà paga. Il biologo ed etologo Marc Bekoff osserva nella Vita emozionale degli animali (Haqihana 2014) che, anche se a volte “mentono” – per esempio facendo un “inchino di gioco” in segno di amicizia e poi attaccando – possono subire gravi conseguenze per la disonestà. I coyote che mentono sono emarginati dal branco, mentre i cani che “imbrogliano” possono essere svergognati ed evitati dagli altri.
Onestà, giustizia, equità e il comportamento morale mostrato dal cane poliziotto fanno parte dell’etica che mantiene le società in salute. Anche nei gesti più piccoli, l’etica conta. Non si tratta di un vezzo del comportamento umano, ma di una dimostrazione di rispetto per gli altri, fondamentale per la salute sociale. E gli umani non sono gli unici animali a rispettarla.
Gli scimpanzé del Royal Burgers’ zoo di Arnhem, nei Paesi Bassi, avevano imparato la regola dei custodi: i pasti sono serviti solo quando sono arrivati tutti. Ma un giorno, come riportato da Time nel 2007, due scimpanzé adolescenti preferirono restare fuori a giocare che entrare a mangiare. Gli altri dovettero aspettare per ore, sempre più affamati e irritati. Quando i due scimpanzé ribelli finalmente si presentarono, i custodi li protessero dall’ira degli altri mettendoli in un’area separata per la notte. Il giorno seguente, quando rientrarono nel gruppo, gli altri li presero a botte, insegnando loro un po’ di buone maniere. Quella sera i due furono i primi a entrare per la cena.
Fratelli minori
Molte filosofie indigene considerano gli esseri umani come i “fratelli minori della creazione”, e pensano che gli animali abbiano delle lezioni da insegnarci. Per millenni, molto prima della nostra entrata in scena, gli animali sociali, che vivono in società e cooperano per sopravvivere, hanno creato culture intrise di etica. Come scrive Bekoff, “le origini della virtù, dell’uguaglianza e della moralità sono più antiche della nostra specie”.
Secondo alcuni antropologi australiani, osserva l’etologa Temple Grandin, gli esseri umani primitivi osservavano i lupi e imparavano da loro. Gli indigeni australiani lo esprimono in modo ancora più diretto: “I cani ci rendono umani”. Milioni di anni prima di noi, l’etica del lupo prevedeva l’accudimento dei cuccioli, la condivisione del cibo con chi era troppo ferito, malato o vecchio per cacciare, e l’inclusione nel branco di amici oltre ai parenti genetici. Questo codice richiedeva anche di essere un buon individuo e un buon membro del gruppo.
Le società umane, per quanto diverse tra loro, condividono in larga parte un’etica simile a quella dei lupi: allevare i piccoli, proteggere la tribù, considerare i bisogni di infermi, feriti o anziani e valorizzare la cooperazione di chi non è legato da vincoli di sangue, cioè gli amici. È una forma di biomimesi applicata al mondo etico. I lupi lo facevano per primi e noi li abbiamo imitati.
Nei racconti tradizionali gli animali sono spesso al centro di una questione etica. Molti affrontano temi di riparazione sociale, in cui l’eroe subisce un torto e la giustizia viene ristabilita. Nella fiaba dei fratelli Grimm La guardiana delle oche, l’eroina è stata ingannata e calunniata, ma il suo cavallo, Falada, mostra la sua autorità morale rivelando la verità. Nel Gatto con gli stivali, il figlio più giovane del mugnaio è stato ingiustamente diseredato, ma il gatto vendica il torto procurandogli una fortuna inaspettata.
Il rimedio narrativo offerto da queste storie è spesso un vero e proprio farmaco etico contro i mali sociali. La saggezza delle fiabe, in accordo con l’intuizione delle filosofie indigene, sembra dirci: se cercate la moralità osservate gli animali.
Molte società hanno apertamente attribuito agli animali il compito di sorvegliare il comportamento umano. Una leggenda dell’antica Grecia racconta di un ladro che aggredì un poeta e lo abbandonò, credendolo morto. Con le ultime forze, il poeta chiamò in soccorso le gru che volavano sopra di lui. Gli uccelli divennero poliziotti e seguirono il ladro, girando su di lui finché non si sentì costretto a confessare.
In molte tradizioni indigene si parla della figura archetipica di un animale, spesso chiamato maestro, maestra o signore degli animali, che protegge le creature dagli abusi dei cacciatori, regolando l’etica umana. Per gli ojibwe (o anishinaabe, come si definiscono), il gruppo indigeno più numeroso degli Stati Uniti, questa figura è l’orso del cielo, l’archetipo dell’animale orso, che apprezza la generosità e disdegna l’egoismo e l’eccesso.
Tra molti altri popoli nativi del Nordamerica l’archetipo è conosciuto come il maestro orso, che vigila sulla caccia: gli esseri umani non devono prendere più del necessario né mancare di rispetto agli animali. Anche i comportamenti offensivi e lo spreco offendono il maestro orso. Queste norme etiche sono sorprendentemente diffuse: premiano il rispetto e la generosità e puniscono l’avidità. Le ritroviamo anche nelle fiabe degli aiutanti animali.
In tutta l’Amazzonia, il maestro degli animali è un guardiano che protegge le sue creature dalla caccia eccessiva. Può apparire a un cacciatore in sogno, turbando la sua coscienza. Se il monito è ignorato, il maestro degli animali può punire il cacciatore, privandolo delle sue prede.Quando ero in Amazzonia nel 2000 rimasi colpita dai paralleli tra questa figura e il dio greco Pan, che protegge gli animali e spinge le persone a comportarsi bene nei loro confronti.
Secondo la tradizione dei cree di Chisasibi i cacciatori devono trattare bene i caribù e non cacciarne troppi. Questi animali frequentavano regolarmente le terre dei cree, che li trattavano con rispetto, finché, all’inizio del novecento, non cominciarono a usare fucili a ripetizione e persero il controllo, uccidendo più esemplari di quanti ne potessero trasportare. I caribù scomparvero per decenni, ma nell’inverno tra il 1982 e il 1983, alcuni tornarono. L’anno successivo arrivarono in gran numero in un’area accessibile ai cacciatori, e per circa un mese ci fu una caccia frenetica. La gente sparava indiscriminatamente, uccidendo di nuovo più caribù di quanti ne potesse portare via. Gli anziani erano preoccupati e avvertirono che, se non avessero rispettato gli animali, questi non sarebbero più tornati.
L’anno successivo, infatti, i caribù erano quasi scomparsi. Gli anziani ricordarono ai cacciatori l’ultima lunga assenza degli animali: dovevano essere proprio loro a perdere per sempre il rispetto dei caribù? I giovani cacciatori, mortificati, prestarono attenzione e, secondo il biologo Peter Miles, questo ebbe un impatto molto più forte di qualsiasi regolamento o legge governativa.
In questa epoca di sconvolgimenti gli animali ci offrono un dono rassicurante e fondamentale, rimanendo sempre se stessi
Le potenti azioni degli animali possono essere viste come una forma di legge naturale che governa la moralità. Forse la modernità, nel suo progressivo distacco dalle menti degli animali selvaggi e liberi, ha reciso anche il legame con qualcosa di prezioso e necessario: una coscienza pubblica, condivisa e visibile.
Votare con le zampe
Le società sane hanno bisogno di una politica sana, e gli animali possono offrire modelli illuminanti. Alcuni indicono veri e propri “referendum”, prestando particolare attenzione alle preferenze reciproche. I cervi reali, dopo essersi fermati a riposare o a mangiare, si muovono solo quando il 62 per cento degli adulti si è messo in piedi. Quando i bufali africani decidono collettivamente di spostarsi, contano solo i voti delle femmine, espressi stando in piedi e guardando nella direzione scelta, per poi sdraiarsi di nuovo. Osservano le compagne e, quando un numero sufficiente di femmine manifesta la volontà di muoversi, partono insieme.
Nel suo libro La democrazia delle api (Montaonda 2017), Thomas Seeley descrive i complessi processi decisionali di questi insetti per trovare un nuovo alveare o guidare le compagne verso aree di foraggiamento per nettare e polline. Le decisioni dipendono da una ricerca accurata e dalla comunicazione sincera di ciascuna ape. Le esploratrici volano in cerca di un nuovo sito e danzano per trasmettere i loro risultati. Altre verificano i siti segnalati e danzano per indicare quelli migliori. Ascoltano le obiezioni e ricontrollano i luoghi. Il nuovo nido viene scelto quando tutte le esploratrici sono d’accordo, danzando per lo stesso sito.
Le api offrono un modello per la formazione del consenso nelle assemblee cittadine, dove le persone prendono decisioni condivise dopo un’attenta riflessione. Le società umane sane potrebbero ispirarsi a questo “programma politico” delle api: dire la verità, non sopprimere il dissenso, ascoltare gli esperti e danzare, sempre.
Anche la cesena, un uccello dal piumaggio delicatamente screziato di miele, mostra un livello di cooperazione straordinario. È molto più piccola del suo nemico, la cornacchia grigia, che razzia le sue uova dai nidi. Il primo principio dell’azione politica è trovare alleati. Così le cesene si radunano, volano sopra la cornacchia e lanciano un grande attacco sincronizzato, ricoprendola di escrementi e costringendola ad allontanarsi per pulirsi le penne.
Quando pensiamo ai sistemi politici, di solito guardiamo ai processi umani. Eppure alcuni animali mettono in pratica forme di organizzazione politica da cui potremmo imparare qualcosa per migliorare la salute delle nostre società.
Negare l’umanità
Azione collettiva delle cesene? Ritorsione dei babbuini? Sanzioni tra le manguste nane? Equità nei cani? C’è forse un problema di antropomorfismo?
Il termine antropomorfismo è troppo spesso rivestito di un certo razionalismo parziale, che tende verso il meccanomorfismo, cioè trattare gli animali come macchine che danno risposte automatiche seguendo l’istint0. L’accusa di antropomorfismo è comunemente usata per deridere chi riconosce negli animali una piena intelligenza: chi pensa sia con la logica sia con la metafora, chi osserva non solo attraverso misurazioni di dati ma anche sensibilità intuitiva.
Noi esseri umani non conosciamo con certezza ciò che succede nella mente di altri esseri umani, perciò dobbiamo ascoltare due volte, confrontando quello che sentiamo con la nostra esperienza. Ci affidiamo all’intuito e osserviamo le nostre reazioni. Il giurato entra empaticamente nella pelle della presunta vittima, riconosce il suo pallore, la comprende e le crede. L’affinità con gli altri umani ci autorizza a ipotizzare e a cercare di entrare nelle loro menti attraverso ciò che sentiamo.
Siamo prossimi agli altri animali per ascendenza comune e continuità evolutiva, e quando osserviamo gli animali, soprattutto i mammiferi, agire in un certo modo in una data situazione, possiamo intuire qualcosa delle loro menti. L’accusa di antropomorfismo è usata per stigmatizzare l’attribuzione di tratti o emozioni umane agli altri animali, ma le nostre caratteristiche e intenzioni sono molto spesso condivise con altre specie.
Le nostre emozioni sono in fondo anche le loro, così come i modi di esprimerle. L’amore è calore, vicinanza, contatto. La rabbia è un afflusso violento di sangue. La paura è un freddo raggelante. Gli esseri umani condividono con altri animali umorismo, linguaggio, cultura, amicizia, spiritualità, arte, politica, amore materno e senso della casa. A un certo punto diventa perfino ridicolo rivendicare come “umane” caratteristiche così chiaramente condivise con altre creature.
Un approccio più saggio è quello del cosiddetto antropomorfismo critico: non una traduzione diretta dei comportamenti animali in termini umani, ma l’uso dell’empatia come strumento interpretativo. L’antropomorfismo critico considera la visione del mondo dell’animale – ciò di cui ha bisogno, ciò che sente, ciò che conosce e desidera – e fonde queste informazioni in modo creativo con una risposta umana. Tiene conto, anche implicitamente, dell’ascendenza comune e della parentela intrinseca tra gli esseri viventi. Coniato a metà degli anni ottanta, il concetto è stato utile per riconoscere gli animali come esseri viventi e soggettivi, invece di considerarli poco più che robot dotati di riflessi.
È molto lontano dall’essere una scienza esatta ed è forse per questo che alcuni scienziati, ancora immersi nell’urgenza illuminista di eliminare tutto ciò che odora di incertezza, misticismo o cultura indigena, lo guardano con fastidio. È piuttosto un’arte, una filosofia, ma è uno strumento legittimo per comprendere gli animali. L’antropomorfismo critico non è un nemico del metodo scientifico, ma un suo alleato.
Sempre più osservatori sostengono che chi attacca l’antropomorfismo è vittima di un blocco nichilistico del pensiero, intrappolato nella cosiddetta antroponegazione. Il termine, coniato da Frans de Waal, indica “l’incapacità di riconoscere caratteristiche simili a quelle umane negli altri animali o caratteristiche animali in noi stessi”. L’onere della prova, oggi, sembra essersi spostato: spetta ai detrattori dell’antropomorfismo dimostrare che gli animali non hanno reazioni ed emozioni paragonabili alle nostre.
Medicina sociale
Gli animali possono offrire una forma di medicina sociale con la loro semplice presenza fisica. Quando le persone accarezzano un gatto, i livelli di ossitocina aumentano. Quando interagiscono con il proprio cane, i livelli di questo ormone possono quasi raddoppiare in entrambi. Questo fa bene non solo all’individuo, ma alla società nel suo insieme. Il neuroscienziato statunitense Paul Zak definisce l’ossitocina la “molecola morale”, perché motiva le persone a trattare le altre con compassione.
Vivere con degli animali può agire come una profilassi sociale per una ragione molto semplice: la compagnia degli animali è un rimedio alla solitudine. Tenere animali domestici è, del resto, un antico universale umano. Le popolazioni indigene, dall’Artico all’Amazzonia, hanno sempre avuto animali con sé.
In uno studio del 2013 su anziani proprietari di cani che vivevano soli, il 75 per cento degli uomini e il 67 per cento delle donne ha dichiarato che il proprio cane era il loro unico amico. Questo è essenziale per il benessere di una società, perché la solitudine rende vulnerabili e aumenta il rischio di malattie e disturbi mentali.
In questa epoca di sconvolgimenti tecnologici, politici e climatici, abbiamo disperatamente bisogno degli animali. Ci offrono un dono rassicurante e fondamentale, rimanendo sempre se stessi. La stessa colomba che torna da Noè e si posa per Picasso attraversa ancora il cielo della nostra mente. Un asino è sempre un asino, e la costanza del suo essere offre una quiete stabile nella tempesta. Gli animali ci aiutano a restare con le zampe per terra.
È rassicurante sapere che, quando vero e falso, giusto e sbagliato, verità e menzogna si confondono, alcune creature possono ancora offrire uno sguardo lucido su come comportarsi bene. ◆ svb
Jay Griffiths è una scrittrice britannica. Il suo ultimo libro è How animals heal us (Penguin Books 2025).
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati