La prima volta che ho letto le recensioni di Yelp sul negozio di mio padre, mi è preso un colpo. Non erano tutte positive, e naturalmente ho letto prima le più critiche. Mio padre, Frank, ha un negozio di prodotti audio e video ad alta fedeltà a San Francisco, dove fa anche riparazioni. L’autore di una recensione gli dava una stella, dicendo di aver aspettato cinque settimane che il suo giradischi fosse riparato. Mi sono tornate in mente le volte in cui, dopo la scuola, restavo al negozio fino alle nove di sera perché papà doveva finire una riparazione. Un altro tizio si lamentava perché mio padre gli aveva risposto al telefono sbottando: “Che c’è? Sono mooolto occupato!”. Ricordo di averlo sentito rispondere così una volta, quand’ero ragazzina. Era in attesa con la banca o con un fornitore e la seconda linea telefonica continuava a squillare. Ero rimasta di sasso. “Be’, spero che tu sia cosììì occupato da non avere NESSUN cliente”, concludeva l’autore della recensione.
I denigratori, però, erano una minoranza. Mio padre aveva avuto tra i suoi clienti il politico democratico George Moscone (“un tipo molto alla mano”) e la figlia di Walt Disney, Diane Disney Miller (“piccola come Topolina e gentile con tutti”). “Come Frank non c’è nessuno!”, diceva una recensione. “Pensavo di poter affidare un lavoro delicato e costoso solo a lui, e non mi sbagliavo!”. “Se non siete esperti di audio, vi proporrà dei prodotti con un buon rapporto qualità/prezzo”, scriveva un altro. “Sono trent’anni che vado da lui. Non andrei da nessun altro”. Una “perla del quartiere”.
È più difficile stabilire il valore della cocciuta indipendenza dei piccoli imprenditori o la loro importanza collettiva per lo spirito della comunità?
E poi c’era la recensione di uno che non aveva comprato niente. Aveva chiuso la sua auto lasciando le chiavi dentro, e ringraziava mio padre per avergli lasciato usare il telefono del negozio. Un impiegato di Walmart farebbe la stessa cosa? Avrebbe il diritto di farlo? I grandi supermercati sono concepiti in modo tale che i lavoratori non escano quasi mai. Non partecipano al “balletto del marciapiede” della “buona città” descritto da Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane. Nel Greenwich village di metà novecento immortalato nel suo libro, i fruttivendoli tenevano le chiavi dei vicini e ricevevano i loro pacchetti, e i commessi dei negozi di dolciumi tenevano d’occhio i bambini. Perfino i bevitori che si riunivano sotto le viscose luci arancioni davanti alla White House tavern rendevano la strada più sicura occupandola. La prima volta che ho letto il libro, quindici anni fa, ho detto a mio padre di procurarselo, cosa che ha fatto diligentemente, nella libreria in fondo alla strada. Era il primo libro che leggeva da quando aveva cominciato a lavorare nel negozio, nel 1975.
Alla fine degli anni sessanta, a San Francisco, mio padre invitava i suoi compagni di liceo ad ascoltare musica con vari giradischi. Dopo che se n’erano andati, puliva le loro impronte dal legno e dal vetro, un’abitudine che sua madre descriveva con orgoglio alle amiche. Nel tempo libero mio padre smontava e rimontava oggetti (orologi, radio, amplificatori) e, per mantenersi durante il college, trovò un lavoro in un negozio di riparazioni di impianti audio e video. Voleva diventare un dj radiofonico e conduceva un programma settimanale alla radio del College of San Mateo, un’emittente locale affiliata alla National Public Radio. Ma quando gli chiedo che musica metteva, dice che non se la ricorda. Potevano trasmettere solo musica leggera, e comunque per lui la qualità del suono era importante quanto l’artista.
Dopo un po’ passò dal laboratorio di riparazioni all’ufficio vendite, com’era pomposamente chiamata una stanza di cinque metri per sette con la moquette verde acqua e una porta di vetro scorrevole e insonorizzata. Un giorno nel negozio entrò un’infermiera, e mio padre le vendette un videoregistratore. La chiamò un paio di volte per sapere se funzionava bene, e alla fine le chiese se voleva accompagnarlo alla Dickens fair (una fiera dove tutto – oggetti e persone – sembra uscito da un romanzo di Dickens). Mia zia, che ci lavorava, gli aveva rimediato due biglietti. Sette anni dopo quell’infermiera, che aveva sette anni più di lui, mi metteva al mondo. Alla fine degli anni ottanta Frank diventò comproprietario del negozio, poi negli anni novanta rilevò tutta l’attività.
Per quarantacinque anni la vita di mio padre ha ruotato intorno a questo negozio, Harmony Audio Video. Era la ragione per cui ogni giorno usciva presto di casa ed era sempre in ritardo quando veniva a prendermi a scuola, la ragione per cui per 25 anni non si è preso un giorno di ferie. Anche la mia vita, da piccola, ruotava intorno al negozio. Quand’ero in seconda elementare mia madre, malata di tumore al seno, sviluppò delle metastasi (è morta quando avevo dieci anni). Da quel momento, dopo la scuola restavo al negozio fino alle sette o alle otto di sera, poi tornavamo a casa in macchina, un tragitto di quaranta minuti lungo la costa fino a El Granada, una località un po’ meno cara. Per mio padre tenermi con sé voleva dire non pagare una babysitter. In cambio, mi cedeva la seconda linea telefonica del negozio lasciandomi parlare con amici e compagni di classe. Se avevo una domanda da fargli mentre era con un cliente dovevo scriverla su un pezzo di carta, che prendevo tra le centinaia di foglietti colorati su cui elencava le offerte del mese.
Il negozio mi ha permesso di frequentare una scuola privata a San Francisco (con l’aiuto di una borsa di studio) e, quand’ero al liceo, di trovare un lavoretto estivo tra pipette e provette (uno dei clienti lavorava in un laboratorio di analisi del sangue). Non mi spingerò a dire che il negozio era un perno della comunità – nessuno ha veramente bisogno di altoparlanti strafighi o di uno schermo piatto cristallino – ma era un crocevia dove interagivano diversi strati della comunità: medici, pezzi grossi dell’industria tecnologica, proletari italiani di North Beach come mio padre, che andavano pazzi per le macchine veloci e gli altoparlanti di lusso, ma anche musicisti ed esperti di video che mio padre assumeva e per i quali elaborava piani di partecipazione agli utili.
Quand’ero una ragazzina l’inessenzialità di altoparlanti e televisori m’indignava. L’istruzione di qualità che mia madre mi aveva voluto dare, e che mio padre aveva orgogliosamente sostenuto, aveva prodotto una dodicenne insopportabile. La televisione, così avevo sentenziato, era uno spreco, e non perdevo occasione di ricordare a mio padre che quello che faceva era superfluo. A un certo punto lui mi disse che da grande non dovevo sentirmi obbligata a lavorare nel suo negozio, cosa che mi commosse perché era evidente che non ne avevo nessuna intenzione. Mia madre diceva sempre che non avrebbe voluto fare l’infermiera, e mio padre si augurava che trovassi un lavoro a cui appassionarmi.
Un’altra cosa che mio padre non aveva bisogno di dire era che amava il suo lavoro. Gli piaceva invitare i clienti a stendersi sulla finta poltrona Eames della sala audio e sparare a tutto volume della musica o un film – Terminator 2, Independence day, The rock – in surround sound, con il subwoofer che rimbombava. È stata la colonna sonora della mia infanzia. Apprezzava gli apparecchi che producevano fedelmente le geometrie del rumore, i suoni appuntiti e quelli rotondi, i suoni acuti e quelli profondi. Leggeva dalla prima all’ultima pagina Stereophile e altre riviste specializzate, investiva in nuovi prodotti, ne studiava il funzionamento. Adottava subito tecnologie che diventavano poi onnipresenti: cd, dvd, bluetooth, streaming, Sonos. A volte toppava: ricordate i laser disc? Ne ha armadietti pieni. Il vantaggio e lo svantaggio di un’attività come la sua è che la tecnologia avanza senza sosta, dando ai clienti nuovi prodotti da desiderare ma costringendo i venditori a correre per non rimanere indietro.
Ho il sospetto che la mia istintiva diffidenza verso il negozio avesse un’altra causa: mi aveva reso testimone della vulnerabilità di mio padre. All’inizio degli anni duemila, quand’ero al liceo, Frank puntava a un incasso giornaliero medio di duemila dollari, e in effetti era quello che guadagnava. “Medio”, però, voleva dire che c’erano giornate buone e altre meno buone. A volte entrava un medico e un’ora dopo comprava un intero sistema home theater. Ma capitava anche che un avvocato facesse una valanga di domande per poi annunciare che sarebbe andato da Best Buy. O magari entrava Lou Reed, insultava Čajkovskij che in quel momento usciva dalle casse, comprava delle cuffie Grado da settecento dollari per una session di registrazione allo Skywalker Ranch di George Lucas e, a registrazione finita, le faceva riportare indietro da un assistente. Le giornate peggiori erano la domenica e il lunedì, quando mio padre non lavorava. Spesso chiamava il negozio e scopriva che non avevano venduto niente.
Non era andata sempre così. Mio padre aveva cominciato a lavorare nell’epoca d’oro dell’audio di alta qualità. Alcuni prodotti di alta gamma erano disponibili solo presso rivenditori autorizzati, formati a spese dei produttori. La Yamaha spedì mio padre alle Bahamas e la B&W lo invitò a visitare la loro fabbrica in Inghilterra, uno dei suoi ricordi più belli. Andò con mia madre (era previsto un programma turistico per i partner, quasi tutte donne). Un tempo i produttori di sistemi audio e video ad alta fedeltà si coordinavano con un gran numero di rivenditori indipendenti, ma con l’arrivo di internet, che ha moltiplicato i canali per raggiungere i clienti, le cose sono cambiate. L’ultima volta che mio padre è andato a un convegno è stata a metà degli anni novanta a Phoenix. Riportò con sé un cactus bonsai che, vent’anni dopo, è in ottima forma, a differenza dell’industria dell’audio.
A sentire i politici statunitensi, il governo riempirebbe di aiuti le piccole imprese, ma da tempo queste dichiarazioni non corrispondono alla realtà. L’ultimo serio provvedimento federale a sostegno dei commercianti al dettaglio indipendenti risale al 1936 (se poi sia stato efficace, è un altro discorso). La legge Robinson-Patman vietava a coltivatori, produttori e grossisti di fare sconti alle catene di distribuzione in caso di acquisti all’ingrosso, anche se quegli sconti si traducevano in prezzi più bassi per i consumatori. “Molte persone pensano che per tutelare la democrazia nel governo, negli Stati Uniti”, dichiarò Wright Patman, che era al congresso, “dobbiamo tutelare la democrazia nell’attività economica”. Poco dopo, il congresso approvò un’altra legge a favore delle piccole imprese, vietando i prezzi predatori, cioè la vendita di beni o servizi a prezzi stracciati per schiacciare la concorrenza.
Ma il tentativo di regolamentare i prezzi fu in gran parte un fallimento, perché i grandi rivenditori finirono semplicemente per trattare prodotti leggermente diversi. Inoltre fece nascere sofisticate operazioni di lobbying da parte delle aziende. Nel 1938 Patman propose un’imposta progressiva per i venditori che operavano in più stati. La catena di negozi A&P – in seguito accusata di praticare prezzi predatori – reagì lanciando una campagna pubblicitaria su 1.300 giornali per denunciare l’imposta ed evidenziare quanto fossero bassi i prezzi dei suoi supermercati. La proposta fu accantonata.
Quello stesso anno il presidente Franklin D. Roosevelt invitò mille piccoli imprenditori a una conferenza a Washington, sperando di convincerli a sostenere il new deal. Ma la bellezza del piccolo imprenditore – la sua ostinata e a volte radicale indipendenza – era anche una debolezza politica. Fu impossibile convincerli a mettersi d’accordo su qualcosa.
Nei decenni seguenti il numero delle piccole imprese ha subìto varie oscillazioni. Poi, a partire dagli anni sessanta, i tribunali alle prese con casi di monopolio hanno cominciato a dare la priorità ai prezzi ridotti per i consumatori, piuttosto che tutelare l’accesso al mercato delle imprese concorrenti. Tra il 1997 e il 2007 la quota di fatturato delle cinquanta più grandi aziende statunitensi è cresciuta in tre quarti dei settori industriali. I prezzi bassi possono sembrare una buona idea, ma il risultato, da mezzo secolo a questa parte, è una disuguaglianza economica così forte che molti lavoratori sono troppo poveri per beneficiarne.
Un tempo Best Buy, colosso della vendita di elettronica al dettaglio, era la principale nemesi di mio padre. Ogni lunedì, quando non lavorava, vedevamo l’enorme megastore blu mentre percorrevamo la Central freeway sulla via di casa. Quasi sempre mio padre se ne usciva con un commento sarcastico sui prodotti elettronici “fatti per rompersi” e sugli impiegati frettolosi. Lavorando dodici ore al giorno, all’inizio degli anni duemila riusciva ancora a portare a casa quasi centomila dollari all’anno.
Poi è arrivato l’iPhone, e con lui l’ubiquità degli acquisti online. L’impatto di internet, per mio padre, non è stato solo negativo. Gli ha permesso di vendere vecchi pezzi di apparecchi su eBay e di cercare dritte su riparazioni complicate nei forum di audiofili. In pochi clic poteva anche vedere i prezzi proposti dai megastore e provare a batterli. Ma molti consumatori si accontentavano di ascoltare musica in streaming sui loro computer, nonostante il suono metallico. E, in linea generale, l’industria ha cominciato a schierarsi contro i piccoli rivenditori. Amazon è diventato sempre più potente, puntando sulla promessa di consegne in tempi record e a prezzi imbattibili, anche se le offerte spesso non duravano (“Ho fatto un confronto con i prezzi online e ho visto che, nella maggior parte dei casi, i prodotti di Harmony costano un dollaro in meno rispetto ad Amazon”, scriveva un cliente sulla pagina Yelp di mio padre). Il vero trionfo di Amazon è il suo monopolio non sui prezzi, ma sulla nostra immaginazione.
Per 35 anni Harmony è stato aperto sette giorni su sette, ma dopo la grande recessione del 2007-2009 Frank ha deciso di chiudere il lunedì, e poi anche la domenica. Uno dopo l’altro, i suoi due impiegati a tempo pieno si sono congedati: uno è andato in pensione, l’altro a lavorare nell’industria cinematografica. Mio padre non li ha sostituiti. Quand’ero ragazzina, non capitava quasi mai che nel negozio lavorasse solo una persona. Negli ultimi dieci anni è diventata la norma. Un amico pensionato di mio padre a volte viene a dare una mano e a fare due chiacchiere, facendosi pagare solo se c’è bisogno di lui. L’unica cosa che ha permesso a mio padre di fare un po’ di soldi (e sottolineo un po’) sono le installazioni su misura. Gli Stati Uniti postindustriali sono un’economia dei servizi: ci sono i ricchi e quelli che li servono. L’anno scorso a San Francisco, la città della prosperità tecnologica, mio padre si è concesso uno stipendio di appena 12mila dollari, preferendo reinvestire nel negozio e mettere mano al suo fondo pensione per pagare le bollette.
Quindi già prima che scoppiasse la pandemia, la situazione non era facile. Il 17 marzo 2020 la San Francisco bay area è stata la prima zona degli Stati Uniti a decretare il lockdown, spezzando quasi 45 anni di routine nella vita di mio padre, per il suo bene. Frank non ha comunque rinunciato ad andare quasi ogni giorno al negozio. Poteva farlo perché le riparazioni erano considerate un servizio essenziale. Teneva le luci spente e la porta del negozio chiusa a chiave e stava nel retro, ad armeggiare con le console e a saldare apparecchi.
Dopo aver chiesto un aiuto attraverso un programma di sostegno alle piccole e medie imprese, ha scoperto che il governo aveva esaurito i fondi. Amministrato dai principali istituti bancari del paese, il programma è stato usato per favorire le grandi imprese vicine alle banche. L’università di Harvard, le catene di ristoranti Ruth’s Chris steak house e Shake Shack, e varie aziende del settore alberghiero controllate da Monty Bennett, grande finanziatore di Donald Trump, hanno ricevuto decine di milioni di dollari di aiuti durante il primo ciclo del programma. Moltissime piccole imprese si sono sentite dire che i fondi erano finiti. Le grandi aziende hanno restituito i finanziamenti solo in seguito a un’ondata di proteste e dopo che la regolamentazione federale era stata modificata per evitare questo tipo di abusi.
Oltre al danno è arrivata la beffa: il congresso ha usato la legge Care (coronavirus aid, relief, and economic security act), che istituiva il programma di sostegno alle piccole e medie imprese, per approvare 174 milioni di dollari di agevolazioni fiscali. Era una richiesta avanzata da tempo da promotori immobiliari, società di private equity e grandi aziende. Come spiega il giornalista del New York Times Jesse Drucker, “non esistono campagne di pressione da parte di gruppi d’interesse pubblico su questi complicati fondi”. Solo un ristretto numero di lobbisti che si occupano di fisco ci capisce qualcosa. È l’ennesimo esempio di un sistema che è arrivato a favorire i grandi a scapito dei piccoli. Durante la pandemia, mio padre ha continuato a pagare le poche persone che ancora lavoravano per lui, compreso un ex commesso che scrive una briosa newsletter quindicinale (con tanto di recensioni cinematografiche!). Le altre spese erano poche. Nonostante ciò, sessanta giorni dopo l’inizio della pandemia si è reso conto che il fondo cassa del negozio sarebbe rimasto vuoto entro la fine del mese.
Ha pensato di presentare una domanda nel quadro del secondo ciclo del programma di sostegno alle piccole e medie imprese, ma di fronte alla mole d’informazioni richieste e alle regole che continuavano a cambiare non se l’è sentita. Non è stato l’unico a scoraggiarsi. Quattro ore prima della scadenza per le domande, il 30 giugno 2020, quando rimanevano ancora 130 milioni di dollari da assegnare e innumerevoli piccole imprese in difficoltà, il senato ha prorogato il termine di cinque settimane. A metà maggio mio padre, che non è mai stato una persona ragionevole, ha ragionevolmente osservato: “Sono uno degli ultimi a lavorare nel settore dell’audio ad alta qualità. Perché dovrei sbattere la testa contro un muro come uno scemo? È ora di smettere”. A 68 anni, ha presentato una domanda di pensione e mi ha detto che avrebbe chiuso una volta per tutte.
Era da due anni che lo supplicavo di andare in pensione, ma quando mi ha comunicato la sua decisione al telefono ho fatto fatica a rimanere calma. In un certo senso mio padre era stato fortunato. Aveva contribuito al suo fondo pensione e aveva raggiunto l’età pensionabile. Eppure sembrava una fine indecente dopo tanti anni. “Io non sono solo il mio negozio”, mi ha detto. Per quasi tutta la sua vita da adulto, ogni sua decisione aveva dimostrato il contrario.
Poi, lunedì 15 giugno 2020 San Francisco ha autorizzato la riapertura dei negozi nel rispetto delle misure di sicurezza. Mio padre il lunedì era chiuso, ma non poteva perdere il grande evento, così ha lavorato per sei giorni di seguito, senza stipendio (non incassava soldi del negozio da gennaio). Aveva visto giusto. Durante la pandemia gli altoparlanti wireless erano andati a ruba e non si trovavano più, ma lui ne aveva tanti in magazzino. A sentir lui, le persone un po’ più grandi di me avevano voglia di sostenere i negozi di quartiere. I suoi clienti fedeli – persone che conosce da decenni, che hanno figli, lavori e problemi a cui mio padre s’interessa – lo hanno fatto felice presentandosi al negozio con la mascherina, i capelli lunghi, alcuni di loro quasi irriconoscibili, dicendogli che non avrebbero fatto acquisti da nessun’altra parte.
Più di quattrocentomila piccole imprese hanno chiuso dall’inizio della pandemia e, secondo i dati dell’Hamilton project (un’iniziativa della Brookings institution), molte altre migliaia sono a rischio. In tutto il paese i negozietti a conduzione familiare falliscono, sciolgono i contratti di affitto, affiggono messaggi d’addio scritti a mano. “Siamo tristi e dispiaciuti che sia arrivato il momento di dire zai jian” (arrivederci), si leggeva su un foglio attaccato alla vetrina dello storico ristorante di dim sum Ton Kiang, a San Francisco. “Negli anni avete condiviso con noi i vostri matrimoni e anniversari, avete celebrato da noi i momenti importanti della vostra vita, abbiamo ospitato le vostre riunioni di famiglia. Custodiremo questi ricordi e la vostra amicizia per sempre”.
Quante di queste piccole imprese saranno sostituite? Cosa andrà perduto se invece spariranno? Paragonare i prezzi è facile. È più difficile stabilire il valore della cocciuta indipendenza dei piccoli imprenditori o la loro importanza collettiva per lo spirito della comunità, forse perfino per l’idea di America. “Quello che mi colpisce negli Stati Uniti non è tanto la straordinaria grandezza di alcune imprese industriali, è l’innumerevole moltitudine delle piccole imprese”, scriveva Alexis de Tocqueville nel 1835.
Mio padre, così felice di essere tornato in pista, ha fatto finta di non avermi mai detto che voleva chiudere il negozio. Lavorava nel settore del commercio al dettaglio (punto negativo), ma vendeva prodotti da usare in casa (punto positivo). Ancora per un po’, avrebbe continuato ad alzare il volume nella sala audio, che è casa sua. ◆ fs
Francesca Mari è una giornalista statunitense. Questo articolo è uscito sull’Atlantic con il titolo What my dad gave his shop.
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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati