Christoph Koch, 62 anni, ha il discorso pronto da giorni, una pagina e mezza scritta fitta. Il titolo è “Quanto fa davvero la Bayer per proteggere le api?”. Da tempo Koch , un apicoltore professionista che vive delle sue 140 colonie di api, fa questa domanda all’azienda chimico-farmaceutica tedesca. Da anni partecipa alla sua assemblea generale manifestando all’esterno insieme ad agricoltori, ambientalisti, medici e altri gruppi che s’interessano di salute, animali, biodiversità e clima. Dopo che l’azienda ha comprato il colosso statunitense Monsanto, le proteste contro la Bayer sono aumentate.
Ma quest’anno tutto è diverso: a causa della pandemia di covid-19, la riunione annuale degli azionisti si può svolgere solo online. In molti, tra attivisti e investitori, si sentono privati dei loro diritti. Anche gli anni scorsi l’assemblea generale della Bayer aveva trovato spazio sui social network, dove le persone postavano commenti e foto e c’erano anche dirette in streaming. Ora è possibile esprimere il proprio dissenso solo online: la pandemia sta cambiando anche le forme di protesta. Ma le contestazioni online sono ugualmente efficaci? Le domande poste nel corso di un’assemblea in videoconferenza non possono essere accompagnate da applausi o fischi. All’inizio di aprile l’organizzazione degli azionisti critici e il coordinamento contro i pericoli della Bayer (Cbg) hanno inviato una lettera aperta al consiglio d’amministrazione e al consiglio di sorveglianza dell’azienda. La lista delle lamentele era lunga. Con le misure per contenere la diffusione del covid-19 è stata “abolita la possibilità di fare ulteriori domande in caso di risposte evasive”, i piccoli azionisti sarebbero inoltre “ridotti al silenzio”. Anche le associazioni degli agricoltori hanno inviato un loro comunicato: la Bayer continua a fare affari con semi geneticamente modificati e pesticidi, ma non vuole “assumersi alcuna responsabilità per le conseguenze dei suoi prodotti sull’agricoltura, sull’ambiente e sulla salute umana”, ha detto Bernd Schmitz, presidente del Land del Nord Reno-Westfalia, che ha una fattoria con cinquanta mucche da latte e ottanta ettari tra campi, prati e pascoli.
“Si può protestare anche online attraverso social network come Twitter o Instagram”, dice Markus Beckedahl, ex attivista e fondatore della piattaforma Netzpolitik. Bastano alcuni hashtag, per esempio #protest, ma in casi specifici se ne possono usare anche altri, più o meno diffusi: #Bayer, #stopBayerMonsanto, #Glyphosat. Sono molto popolari anche le videoconferenze. “L’online e l’offline non sono più così separati”, dice Beckedahl. “Se fatte bene, le proteste nei social network o nei siti personali possono raggiungere molta più gente di quella presente di persona, di cui magari non parla nessun giornale o nessuna tv”.
Il cuore dei movimenti
Le regole di distanziamento sociale imposte per arginare la pandemia rappresentano “una grave restrizione alla libertà di riunione”, sostiene la ricercatrice Sabrina Zajak, che studia i conflitti legati alla globalizzazione. “Le proteste in strada sono il cuore dei movimenti, ma ora sono impossibili”. Zajak è una sociologa e dirige a Berlino il dipartimento consenso e conflitto del Centro tedesco per la ricerca sull’integrazione e la migrazione (Dezim), oltre a lavorare per l’Istituto di ricerca sui movimenti di protesta (Ipb). Le proteste online esistono da quando è cominciata l’era digitale, in particolare da quando ci sono i social network, che finora sono stati un mezzo importante per creare contatti e diffondere informazioni. Negli ultimi anni c’è stata una forte interazione tra le proteste online e quelle offline, dice Zajak: “Le reti digitali sono la spina dorsale di tutte le proteste”. Alcune pratiche sono state trasferite dal mondo materiale a quello digitale, come le petizioni. Ci sono poi forme che cercano più lo scontro, come l’hacktivismo, che prevede l’uso di nuove tecnologie per attaccare i sistemi informatici degli avversari e paralizzarli. “Ma per attirare l’attenzione, le proteste hanno bisogno di prossimità sociale e di spazi pubblici”, aggiunge Zajak. “C’è una certa correlazione tra le dimensioni e la durata delle proteste e l’attenzione che riescono a ottenere”.
◆ Il 28 aprile 2020 si è svolta a Bonn l’assemblea generale degli azionisti della Bayer, per la prima volta in videoconferenza. I vertici del gruppo tedesco – cinque manager, tra cui l’amministratore delegato Werner Baumann, più un notaio – erano in una sala mantenendo le distanze di sicurezza. Migliaia di azionisti hanno seguito i loro interventi in streaming. I manager hanno risposto a tutte le 245 domande inviate entro il 25 aprile da 40 azionisti (meno domande dell’anno scorso), ma è “vistosamente mancato il confronto diretto tra la dirigenza e gli azionisti”. Der Spiegel
Il 20 aprile Koch ha caricato su YouTube due video. Innanzitutto si presenta: “Alla Bayer mi hanno dato perfino un soprannome, Spätzle-Imker” (lo Spätzle, passerotto, è uno gnocco tipico del sud della Germania, della Svizzera e del Tirolo; Imker significa apicoltore). Su uno schermo alle sue spalle si vede un filmato in cui le api si muovono lentamente: sono immagini del 2008, l’anno in cui Koch ha cominciato la sua lotta contro la Bayer. Quell’anno perse decine di colonie a causa degli insetticidi Poncho e Poncho pro, prodotti della Bayer per la concia delle sementi del mais. Sono sostanze efficaci contro le larve di diabrotica – che causano gravi danni ai campi di mais – grazie alla clotianidina, un neonicotinoide che però distrugge anche il sistema nervoso delle api. All’epoca Koch ottenne una sovvenzione e comprò venti azioni della Bayer. Nel 2009 partecipò per la prima volta all’assemblea generale dell’azienda. Koch non vuole arrendersi, anche se i pesticidi neonicotinoidi sono ormai vietati in gran parte dell’Unione europea. “Queste sostanze possono ancora essere vendute in altri paesi”, dice. Si aspetta anche una risposta alle sue domande: “Se ignori le critiche per un anno, l’anno successivo si moltiplicheranno”, commenta Koch.
Zajak è convinta che le proteste nel mondo reale non potranno mai essere completamente sostituite da quelle online. Perché le persone scendono in strada? “Da un lato, c’è una questione che le interessa. Ma nessuno protesta da solo: anche la socialità è un aspetto importante”, osserva. Per questo diverse organizzazioni cercano di “generare virtualmente uno slancio collettivo”. Le tecnologie disponibili ora sono molto migliori di quelle di dieci o cinque anni fa: “Non devi essere un nerd per partecipare alle proteste virtuali”. Secondo la sociologa, le proteste online hanno una varietà più ampia di quelle in strada, se non altro perché partecipare in rete è più semplice ed economico. La loro forza ed efficacia, però, è tutta da dimostrare. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati