Potrebbe sembrare una tragica coincidenza. Il 29 gennaio 2026 lungo la strada che collega il Senegal con il Mali, tra le città di Diboli e Kayes, i jihadisti del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim) hanno nuovamente attaccato un convoglio per il trasporto di carburante diretto nella capitale maliana Bamako, dando alle fiamme vari camion cisterna. Poche ore prima a Niamey, la capitale del Niger, l’aeroporto Diori Hamani era stato il bersaglio di un’azione particolarmente audace compiuta da combattenti affiliati al ramo saheliano del gruppo Stato islamico (Is). La risposta delle forze nigerine, sostenute dai partner russi, è stata all’altezza, ma resta il fatto che questi due attacchi trasmettono un messaggio inequivocabile: il terrorismo è ancora saldamente radicato nel Sahel. Tuttavia le autorità dei paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes, formata dalle giunte golpiste di Mali, Niger e Burkina Faso), quando non negano apertamente la minaccia, preferiscono attribuirla ai paesi vicini. Se ci fosse cooperazione con loro, invece, si riuscirebbe a contenere questo problema condiviso da tutta l’Africa occidentale.
Per i maliani l’attacco del 29 gennaio è un crudele promemoria dell’insicurezza diffusa nel paese. In Niger, invece, la temerarietà dell’operazione – in cui poche decine di combattenti hanno attaccato l’aeroporto internazionale, che ha vicino la base militare 101 (in cui sono ospitati anche i soldati italiani) – mostra in modo inquietante che i gruppi terroristici agiscono con maggiore fiducia nelle loro forze.
In Mali i mesi di novembre e dicembre avevano lasciato intravedere una relativa tregua sul fronte degli attacchi ai convogli di carburante, permettendo di attenuare la penuria a Bamako. Ma la recente imboscata ricorda che il nemico è attivo e pronto a sfruttare ogni occasione. Soprattutto mette in luce i limiti dell’esercito maliano: impegnato su più fronti, fatica a garantire una copertura capillare del territorio. Nell’autunno scorso, per allentare la morsa sulla capitale, le forze maliane e i mercenari del gruppo russo Africa corps erano stati inviati in massa nel sud del paese per scortare i camion cisterna. Ma così hanno lasciato scoperte altre zone, come per l’appunto il corridoio Dakar-Bamako.
Un indicatore allarmante
A Niamey, anche se l’attacco non ha raggiunto i suoi obiettivi – alcuni velivoli sono stati danneggiati, ma tutti gli assalitori sono stati uccisi o arrestati – resta la ferita simbolica. I jihadisti hanno colpito a meno di dieci chilometri dal centro della città, il che la dice lunga sul clima di sicurezza, oltre a mostrare che le milizie non considerano lo stato capace di proteggere i suoi centri strategici.
Di fronte a questa realtà le reazioni dei governi dell’Aes sono state a dir poco fuori luogo. Il presidente nigerino Abdourahmane Tiani ha accusato i leader di altri paesi, in particolare quelli del Benin e della Costa d’Avorio, di sostenere il jihadismo nel Sahel, ricorrendo a toni poco adatti alla sua funzione. Ancora più inquietante è il fatto che questa retorica basata sulla ricerca di capri espiatori sia stata ripresa in un comunicato ufficiale della confederazione.
Di fronte a una crisi della sicurezza sempre più preoccupante e a prospettive regionali incerte, i politici sembrano privilegiare la fuga in avanti ideologica all’introspezione strategica. Invece di un discorso sincero e di una necessaria autocritica, si rifugiano in un sovranismo populista e pomposo, che rischia di alimentare un rifiuto della realtà. Ma è evidente che questo non può in alcun modo risolvere la situazione sul campo. ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati