Chicky Diaz lavora al Bohemia, uno dei più imponenti palazzi residenziali dell’Upper West Side di New York, da quasi trent’anni. Oltre a recuperare pacchi, chiamare taxi e ignorare il comportamento spesso deplorevole dei viziati inquilini, svolge anche la funzione di barriera contro il mondo esterno. È suo compito tenere fuori il caos. Ma la realtà ha il brutto vizio d’infiltrarsi anche in un castello pseudo-medievale circondato da una recinzione in ferro battuto sormontata da punte dorate, come stanno per scoprire gli abitanti del palazzo. L’azione si svolge nel corso di una sola giornata tumultuosa, che comincia con un presagio inquietante – qualcuno potrebbe essere ucciso prima di sera – e cresce di intensità come una tempesta in arrivo. Mentre approfondisce la vita di Chicky, Pavone dedica lo stesso spazio a una serie di altri personaggi notevoli, tutti legati da un’inquieta insoddisfazione che la città stessa amplifica. “La cosa corrosiva di New York è che c’è sempre qualcuno che ha di più: più soldi, più fama, più potere, più rispetto”, scrive. Con la sua satira affilatissima, le scene memorabili ambientate sia nei quartieri ricchi sia in quelli poveri (una riunione di una cooperativa edilizia, una mensa solidale ad Harlem e altro) e il ritratto di una città inquieta lacerata da disuguaglianza, risentimento ed eccessi, L’ultimo turno invita inevitabilmente al confronto con Il falò delle vanità, la spietata dissezione della New York degli anni ottanta di Tom Wolfe.

Sarah Lyall, **
**The New York Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati