L’Istituto nazionale di indagini speciali, legato al ministero della scienza e della tecnologia del Brasile, ha annunciato che nel 2025 la deforestazione dell’Amazzonia è diminuita del 9 per cento rispetto al 2024, anche se sono stati persi comunque quasi quattromila chilometri quadrati. I dati confermano una riduzione del fenomeno per il secondo anno consecutivo. Questo miglioramento coincide con la fine del governo del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, al potere dal 2019 al 2022, e il ritorno al potere di Luiz Inácio Lula da Silva.
L’impegno del governo di Lula si scontra con la politica locale e la voracità imprenditoriale. Da quando lo stato del Mato Grosso (dove si concentra il 60 per cento della perdita della foresta amazzonica) ha eliminato una legge che toglieva benefici fiscali alle aziende che distruggono la foresta, l’associazione brasiliana per l’industria degli oli vegetali (Abiove) ha abbandonato la moratoria sulla soia, una misura che obbligava l’agroindustria a non disboscare.
Si possono trarre due conclusioni: l’iniziativa privata non ha interesse a proteggere l’ambiente, a meno di ottenere benefici economici; le forze di destra rappresentano l’ostacolo principale agli sforzi per tutelare le persone e le altre specie viventi dagli effetti del cambiamento climatico provocato dall’attività umana. L’esempio del golpista Bolsonaro conferma che le svolte a destra sono regolarmente accompagnate dallo smantellamento delle politiche per l’ambiente e per i diritti dei popoli nativi, che sono i principali difensori della natura e del territorio.
Non si può separare la lotta per l’ambiente dall’ascesa dei governi neofascisti e dagli abusi commessi dai grandi capitali. È chiaro che il nemico più grande dei popoli e dell’equilibrio ecologico è l’alleanza tra il potere economico e quello politico. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati